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Non infanghiamo lo sport con il razzismo!

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Pensiamo allo sport e ci vengono in mente valori altissimi, come la solidarietà, lo spirito di squadra, la grinta, il coraggio, il superamento dei propri limiti, la fratellanza. A volte però accadono degli episodi – che definire spiacevoli è poco – che ci fanno rimettere tutto in discussione, davanti ai quali ci verrebbe voglia di gettare la Gazzetta dello Sport nel cestino, di disdire l’abbonamento pay per view e di auspicare la chiusura di tutti gli stadi d’Italia.

L’ultimo, in ordine temporale, è accaduto domenica scorsa a Cagliari, durante la partita di campionato di serie A disputata tra la città sarda e il Pescara. A pochi minuti dal termine del match, dagli spalti si è levato un odioso coro di “buu” all’indirizzo del giocatore biancoazzurro Sulley Muntari, originario del Ghana. Insulti razzisti, a detta del calciatore che, offeso dell’accaduto, ha immediatamente allertato l’arbitro per spingerlo a prendere provvedimenti. Di contro, però, Muntari ha ottenuto prima l’ammonizione e poi, una volta deciso di abbandonare il campo per protesta, l’espulsione.

Non è questa la sede per giudicare l’opportunità di entrambi gli atteggiamenti. Ciò su cui ci interessa focalizzare l’attenzione, invece, è la gravità del fatto che nel 2017 siamo ancora alle prese con chi si sente in diritto di deridere, insultare o provocare una persona per il semplice colore della pelle.

Purtroppo l’episodio di Muntari, ripreso con grande interesse anche dai media internazionali (e lasciatemi dire che non ci facciamo una bella figura!), non è il primo, né purtroppo sarà l’ultimo esempio di razzismo sui campi di calcio. Il fatto che sia accaduto durante una partita della massima serie ha senza dubbio contribuito ad accendere i riflettori su quei cori. Ma quanti sono i “buu”, le offese, gli insulti a cui gli sportivi (e non solo) sono costretti a sottostare mentre praticano la propria attività, senza avere dalla loro parte l’intera opinione pubblica?

Sicuramente si tratta di un fenomeno diffuso se la Uisp (Unione Italiana Sport Per Tutti) e l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) appena qualche giorno fa hanno presentato il progetto “SportAntenne”, un’iniziativa finanziata dal Ministero dell’Interno e dall’Unione Europea, nato proprio con l’obiettivo di combattere e denunciare discriminazioni etniche e razziali, anche sui campi sportivi, e di favorire l’integrazione. (leggi l’articolo)

Ritengo più che giusto, dunque, che l’episodio di Muntari sia arrivato anche all’Onu e che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ràad al-Hussein abbia stigmatizzato l’accaduto, rendendo omaggio al calciatore ghanese del Pescara. «Nelle mie missioni in varie parti del mondo», ha commentato, «vedo i difensori dei diritti umani come una fonte di ispirazione per tutti noi, qui all’Ufficio dei Diritti Umani dell’Onu, e possono aiutare a prevenire la perdita di diritti umani fondamentali. A tal proposito voglio evidenziare il caso di Sulley Muntari del Pescara, che è uscito dal campo per protesta quando l’arbitro l’ha ammonito per aver protestato essendo stato vittima di insulti razziali. Bisogna fare di più di fronte alle espressioni di razzismo a livello nazionale o internazionale sui campi di calcio».

Tollerare simili episodi in contesti sportivi, infatti, non solo offre un pessimo esempio a chi segue e ama lo sport, a cominciare dai più giovani, che può essere replicato in ogni contesto della vita quotidiana, ma allo stesso tempo contribuisce a minimizzare quei valori altissimi – a cui abbiamo fatto riferimento in apertura di articolo – e che sono, e devono restare, l’essenza di ogni disciplina sportiva.

Il direttore

Vignetta di copertina: Freccia.

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