il gattopardismo di Palermo

Pubblicato il 3 agosto 2017

Il gattopardismo di Palermo

di Camilla Isotti.

Palermo, la città dei contrasti, come i suoi agrumi, dolci e aspri, come il sole ardente della Sicilia che sembra coprire tutto d’oro, ma che contribuisce con la mano dell’uomo incosciente o criminale ad ardere vorticosamente il terreno sottostante, già assettato di acqua per l’eccessiva calura, di fronte cui l’ampia distesa del suo mare nulla può.

Come la Sicilia, nel suo insieme, terra della grande nobiltà descritta divinamente nel capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il Gattopardo, l’isola felice di valori autentici, con un’identità precisa e le sue tradizioni ben radicate, ma anche terra malinconica per gli efferati delitti di mafia, commessi per strada in piena estate, durante gli anni più bui.

La Sicilia per me funge da sirena al cui canto non riesco a resistere, ma a differenza di Ulisse che se fosse stato tentato dal canto delle sirene ingannatrici non sarebbe mai più tornato a Itaca, nel mio caso è positivo, un canto ristoratore, che riconcilia con il mondo e riempie il cuore.  Nonostante la mia provenienza pugliese, terra altrettanto fascinosa e selvaggia, non riesco a non visitare almeno una volta l’anno la Sicilia. Per di più questa volta la mia prima tappa di viaggio è stata Palermo per me che sono un’appassionata di moda, in concomitanza con l’evento Alta Artigianalità di Dolce & Gabbana che hanno sugellato il loro stile nella terra natìa (di Domenico), con quattro giorni tra sfilate, cene e feste nei palazzi nobili più sgargianti che possiate immaginare: l’Alta Gioielleria maschile presentata a Palazzo Mazzarino, nella centrale via Maqueda (in onore del duca di Maqueda Bernardino de Cárdenas y Portugal, Viceré di Sicilia dal 1598 al 1601); l’Alta Gioielleria femminile, invece, nel palazzo originale del Gattopardo di Visconti, ovvero Palazzo Valguarnera-Gangi, dove nel 1963  fu girata l’indimenticabile scena del valzer tra la bella Angelica (Claudia Cardinale) della classe dei nuovi ricchi e il Principe di Salina Fabrizio Corbera (Burt Lancaster); l’Alta Moda femminile in piazza Pretoria, adornata di splendidi tappeti rossi e sedute importanti per i circa 400 ospiti della sfilata attorno alla cosiddetta “Fontana della vergogna”, così definita per la nudità delle bianche statue marmoree che la rappresentano; per finire con l’Alta Sartoria della collezione uomo a Monreale, dove per l’occasione è stato tenuto aperto il Duomo e tutti hanno potuto ammirare l’oro brillante dei mosaici del Cristo Pantocratore, con cena di gala organizzata nell’annesso Chiostro dei Benedettini e festa presso il giardino del Belvedere. Strade chiuse per l’occasione, noleggiate più di 200 macchine blu e organizzato anche un breve concerto tra via Roma e i Quattro Canti di un’orchestra diretta dal maestro Piero Marchese e composta esclusivamente da ragazzi messi insieme dall’associazione no profit “Il genio di Palermo“, che si occupa di contrastare la criminalità giovanile.

Ritengo la piazza dei Quattro Canti, risalente ai primi anni del Seicento, essere tra le più sublimi della città. Da notare bene le 12 statue poste su tre ordini distinti, il primo dedicato a una stagione, il secondo a un re spagnolo e il terzo a una delle quattro sante vergini palermitane: Santa Cristina, Santa Ninfa, Sant’Oliva e Sant’Agata. La piazza è nota anche come “teatro del sole”, poiché ad ogni stagione due dei quattro cantoni sono sempre illuminati dal sole. Non vi stancherete mai di gustare l’effetto della luce riflessa su uno dei cantoni, specie al tramonto.

I nostri stilisti hanno scelto, dunque, la terra sicula, come migliore sfondo per esaltare la sicilianità del loro stile, esportato già in tutto il mondo e diffondere, attraverso le loro creazioni, la cultura siciliana all’estero, in cui il termine “Gattopardo” è stato ampiamente utilizzato per richiamare gli antichi valori nobiliari di un tempo, unitamente alla modernità stilistica che guarda, nel contempo, sempre al futuro.

Non a caso nel 2018 Palermo sarà capitale della cultura. Non occorre essere appassionati di moda per capire l’artigianalità e la dedizione alla base degli abiti e dei gioielli presentati, il lavoro certosino nel cucire perle e pietre, una dopo l’altra tra i tessuti e gli ori, stessa cura del dettaglio che ho ritrovato nella visita a Teatro Massimo della mostra permanente relativa ai costumi di scena, tra cui bellissimi quelli utilizzati da Franco Zeffirelli nelle sue rappresentazioni, sinonimo della grande e unica artigianalità italiana, che continua a caratterizzare il nostro Belpaese.

