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Le madri possono cambiare il mondo, la storia del piccolo Yamen Abu Ramila

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Una volta Sophia Loren disse: «Il problema della guerra e della pace sarà radicalmente diverso il giorno in cui le donne contribuiranno con lo stesso peso dell’uomo alle sorti del genere umano. Le madri e le mogli hanno una sola risposta a questo problema: la pace».

Difficile immaginare che un’infermiera israeliana, la signora Ula Ostrowski-Zak, conoscesse proprio questa frase della Loren, ma fatto sta che ha messo in pratica le parole della nota attrice italiana attraverso un gesto che definire bello sarebbe riduttivo. E noi ve lo vogliamo raccontare.

Il conflitto israeliano-palestinese dura da tempo immemore, è molto possibile che qualcuno di voi sia cresciuto nella convinzione che la guerra in quei luoghi sia qualcosa di naturale. Capita quando l’odio, alimentando l’odio, riduce anche questioni orribili a tristi consuetudini. Ma la guerra, soprattutto, la fanno i governi. La gente la subisce, la maledice. Soprattutto le madri che mettono al mondo figli poi destinati a divenire carne da macello. E allora torniamo alla nostra storia.

Ula Ostrowski-Zak è un’infermiera 34enne che lavora presso l’ospedale Hadassah di Gerusalemme e un giorno, in seguito a un incidente, nella struttura sono arrivati una paziente palestinese in coma e suo figlio, un bimbo palestinese di qualche mese, Yamen Abu Ramila. Il piccolo, date le condizioni gravissime della madre, non mangiava da molte ore e dopo svariati tentativi con il biberon caduti nel vuoto, l’infermiera Ula ha reagito con il gesto più semplice del mondo. Lo ha attaccato al suo seno, sfamandolo di volta in volta fino a placarne i pianti. Madre anch’essa, non ha mai pensato di star facendo qualcosa fuori dall’ordinario, né tantomeno di star nutrendo la parte avversa al suo popolo, con buona pace per i predicatori della morte il cui scopo nella vita è terrorizzare gli altri. Una madre è una madre, le chiacchiere e gli isterismi dei governanti possono nulla di fronte all’umana bellezza che istintivamente attira al petto la fragilità di un bambino.

Le zie del piccolo, una volta accorse in ospedale, sono rimaste sbigottite e Ula ha raccontato: «La zia mi ha riferito che Yamen è sempre stato allattato solo al seno della madre fin dalla nascita e non ha mai bevuto dal biberon. Hanno chiesto se qualcuno avesse potuto allattarlo e le ho detto che avrei potuto farlo io. Sono rimaste sorprese. Non riuscivano a credere che una madre ebrea potesse accettare di allattare un bambino palestinese. Mi hanno portato in braccio, mi hanno baciato, non smettevano mai di abbracciarmi».

Ma non è tutto: l’infermiera non si è fermata qui perché poi tramite la Leche Legue ha cercato di stabilire un contatto con le donne del territorio disposte a far da balie al bambino. E ci è riuscita. Il piccolo Yamen potrà contare sul calore e le cure di tante madri, un pezzo di umanità di cui non dobbiamo dimenticare l’esistenza, fosse anche solo per senso di giustizia e amor di verità.

Qualcuno di voi si starà chiedendo del padre del bambino. Purtroppo è morto durante l’incidente, fatto che obbligherà Yamen probabilmente a crescere più in fretta e più svantaggiato rispetto ai suoi coetanei. Ma non ce lo figuriamo come un estremista, un bruto, un indifferente, non uno strappato alla morte in questa maniera.

 

 

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