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Mangrovie paladine delle coste, eliminarle un attentato agli ecosistemi

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Sull’isola di Giava, in Indonesia, ci sono villaggi costieri che sono letteralmente sprofondati nell’oceano a causa della deforestazione delle mangrovie, distrutte ed eradicate per convertire il territorio in piscine per la gambericultura, un’industria in crescente espansione indotta da una forte richiesta del mercato.

Quelle mangrovie,  il cui nome abbiamo imparato a conoscere dai libri di Salgari su Sandokan, la Tigre della Malesia, sono state eliminate e l’oceano nel giro di 10-15 anni si è portato via tutto, le abitazioni sono state sommerse, le piscine distrutte e gli abitanti sono stati costretti a trasferirsi.

L’isola di Giava è ormai quasi priva di foreste di mangrovie e una sorte simile la stanno subendo sia altre coste e isole dell’Indonesia, sia coste dell’Asia, dell’America Centrale e addirittura anche dell’Africa.

Le mangrovie non sono utili solo per frenare l’erosione delle coste, ma sono in grado di immagazzinare quantità enormi di anidride carbonica (CO2) che purtroppo ora vengono rilasciate nell’aria con conseguenze che possiamo ben immaginare.

L’industria della gambericultura è cresciuta velocemente e senza alcuna pianificazione, senza alcuna supervisione per la conservazione del territorio e, come dicevamo, in alcuni luoghi è durata anche poco; a causa delle correnti marine non più trattenute e convogliate, delle maree, dello sprofondamento del terreno,  tutto è scomparso. Oggi la linea della costa marina è arretrata di circa 1.5 chilometri rispetto a 15 anni fa, ma non solo: l’acqua marina infatti si è insinuata nella falda acquifera, rendendo inutili i pozzi e minacciando seriamente le coltivazioni di riso più all’interno.

Qualcosa ci sarebbe poi da annotare riguardo la produzione dei gamberi. Se il produttore investe in tecnologia, di solito inserisce una grande quantità di gamberetti in una vasca ossigenata fatta di cemento, gli animaletti vengono ben nutriti e il produttore ne favorisce la crescita con fertilizzanti artificiali. Una vasca di questo tipo e con questi trattamenti può produrre fino a 20 tonnellate di gamberetti all’anno.

Pare ovvio però che non tutti i produttori possano investire per l’allevamento intensivo, quindi la soluzione migliore per loro è: approntare le vasche, liberare il terreno dalle mangrovie per permettere a pesci e gamberi di accedervi senza ostacoli in modo naturale seguendo le maree. Pertanto, il problema principale è che i produttori si servono di prodotti chimici per catturare i pesci e rivenderli sul mercato cinese e giapponese. Veleni, insomma, che ammazzano i pesci ma non i gamberetti.

Resta da vedere se quei pesci siano contaminati, ma nessuno al momento si è posto il problema.

Insomma, se il mercato chiede, la produzione risponde, qualunque sia il mezzo per ottenere il prodotto.

Sappiamo ormai molto bene come potremmo in futuro pagare in modo pesante le conseguenze dell’abbandono delle prassi tradizionali con la conseguente distruzione di territori, ma a quanto pare le esperienze negative non hanno insegnato abbastanza.

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