Palermo è un museo a cielo aperto, che si scopre camminando nelle sue minute e colorate viuzze. In primo luogo, consiglio la visita alla Cattedrale, dedicata alla Vergine Maria Santissima Assunta in cielo, la cui maestosità dirompe all’improvviso lungo il corso Vittorio Emanuele, al cui interno ci sono le reliquie di Santa Rosalia, la Patrona della città, poste sull’altare della cappella che sorge in fondo alla navata laterale destra. La festa di Santa Rosalia è molto sentita e ogni anno (da 393 anni circa incluso questo) si parte con cinque intensi giorni a luglio, per finire con i fuochi d’artificio al foro italico, ovvero sul mare, nel cosiddetto quartiere La Kalsa. Palermo è in fermento e si prepara alla festa in suo onore, sentita da cittadini devoti e non, la cui organizzazione è motivo di orgoglio per la città, alta rappresentazione di un’organizzazione artistica come poche. La Kalsa, il quartiere sorto durante la dominazione islamica, era la cittadella fortificata in cui avevano dimora l’emiro e i suoi ministri e ne conserva ancora il nome al halisah, l’eletta, la pura.

Per tornare ai contrasti di cui vi parlavo, alla grandiosità della struttura esterna della cattedrale di Palermo, che sembra quasi una fortezza con i suoi grandi archi a sesto acuto, si contrappone la linearità dell’interno. E lo stesso succede al Duomo di Monreale, la cui semplicità esterna è opposta alla superficie interna, arricchita da circa 6.400 metri quadrati di mosaici, realizzati tra la fine del 1100 e la prima metà del 1200, rappresentazione artistica della Bibbia, con apoteosi nell’abside centrale nella rappresentazione del grande Pantocratore. Da vedere, senza dubbio, il chiostro monastico del Duomo, a forma di quadrilatero, con la geometria perfetta dei suoi portici sostenuti da 228 colonne decorate alla base da figure faunistiche o floreali, possibilmente dall’alto, facendo una passeggiata sui tetti del Duomo, dove potrete godere di una vista molto suggestiva anche della città. Da visitare assolutamente, il tesoro nascosto del Duomo nella sacrestia della Cappella del Santissimo Crocifisso. La cappella, progettata nel 1686 dal cappuccino fra Giovanni da Monreale, venne poi realizzata sotto la guida dell’architetto gesuita Angelo Italia, che lo sostituì nel 1688, facendone un capolavoro del barocco siciliano. Ammirerete la policromia dei marmi, le decorazioni ad intarsio sulle pareti che evocano un mondo fantastico di uccelli, mostri e puttini e gli intarsi marmorei nel pavimento che raffigurano la scena relativa al profeta Giona, che gettatosi in mare per placare la tempesta, venne ingoiato da una balena che dopo tre giorni lo vomitò indenne, simbolo della resurrezione e speranza di vita eterna.

C’è una leggenda alla base della costruzione delle due chiese, che narra che il Duomo di Monreale fu voluto da Guglielmo II d’Altavilla (1174 c.a.), re di Sicilia dal 1166 al 1189, soprannominato “il buono”, nello stesso periodo (1170  c.a.) in cui l’arcivescovo della Diocesi di Palermo, l’inglese Walter Off the Mill, meglio noto con il nome di Gualtiero Offamilio ed ex istitutore di Guglielmo II, stava facendo edificare la cattedrale. Egli, per contrastare Guglielmo il buono, decise di rendere incantevole l’esterno e cercò in tutti i modi di realizzare una facciata senza precedenti, il cui splendore possiamo ammirare ancora oggi. La leggenda narra che i due, avendo vissuto queste costruzioni come una sfida personale, morirono d’infarto dopo aver dato un’occhiata ai rispettivi progetti. Guglielmo pensò che la cattedrale di Palermo dentro fosse bella come fuori, e viceversa dovette pensare Gualtiero del Duomo di Monreale, ma nessuno dei due ebbe modo di verificare le proprie convinzioni.

Un’altra visita imperdibile è alla Cappella Palatina, un vero capolavoro dell’arte arabo-normanna, dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco nel 2015, presso il Palazzo dei Normanni, sede dei vari poteri che si sono succeduti e oggi dell’Assemblea Regionale Siciliana, al cui interno convivono contaminazioni di Paesi, culture e religioni diverse. La Cappella è stata fatta edificare per volere del re Ruggero II tra il 1130 e il 1143, meta d’obbligo del Grand Tour, viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo, amata e citata persino da Guy de Maupassant che l’ha definita “la chiesa più bella del mondo”. La ricchezza dei mosaici bizantini che rivestono le pareti delle navate è impressionante e su tutti spicca il Cristo Pantocratore, all’interno della cupola.

