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Caso Alpi e Hrovatin: non uccidiamoli ancora una volta!

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“Omicidio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: dopo 23 anni la Procura chiede l’archiviazione”.

Un titolo che rimbalza su tutti i telegiornali e un sentimento di rabbia, misto a delusione, che mi prende allo stomaco. Un’indignazione tale che mi spinge a dedicare l’editoriale di questa settimana proprio a questo ennesimo schiaffo a mano aperta inferto a chi da un quarto di secolo si batte per avere verità e giustizia per i due operatori dell’informazione uccisi a Mogadiscio (Somalia) il 20 marzo del 1994.

Uccisi, e non morti, nelle polverose strade somale. Perché le parole sono importanti – per dirla alla Nanni Moretti – e se due professionisti che stanno facendo un lavoro “scomodo” vengono circondati da uomini armati e freddati crudelmente all’interno della loro macchina senza possibilità di difendersi, vuol dire che sono stati uccisi.

Una vera e propria esecuzione che per 23 anni è stata insabbiata, tra depistaggi, false testimonianze e scarsa collaborazione anche da parte dello Stato italiano, come hanno sempre denunciato i coniugi Alpi e come continua a ripetere ora da sola la madre di Ilaria, sopravvissuta alla sua unica figlia scomparsa ad appena 33 anni. Perché se i servizi giornalistici dell’inviata di Rai3 e del suo operatore sui traffici di rifiuti tossici e armi tra l’Italia e la Somalia erano scomodi, ancora più scomoda è stata la spasmodica ricerca della verità da parte non solo della famiglia delle vittime, ma anche dell’opinione pubblica e del mondo dell’informazione che da subito hanno preso a cuore questa battaglia.

L’ho fatto anche io. Nel 2001 all’Università sono venuta a conoscenza di questa triste pagina di storia, nel 2005 ho scritto su questo tema la mia tesi di laurea e da allora ho continuato a seguire con attenzione tutti gli sviluppi delle inchieste che si sono succedute. In 12 anni ho provato poche volte sollievo – come quando il capro espiatorio di questa vicenda, Omar Hassan Hashi, condannato a 26 anni di reclusione senza motivo è uscito dal carcere (leggi l’articolo) – e troppa rabbia e indignazione.

L’ultima, appunto, proprio nei giorni scorsi quando la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del nuovo fascicolo, aperto dopo la sentenza di assoluzione di Hashi in cui i giudici perugini avevano parlato chiaramente di “attività di depistaggio”. Eppure adesso il pm Elisabetta Ceniccola ha deciso di chiedere la chiusura del caso perché “dopo 23 anni è impossibile accertare killer e movente e non c’è nessuna prova di depistaggi”.

Sarà ora il gip a dover decidere se mettere ancora una volta una pietra sopra alla sete di verità e giustizia delle famiglie di Ilaria e Miran e degli italiani. “Non è vero che non ci sono i moventi e le prove dei depistaggi. Ce ne sono in abbondanza, non si vogliono leggere”, ha affermato Domenico D’Amati, legale della famiglia Alpi, annunciando che la famiglia si opporrà alla richiesta di archiviazione della Procura.

La speranza, seppure purtroppo ormai davvero flebile, è di non dover leggere davvero la parola fine sotto a questa inchiesta. In quel malaugurato caso, infatti, non sapremo mai i nomi dei colpevoli della morte di Ilaria e Miran, ma conosceremo quelli di chi li ha uccisi una seconda volta, negandogli la verità che tanto amavano e che hanno provato a raccontarci prima di morire in una polverosa strada di Mogadiscio.

Il direttore

Vignetta di copertina: Freccia.

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