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Myanmar, ecco che cosa sta accadendo

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Abbiamo letto o sentito parlare molto in questi giorni di Myanmar e di ribelli rohyngya, di scontri violenti con l’esercito e di tante persone morte. Probabilmente si fa un po’ fatica a raccapezzarsi, quindi cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Il Myanmar altro non è che la Birmania nel cui Stato nord-occidentale del Rakhine vivono per la maggior parte i rohyngya, una delle minoranze etniche più perseguitate nel mondo. Sono musulmani e sono poco più di un milione ma vivono in un Paese dove la stragrande maggioranza delle persone è buddista. In realtà, le vessazioni e le discriminazioni cui sono sottoposti i rohyngya sono legali e realizzate in modo ufficiale dal governo.

Per esempio, nel 1982 fu loro tolta la cittadinanza birmana e così hanno perso molti dei diritti che avevano: quello alla sanità, alla proprietà terriera e addirittura all’istruzione. Non è un caso pertanto che molti di loro abbiano un’istruzione solo religiosa, molto spesso di tipo fondamentalista. Non hanno nemmeno diritto di voto e non hanno partecipato alle ultime elezioni che hanno eletto Htin Kyaw come capo dello Stato, il quale è l’autista e consigliere di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, che di fatto è la vera leader del Myanmar.

Dallo scorso anno, i rohyngya hanno visto addirittura peggiorare la loro situazione poiché il governo ha ritirato le loro “carte di identità temporanee” trasformandoli pertanto in «apolidi», persone prive di ogni nazionalità.

Dal 25 agosto di quest’anno sono nati violenti scontri tra i rohyngya e i militari dell’esercito e da allora sono morte circa 400 persone, quasi tutte tra i ribelli, mentre cercavano di fuggire e riparare in Bangladesh per non rimanere vittime delle violenze.

Secondo una valutazione delle Nazioni Unite, sono già 38.000 le persone che hanno abbandonato le proprie abitazioni e hanno trovato rifugio in Bangladesh, mentre a detta dell‘International Organization for Migration (IOM) i rifugiati arrivati in Bangladesh dal 25 agosto sono almeno 18.000. Numeri in ogni caso imponenti, dal momento che stiamo parlando di pochi giorni.

Nel frattempo notizie ancora più drammatiche arrivano dal Rakhine: Chris Lewa, direttrice di un gruppo attivo per i diritti della minoranza musulmana, Arakan Project, rilasciando un’intervista al Guardian ha sostenuto che ben 130 persone, indistintamente uomini, donne e bambini, sono state uccise nel villaggio di Chut Pyin dall’esercito. Pare che avvengano atrocità e non mere uccisioni, ma ai giornalisti non è concesso entrare nella regione, ed è necessario basarsi sulle testimonianze di chi sopravvive e riesce a scappare.

Meraviglia, naturalmente, la posizione di Aung San Suu Kyi che ha negato, in un’intervista alla BBC lo scorso aprile, che nel Paese fosse in corso una pulizia etnica – aveva sostenuto che “è un’espressione troppo forte” – e allo stesso tempo ha condannato gli attacchi dei ribelli rohyngya accusati di aver assaltato trenta centrali di polizia e una base militare. Sorvolando su eventuali abusi compiuti dalle milizie.

 

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