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Iran al voto tra moderati riformisti e conservatori

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In Iran si sono aperte le urne per le elezioni del nuovo presidente, quattro anni dopo l’elezione del moderato riformista Hassan Rohani che si è ricandidato, in contrapposizione con il conservatore Ebrahim Raisi.

I seggi sono aperti oggi, 19 maggio dalle 8 alle 18 ora locale, ma spesso l’apertura viene prolungata. Le schede verranno conteggiate manualmente, motivo per cui i risultati dovrebbero arrivare in un paio di giorni.

In base alla propria Costituzione, la Repubblica iraniana si fonda sul voto popolare attraverso elezioni pubbliche. Ogni quattro anni viene eletto il presidente che diventa capo del Governo e rappresenta il Paese insieme alla Guida suprema (ayatollah). Insomma, con un gioco di parole ma non troppo, il Paese è una repubblica demo-teocratica.

L’ultima parola infatti spetterà al leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, ma il presedente eletto promuoverà soprattutto l’immagine del Paese e le sue politiche. In realtà l’influenza dell’Iran in quel territorio in termini di politica estera è veramente importante: si pensi al suo coinvolgimento nel conflitto in Siria, ai suoi interessi nel conflitto in Yemen e i suoi legami con Hezbollah, i fondamentalisti sciiti attivi in Libano.

È anche la prima tornata elettorale dopo l’accordo sul nucleare che Rohani ha stipulato con le potenze del cosiddetto 5+1. Queste altro non sono che i 5 membri permanenti e con diritto di veto dell’Onu (Cina, Francia, Federazione Russa, Gran Bretagna e Stati Uniti) più la Germania.

Il presidente uscente dunque è stato il principale artefice di questo accordo raggiunto nel 2015 e ha ascritto a sé l’importanza di quell’intesa, sia per l’allentamento delle sanzioni economiche da parte dei Paesi occidentali, offendo quindi migliori qualità di vita ai propri cittadini, sia offrendo dell’Iran un’immagine meno invisa al resto del mondo.

I conservatori rappresentati da Ebrahim Raisi affermano che rispetteranno l’accordo stipulato, ma lo criticano puntando il dito contro le potenze occidentali, ree, secondo lui, di non rispettare le condizioni previste. Lo stesso presidente Usa Donald Trump ha detto più volte di non essere d’accordo con quell’intesa, ma resta da vedere se la vittoria di un candidato o dell’altro condizionerebbe i rapporti con gli Stati Uniti. Non rimane che stare a guardare, con l’auspicio che persone intelligenti e illuminate prendano per mano il popolo e lo guidino con saggezza e senza fanatismi.

 

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