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Da “aiutiamoli a casa loro” ad “aiutiamoli a COSA Nostra”

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Il Centro di accoglienza e la Misericordia di Isola Capo Rizzuto erano il bancomat della ‘ndrangheta”, “ai migranti si dava il cibo per i maiali”, “se gli ospiti erano 500 e arrivavano 250 pasti, gli altri 250 mangiavano il giorno successivo”.

Sono frasi che arrivano come un pugno nello stomaco quelle del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, in merito al nuovo scandalo che ha colpito nei giorni scorsi il mondo dell’accoglienza degli immigrati. Dopo la grande inchiesta di mafia capitale di Roma degli anni scorsi, e le ombre gettate di recente sul lavoro delle Ong, ecco che una nuova bufera si abbatte sul nostro Paese in riferimento all’ospitalità dei richiedenti asilo.

Questa volta a finire nel mirino degli inquirenti è stato il Cara di Isola Capo Rizzuto, in Calabria, nell’ambito dell’inchiesta Johnny, che ha portato all’arresto di 68 persone. Stando a quanto sostiene la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, da dieci anni la struttura era nelle mani della ‘ndrangheta, e dei 103 milioni di euro di fondi Ue, che lo Stato ha girato dal 2006 al 2015 per la gestione del centro dei richiedenti asilo di Crotone, 36 sarebbero finiti alla cosca degli Arena.

A rendere ancora più sconcertante un quadro già ampiamente desolante, c’è che agli arresti sono finiti anche Leonardo Sacco, presidente della sezione calabrese e lucana della Confraternita delle Misericordie, che da dieci anni gestisce il Cara, e il parroco del paese, don Edoardo Scordio, entrambi accusati a vario titolo di associazione mafiosa, oltre a vari reati finanziari e di diversi casi di malversazione, reati aggravati dalle finalità mafiose.

Una doccia gelata? Non proprio, considerando che l’inchiesta va avanti da anni e che da tempo, ormai, il mondo giornalistico aveva sollevato il grave sospetto che la gestione dell’accoglienza a Isola di Capo Rizzuto fosse un vero e proprio business per la ‘ndrangheta. Il caso era già approdato anche a Montecitorio, sui tavoli di una commissione parlamentare di inchiesta, eppure il centro era ancora lì. Con buona pace degli ospiti stranieri che, dopo aver affrontato viaggi della speranza con il sogno di una vita migliore, venivano trattati alla stregua di bestie, senza cibo e beni di prima necessità, perché i soldi servivano a riempire tasche già zeppe di denaro sporco.

Tralasciando il versante prettamente giudiziario, l’aspetto che merita una riflessione è quello dell’opportunità di continuare a rinnovare per anni, dieci in totale, l’appalto a una realtà su cui ci sono già sospetti molto forti. Certo, c’è la presunzione di innocenza e ci sono i lunghi ma necessari tempi delle indagini. Ma perché, nel dubbio, non provare ad affidare l’appalto a una seconda realtà nell’attesa che sulla prima si faccia chiarezza?

Ritengo che sarebbe stato doveroso per almeno tre ragioni. La prima è senza dubbio legata alla dignità degli ospiti delle strutture. Sono stati trattati come bestie, quando in realtà sono esseri umani, anche molto fragili per via della loro condizione di migranti. Ecco, affidare a qualcun altro il Cara calabrese avrebbe significato “salvare” centinaia di persone dall’umiliazione di essere considerate alla stregua di maiali, o meglio di galline dalle uova d’oro.

La seconda ragione è di natura strettamente economica. Parliamo di 36 milioni di euro in totale che, arrivati in Italia con il più nobile degli scopi – quello dell’accoglienza a persone in difficoltà, appunto – sono finiti nelle mani più marce possibili, gettando discredito sull’intero Paese. Già, perché dobbiamo ricordare che se da un lato c’è chi si arricchisce sulla pelle di poveri sventurati, dall’altro c’è un esercito di associazioni e volontari che lavorano con estrema dedizione e correttezza.

Ed è proprio questa la terza ragione per cui sarebbe stato doveroso interrompere prima questa vergogna. Perché attualmente in Italia, sul fronte immigrazione, viviamo un periodo di grande sospetto, di paura, di rabbia, che spesso sfocia nel razzismo. Ed episodi di questo genere non fanno che accrescere questo circolo vizioso che getta fango sul mondo del Terzo settore, creando allo stesso tempo distacco e diffidenza nei confronti degli immigrati.

Non è giusto, non è tollerabile, anzi è vergognoso. E allora che la magistratura faccia presto chiarezza, che si verifichi ovunque dove finiscono i soldi e in che modo vengono impiegati, senza fare sconti a nessuno. Chi è nel torto pagherà, chi è nel giusto ringrazierà.

Perché peggio di chi dice “aiutiamoli a casa loro”, c’è solo chi pensa “aiutiamoli a COSA Nostra”!

Il direttore

Vignetta di copertina: Freccia.

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