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Anziani e assistenza domiciliare in Italia, la situazione è pessima

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L’assistenza domiciliare a lungo termine degli anziani con patologie croniche con oltre 60 anni, continua ad essere un problema grave. Solo il 2,7% di questi infatti, secondo i dati del ministero della Salute e la ricerca condotta da Italia Longeva, riceve livelli di ausilio adeguati.

Eppure, quello dell’assistenza domiciliare, è un modello virtuoso e sostenibile perché evita l’ospedalizzazione, il trauma psicologico a cui viene sottoposto l’anziano con continui ricoveri e, a livello economico, il risparmio è senza dubbio evidente. Così mentre nel Nord Europa ormai il welfare spicca il volo anche in questo ambito, con il 20% degli anziani assistiti a casa, in Italia rispetto ai 3 milioni di persone che avrebbero bisogno dello stesso tipo di intervento, scopriamo che solo 370.000 persone con disabilità gravi godono dello stesso tipo di intervento. Anche per quanto riguarda le ore medie di assistenza domiciliare, la situazione è tutt’altro che rosea: ad ogni paziente in Italia è dedicata una media di circa 20 ore all’anno, altri Paesi europei raggiungono lo stesso numero nell’arco di un mese.

Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva, commenta così questi dati: «I dati Istat ci dicono che quasi un italiano su quattro ha più di 65 anni, e che questo rapporto salirà a uno su tre nel 2050. Al contempo, noi non auspichiamo, né saremmo in grado, di curare tutte queste persone in ospedale: proprio da questa evidenza nasce il nostro sforzo, che si sostanzia anche nel dibattito animato da questi Stati Generali della Long Term Care, per individuare un modello alternativo. Però oggi scopriamo che assistiamo a domicilio meno di 3 anziani su 100. Tutti gli altri? A intasare i pronto soccorsi, nella migliore delle ipotesi, oppure rimessi alle cure “fai da te” di familiari e badanti, quando non abbandonati all’oblio di chi non ha le risorse per farsi assistere. A mio avviso – contunua Bernabei – questi dati dovrebbero rappresentare non solo per i professionisti della salute, ma anche per i cittadini e per la politica, un campanello di allarme non più trascurabile».

Altra questione importante emersa dall’indagine, è un’organizzazione dell’assistenza domiciliare per niente omogenea lungo tutto lo Stivale. Se ci riferiamo al totale di tutte le attività di carattere clinico-assistenziale, trentuno, effettuabili a domicilio, scopriamo che solo le Asl di Salerno e Catania  le espletano tutte, seguite dalla Brianza a da Milano.

Fatto ancora più grave è che in molte zone del Paese l’assistenza domiciliare non venga erogata affatto. Roberto Bernabei spiega come i dati e le analisi condotte su questa situazione non vogliano dar luogo a una classifica delle Asl più virtuose ma, piuttosto, lanciare un messaggio importante: l’Italia non ha fornito una risposta univoca, non ha scelto un modello condiviso per la gestione di quella che è la più grande emergenza demografica ed epidemiologica del presente e del futuro.

Spiega ancora Bernabei: «La nostra indagine dice anzitutto che l’assistenza domiciliare in Italia è una vera e propria Babele, nella quale ogni area del Paese parla una lingua diversa e sembra non esserci nessun dialogo. Tuttavia da questa disomogeneità emergono due tendenze, che possono suggerire altrettante strategie per la domiciliarità che abbiamo il compito e la responsabilità di costruire: anzitutto, tranne rare eccezioni, le prestazioni sono quasi sempre insufficienti nelle aree in cui è meno sviluppata l’integrazione fra servizio sanitario e operatori sociali dei Comuni; in secondo luogo, il costo annuo per assistito a domicilio non cresce in maniera proporzionale al numero di ore dedicate a ogni paziente: al di sopra di una certa soglia diminuiscono le successive richieste di assistenza e quindi sembra innescarsi un’economia di scala, che fa decrescere i costi marginali. In altre parole, al di sopra di un certo numero di ore “di qualità”, che devono essere considerate quelle ottimali, gli anziani iniziano a stare meglio, e l’assistenza domiciliare si conferma un ottimo investimento collettivo sulla salute dei nostri padri e dei nostri nonni».

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