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Torino e quella paura che ormai fa parte della nostra vita

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“Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio si alzò e andò ad aprire e vide che non c’era nessuno”.

Ho sempre amato molto questa frase e spesso – io che purtroppo sono paurosa per natura – l’ho ripetuta a me stessa per trovare il coraggio di affrontare delle situazioni di pericolo, o che almeno in quel momento percepivo come tali.

Ma come si fa a trovare il coraggio quando la paura ci fa tremare le gambe, quando la salivazione si azzera, quando il cuore ci batte all’impazzata nel petto arrivandoci in gola, e quando l’adrenalina ci spinge a fuggire? Ma fuggire dove? Lontano. Lontano dal pericolo, verso un luogo che in quel momento può sembrarci più sicuro, o semplicemente che sia il più distante possibile dalla fonte della nostra paura. E poco importa se non possiamo sapere in anticipo se davvero la nostra fuga ci sta conducendo verso la salvezza o se sta aumentando i nostri rischi, perché in quegli istanti l’unica cosa che il nostro cervello percepisce è l’istinto di sopravvivenza. Un istinto che ci avvicina al modo di agire degli animali e che, appunto, ci spinge a correre, a fuggire.

E’ quanto accaduto lo scorso 3 giugno a Torino, in piazza San Carlo, dove una grande festa si è trasformata per migliaia di persone in un incubo, che avrebbe potuto avere delle conseguenze ancora più drammatiche. La cronaca dei fatti è nota a tutti: durante la tanto attesa finale di Champions League, disputata a Cardiff tra Juventus e Real Madrid, gli oltre 30 mila tifosi bianconeri assiepati nella piazza torinese davanti al maxi schermo per tifare la propria squadra del cuore sono stati colti da una paura collettiva, una psicosi di massa, generata probabilmente dallo scoppio di alcuni petardi.

L’istinto di fuggire si è trasformato però in una pericolosa trappola per le migliaia di persone che scappando sono cadute, sono state schiacciate e sono rimaste ferite. Il bilancio è di oltre 1500 feriti, di cui una manciata più gravi di altri, come Kelvin il piccolo cinese di 7 anni che proprio nelle ultime ore è fortunatamente uscito dal coma, anche grazie all’intervento di un paio di “angeli custodi” che gli hanno fatto scudo con il loro corpo mentre la folla correva impazzita.

L’episodio di Torino in questi giorni sta sollevando moltissime polemiche e, mentre gli inquirenti sono a caccia dei responsabili di un incubo che forse poteva essere evitato, c’è già chi addossa le colpe all’uno o all’altro soggetto istituzionale, a cominciare dal sindaco.

Al di là delle responsabilità, ritengo siano necessarie due riflessioni. La prima è sulla paura. Purtroppo, da quando gli attentati terroristici hanno fatto il loro prepotente ingresso nella nostra vita, e soprattutto da quando dei pazzi armati hanno iniziato a colpire ovunque e in qualunque modo – dai coltelli alle cinture esplosive, passando per le armi da fuoco e i camion lanciati sulla folla -, senza avere rispetto neanche per i bambini, la paura è un sentimento con il quale siamo costretti a convivere. Chiunque di noi potrebbe ritrovarsi vittima innocente di un folle, in qualsiasi momento. E questo sentimento inevitabilmente – per chi più e per chi meno – condiziona la nostra vita. Anche io, che sono molto fatalista e che non mi lascio condizionare da questi episodi, non nascondo che spesso ho guardato con sospetto le persone sedute in metro vicino a me, o che ho evitato di proposito i luoghi troppo affollati.

Ma è giusto vivere così? E’ normale condividere le proprie giornate con una paura costante o rinunciare a un viaggio per paura del terrorismo? Mi sento di dire no, ma allo stesso tempo non biasimo chi adegua i propri programmi per mitigare il rischio, che purtroppo però non possiamo prevenire con certezza.

Ciò che possiamo fare, però, è prendere delle precauzioni ed evitare di finire schiacciati dalla paura, proprio come accaduto nei giorni scorsi a Torino. In che modo? Ad esempio evitando di organizzare degli eventi così affollati in luoghi senza vie di fuga, come piazza San Carlo. O ancora vigilare e controllare che i divieti vengano davvero rispettati. Come è possibile che all’interno della piazza, dove era vietato l’ingresso di bottiglie di vetro, ci fossero delle persone che le vendevano? La maggior parte dei feriti è stata causata proprio dal letto di vetri che ricopriva la piazza. E questo è davvero assurdo! E lo è a maggior ragione in questo periodo, in cui la paura è una costante delle nostre vite e soprattutto la sicurezza deve essere la priorità.

Queste accortezze non ci aiuteranno a prevenire gli attacchi terroristici, ma almeno eviteranno in futuro che altre persone rimangano schiacciate, come a Torino, dalla paura e dalla cattiva gestione degli eventi.

Il direttore

 

Vignetta di copertina: Freccia.

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