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Garante privacy: allarme pedopornografia, genitori complici involontari

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Ben due milioni di immagini legate alla pedopornografia censite sulla Rete, vale a dire il doppio rispetto all’anno scorso. A partire da questo dato, nel corso della relazione annuale al Parlamento, il garante della privacy Antonello Soro lancia l’allarme su un fenomeno che è andato incontro a una crescita vertiginosa ed espone i bambini a un pericolo quotidiano. Complici involontari, secondo quanto dichiarato da Soro, sono anche i genitori che sui social network postano le immagini dei figli. Senza contare il terribile potere del “dark web”, la parte nascosta della Rete in cui prosperano immagini esplicite di bambini nudi. Ma anche foto innocue per la maggioranza, come un piccolo che fa il bagno nella vasca di casa o al mare, viste con occhi innocenti dalla maggioranza di noi ma non purtroppo da chi sulla pedopornografia ha creato un vero e proprio mercato.

Il garante della privacy dunque torna a ribadire, quanto, alla luce dei fatti, sia fondamentale la tutela dei minori sul web e definisce «particolarmente positiva» la legge sul cyberbullismo (leggi l’articolo) «capace di coniugare un approccio preventivo e riparatorio, grazie alla promozione dell’educazione digitale e alla specifica procedura di rimozione dei contenuti lesivi presenti in Rete».

Privacy, che secondo il discorso di Soro, è uno strumento indispensabile anche nella lotta al terrorismo. D’altronde basti pensare alle modalità attraverso cui l’Isis organizza i suoi attentati, cerca i suoi adepti. Quindi, in questo senso, il garante sostiene che la privacy debba essere rafforzata per «rendere le attività di contrasto più risolutive, perché meno massive e quindi più orientate su più congrui bersagli».

La relazione annuale parla anche dell’ormai diffusissima questione delle “fake news”, le numerose bufale presenti sul web. Secondo Antonello Soro la risposta a un problema del genere non va cercata né attraverso soluzioni solo tecnologiche né per vie penali dando alla magistratura il ruolo di “tribunale della verità”. Dice infatti: «È illusorio pensare che possano esistere nuove autorità od organi certificatori della verità. Il fenomeno andrebbe invece contrastato con una strategia complessa e articolata, ma non per questo meno energica, che dovrebbe poggiare le sue fondamenta in un forte impegno pubblico e privato nell’educazione civica alla società digitale». In sostanza, bisogna passare attraverso una sistematica verifica delle fonti e puntare su una decisa assunzione di responsabilità da parte di ciascuno, dalle redazioni ai singoli utenti, fino ai grandi gestori della Rete.

Spazio anche agli attacchi informatici: «Nel 2016 hanno causato alle imprese italiane danni per 9 miliardi di euro, ma meno del 20% delle aziende procede a investimenti adeguati per la protezione del proprio patrimonio informativo».

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