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Dirty messages: quando è l’arte a svegliare coscienze addormentate

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Vi siete mai soffermati a guardare le scarpe degli sconosciuti che incontrate casualmente per strada? Se lo avete fatto ma solo perché siete alla ricerca di nuovi modelli da sfoggiare questo articolo probabilmente non fa per voi e non perché abbiamo qualcosa contro gli appassionati di calzature, ci mancherebbe altro. La questione è un’altra: è che ci sono scarpe e scarpe. E spesso dicono molto delle persone che le indossano, a loro modo raccontano una storia, un’esistenza, una vita intera.

Partendo da questa acuta premessa, un artista concettuale siriano, Thaer Maarouf, ha dato vita a qualcosa di unico: Dirty messages è il nome della sua opera iniziata e ancora in corso e, come ogni scarpa che permetta di camminare, ci auguriamo che possa andare il più lontano possibile. A partire da 12 scatole contenenti “messaggi sporchi” – ed evidentemente scomodi – inviati a 12 destinatari diversi di cui 9 sono capi di Stato, i presidenti di Italia, Francia, Polonia, Spagna, Inghilterra, Russia, Egitto, Australia e Stati Uniti. Le rimanenti 3 paia sono invece state spedite in Grecia, Ungheria e Libano.

Calzature logore, senza stringhe, sistemate alla meno peggio, appartenenti a bambini, donne e uomini che non hanno avuto la possibilità di raggiungere le succitate destinazioni dopo aver percorso strade che non erano strade ma lingue di fuoco, sentieri rocciosi ma non per un’escursione, oceani di sabbia e oceani salati, strade verticali come i fili spinati che li hanno rispediti indietro. Sì, i viaggiatori volevano percorrere quei chilometri illegalmente, certo, ma scappavano da una guerra.

Questo il senso di Dirty messages – che è anche talvolta il senso dell’arte – e cioè ricordare che un essere umano non è illegale, prima di ogni altra cosa. E poi che a centinaia di persone non è stato permesso di fuggire dall’orrore, trattati alla stregua di pacchi non graditi e rispediti al mittente. È uno dei mirabili casi in cui l’arte sale in cattedra e non ci sta, si ribella, si indigna e prosegue il suo viaggio idealmente.

Una lettera per ogni pacco, un QR code con un link che rimanda a un video che noi vi consigliamo di guardare e – nel caso dei tre Paesi in cui le scarpe non sono state spedite direttamente ai capi di Stato – la cortese richiesta di rispedire lo stesso pacco, ché almeno quello possa avere il diritto di varcare confini e barriere, provando a spiegare al mondo cosa significhi essere persone in fuga da una guerra. Un messaggio che l’Occidente, dopo le carneficine di tutto il ‘900, avrebbe dovuto aver compreso bene se non che soffriamo continuamente di amnesie e la memoria storica non sembra essere il nostro forte. Dice in maniera inequivocabile l’artista di Dirty messages Thaer Maarouf: «Le scarpe devono muoversi in continuazione perché rappresentano i destini dei profughi bloccati a un certo punto del loro viaggio. Rendono tangibile qualcosa che non lo è, e cioè che sono reali, al contrario dei numeri che di solito vengono utilizzati per rendere l’idea del fenomeno migratorio».

E poi, candidamente, lo stesso artista ha affermato: «Per queste scarpe è semplice varcare i confini, muoversi senza infrangere nessuna legge, addirittura incontrare leader mondiali. Lo stesso discorso non vale per le persone. Per capirlo dobbiamo chiederci cosa significherebbe, per noi, lasciare il nostro Paese e trovarsi davanti a frontiere chiuse, così da non essere liberi di cercare protezione e sicurezza».

Finora la spedizione è andata in questo modo: lo scorso 23 giugno da Vienna i pacchi hanno cominciato il loro viaggio. Sappiamo che Londra lo ha immediatamente rifiutato e rispedito al mittente, per altro a carico del destinatario, esattamente come ha fatto l’Egitto. Dalla Spagna una risposta solidale, con lettera datata 11 luglio: «Noi siamo d’accordo con lei, accogliere coloro che fuggono da guerra e terrore è una delle più importanti sfide dell’Unione Europea. Tutti i Paesi devono collaborare in modo responsabile e solidale».

Il numero rimanente dei destinatari non ha ancora risposto, molto improbabile che i pacchi siano andati persi, possibile che non abbiano voluto rispondere o che non ne sappiano nulla. Chissà. Resta però il valore di Dirty messages. Un gesto ideato da un artista che, di fronte alla consapevolezza di quanto poco i numeri riescano a destare un’umanità che appare sopita, si ingegna e soprattutto si ribella alla comodità di tacere.

 

 

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