Palermo è famosa, soprattutto, per i suoi vivacissimi mercati e non potrete non intrufolarvi nelle viuzze che portano al famoso Mercato di Ballarò, dove troverete esposti pomodori alla vista quasi perfetti, oltre che buoni, ogni tipo di spezia profumatissima, tutti i tipi di frutta e banchi folkloristici di pesce, con in vista polpi, pesce spada, tonni. Potrete anche fermarmi a pranzare in uno dei piccoli locali nascosti dietro i banconi del mercato. Vale una pena una passeggiata anche a Vucciria (la parola deriva dal termine francese boucherie macelleria; successivamente italianizzato in bocceria e, infine, sicilianizzato e usato tutt’ora con il significato di “confusione”), mercato più movimentato la sera, al cui interno ci sono tanti localini in cui potrete godere una sosta, magari sorseggiando un buon bicchiere di vino Inzolia. Consiglio una sosta ristoratrice all’Antica Focacceria San Francesco, bottega storica, dove potrete deliziarvi con la variegata rosticceria sicula, a partire da un goloso pani câ meusa, panino con la milza (cui se si aggiunge ricotta e il formaggio si dice maritatu), oppure le “arancine”, perché a Palermo sono declinate al femminile, la caponata, gli sfincioni, le sarde a beccafico e gli involtini di melanzane, oppure gustare un buon cannolo o una cassatina doc. Altrettanto famoso il mercato del Capo, dietro il Teatro Massimo, caratterizzato da bancarelle alimentari, ma per me meno suggestivo dei due precedenti, per cui se non avete tempo date priorità agli altri. Non potete lasciare Palermo senza avere assaggiato la setteveli della pasticcieria Cappello, estasi pura della cioccolateria.

Immancabile la visita a Palazzo Abatellis dove potrete ammirare l’Annunciata di Antonello da Messina (c. 1430 -147), capolavoro di assoluta delicatezza, rappresentazione di una manualità artistica geniale. Da visitare anche Palazzo Steri, completato intorno al 1307, dimora di Manfredi Chiaramonte, conte del feudo di Modica e dal 1600 al 1782 sede del tribunale dell’inquisizione; si visita solo con guida e potrete fantasticare sui disegni dei carcerati effettuati sulle pareti e cercare di interpretarli con la vostra fervida immaginazione. Palazzo Steri merita una visita anche e soprattutto per il capolavoro di Renato Guttuso, originario di Bagheria (il paesino dove la nobiltà palermitana era solita trasferirsi d’estate), dal titolo la Vucciria (attenzione però fino a fine agosto c’è una copia, perché l’originale è attualmente esposto a Palazzo dei Normanni), un quadro suggestivo in cui l’autore, se osservate bene, oltre alla dinamicità di colori forti inserisce una nota scura, quasi malinconico ricordo della sua infanzia quando era solito visitare il mercato.

Ci sono tantissime altre chiese da vedere, tra cui senza dubbio: quella dello Spasimo, la chiesa senza tetto, in cui il cielo fa da soffitto; la chiesa di San Domenico, la seconda di Palermo per importanza dopo la cattedrale che si trova nell’omonima piazza nel quartiere La Loggia, la cui facciata barocca al calar del sole è valorizzata da una luce oro suggestiva; la chiesa di San Francesco D’Assisi, nell’omonima piazza, la cui semplicità della facciata con rosone e portale gotico del 1300 è contrastata dalla ricchezza dei marmi interni.

Segnalo anche una visita alle spiagge di Capaci e Mondello, specie nella zona dell’Addaura a sud est di Mondello, dove il mare cristallino fungerà da gioviale ristoro dopo le lunghe passeggiate per la città.

Infine, per i più coraggiosi, suggerisco la visita alla Cripta dei Cappuccini, nel quartiere Cuba, in cui si trovano le famose catacombe dei Cappuccini, spunto di riflessione sulla caducità della vita e sulle vanità terrene.

Palermo rappresenta appieno il gattopardismo, quella capacità di adattarsi ai cambiamenti, il trasformismo dei giorni nostri di fronte a mutamenti continui, alla globalizzazione che aprendo le frontiere del mondo ha reso tutti vulnerabili. I contrasti odierni però non sono più tra nobiltà e borghesia, ma si vivono nel quotidiano, a partire dal tram che ci porta in ufficio e nei rapporti con gli altri. Sia pure mantenendo intatti i propri valori, si guarda al futuro, siamo ormai global trotter, ma con radici, e la famosa frase di Tancredi, il nipote del Principe di Salina, nel Gattopardo “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” è ancora e sempre attuale.

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