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Conosciamo i restarter, riparano gratis gli oggetti e sfidano le multinazionali

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Si fanno chiamare restarter e sono i paladini degli oggetti destinati alla spazzatura, il loro compito è “far ripartire” invece di buttare via, inquinare l’ambiente, alimentare il consumismo e spendere soldi inutili. Il bello è che lo fanno gratuitamente e al momento sono già cinque i gruppi attivi, a Milano, Torino, Firenze, Aosta e a Langhe-Roero, in provincia di Cuneo. Si incontrano su Facebook da dove chi sceglie di riparare il proprio smartphone, la stampante o un qualsiasi altro oggetto partecipa attivamente. Descrive il problema, fornisce dati e risponde alle dovute domande e i restarter si spremono le meningi per aiutare a riparare l’infermo tecnologico. In alcuni casi servono pezzi di ricambio e questo non sembra essere un problema per l’operosa squadra di specialisti perché molto spesso si prendono il compito di rintracciare il pezzo e spedirlo alla persona che ne ha bisogno.

Ma fanno anche di più. Rispetto agli oggetti che si rompono più spesso, magari il telefono di quella particolare marca o il lettore dvd di un’altra, i restarter diffondono in rete manuali e trucchi scritti in maniera semplice e chiara. Diffondono conoscenza a fini utili, nobili, come spesso accade quando a muovere le azioni si è sospinti da un ideale.

Questi originalissimi volontari sono presenti anche in altri Paesi europei e spesso, attraverso l’aiuto di associazioni che ne condividono i valori, organizzano dei “Restart party”, occasioni d’incontro in cui è possibile conoscere il lavoro di queste persone e vedere con i propri occhi oggetti moribondi tornati in vita.

Per esempio potremo incontrarli il prossimo 10 giugno alla Fiera della trasparenza di Livorno, mentre già sono stati a Torino.

La bellezza di ciò che fanno sta nella circolarità del progetto, nella trasmissione dei saperi. Alcuni volontari dotati di ottime conoscenze insegnano ai partecipanti a sistemare i propri dispositivi non funzionanti, così da permettere a questi ultimi di allargare il cerchio e insegnare ad altri quanto imparato.

Tra i ragazzi e fondatori del Restart Project c’è Ugo Valluri, preparatissimo, idealista, con uno scopo preciso: aiutare concretamente l’ambiente. Se ci sono meno rifiuti sarà minore l’anidride carbonica nell’aria, molto semplice.
A questo va aggiunto che non sono amanti delle multinazionali che producono dispositivi destinati a rompersi nel giro di poco tempo, tutto per aumentare il fatturato, gli utili e incrementare il giro di affari. E qui l’argomento diventa più sofisticato ma non per questo meno importante. Nei Restart party di tutta Europa i ragazzi, di fatto, fanno politica e si scagliano in maniera decisa contro il consumismo e la globalizzazione, chiedono leggi che condannino l’obsolescenza programmata (la vita del prodotto) e vogliono che le multinazionali non si limitino a fornire il manuale d’istruzione ma anche quello di riparazione, come in effetti avveniva qualche decennio fa.

In alcuni casi sono riusciti a raggiungere questi obiettivi, come ad esempio in Francia e in Germania. In Italia no, non ancora almeno perché, dicono, «la legge è impantanata in Parlamento».

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