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Reddito di inclusione: proviamo a non essere sempre disfattisti

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Via libera al reddito d’inclusione. E’ questa la notizia principale – per ciò che attiene alle tematiche di cui ci occupiamo – che ha caratterizzato la settimana appena trascorsa e sulla quale vogliamo focalizzare l’attenzione.

Come abbiamo già avuto modo di raccontarvi (leggi l’articolo), il Consiglio dei Ministri ha dato il disco verde al decreto che – una volta completato l’iter parlamentare – introdurrà la misura di contrasto alla povertà. Per il momento sono stati stanziati 1,7 miliardi di euro, ma l’obiettivo è quello di aumentare le risorse a due miliardi all’anno per i prossimi anni, come anticipato dal ministro Poletti.

Il totale corrisposto andrà da un minimo di 190 euro fino a un massimo di 485 euro e a determinare la cifra elargita saranno i parametri dei nuclei familiari coinvolti in questa misura che non dovranno superare i 6.000 euro annui di Isee e non potranno avere un patrimonio immobiliare maggiore di 20 mila euro (al netto dell’abitazione principale) e un patrimonio mobiliare superiore ai 10 mila euro.

Nella fase iniziale, inoltre, si darà la precedenza alle famiglie con minori, alle donne in gravidanza, ai nuclei con al loro interno persone con disabilità e a chi ha superato i 55 anni ed è disoccupato. In questo stato di cose si trova l’1,7% della popolazione.

La misura di contrasto alla povertà, seppure abbia ricevuto molti plausi soprattutto dagli ambienti che ogni giorno si occupano di combattere questa piaga sociale che colpisce moltissime famiglie nel nostro Paese, dall’altro ha sollevato immancabili le polemiche di chi lo ritiene un palliativo che non aiuterà a risolvere il problema.

In particolare tra i detrattori del governo, c’è chi evidenzia come i requisiti di ammissibilità siano troppo limitanti e che di fatto agevolino solo le famiglie di immigrati e rom e non i “poveri italiani”. Ci risiamo, insomma. C’è ancora chi continua a fare distinzioni tra etnie, senza considerare che un povero è prima di tutto un povero, quindi una persona che spesso non ha nulla da mangiare e che mette a rischio anche il futuro dei propri figli. Ma soprattutto che una persona povera è una persona esclusa dalla società, ed ecco quindi il nome “reddito di inclusione”. C’è poi chi accusa il governo di aver accelerato l’approvazione del decreto in vista delle elezioni come pura manovra di propaganda elettorale. Anche in questo caso, mi viene da pensare che indipendentemente dalle motivazioni, l’essenziale è che il risultato venga portato a casa, per il bene di chi è in condizioni di difficoltà.

E’ ovvio che 2 miliardi di euro non saranno in grado di risolvere il problema della povertà in Italia, né tantomeno di ridurlo drasticamente, ma è già un buon inizio. In generale non sopporto chi attacca un’iniziativa meritevole solo perché “non è abbastanza” o “si poteva fare meglio”. Tutto è migliorabile ed è normale che si potrebbe fare – e mi auguro si farà – di più. Ma da qualche parte bisogna pur partire, e anche se le famiglie aiutate con 2 miliardi di euro non saranno senz’altro tutte quelle che ogni giorno lottano per un pezzo di pane, saranno comunque tante le persone a poter tirare un piccolo sospiro di sollievo. E questo per me è già abbastanza.

Il direttore

Vignetta di copertina: Freccia.

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1 Comment
  1. vito says

    Fanno ridere tutti gli stati europei , ennesima bufala daranno solo dei soldi a un numero limitato di bisognosi. Vergogna

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