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Luana Silighini: “Con il mio libro racconto la Siria e aiuto i bambini orfani”

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Spiegare la drammatica situazione siriana ai più giovani e allo stesso tempo fare qualcosa di concreto per gli orfani di guerra. Questo il duplice obiettivo di Luana Silighini, 40 anni, giornalista professionista con una grande passione per la scrittura e una forte predilezione per la fotografia e i reportage video, autrice del libro “Sotto il cielo delle stelle di vetro“.

Un volume, rivolto ai ragazzi tra i 7 e i 14 anni, che da qualche giorno è approdato sulla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal basso, con l’obiettivo di raccogliere fondi per dar vita ad un’associazione che si occupi dei bambini orfani di guerra.

Per conoscere meglio questa iniziativa, abbiamo rivolto qualche domanda alla stessa promotrice, Luana Silighini.

Quando e come è nata l’idea di scrivere un libro sulla guerra in Siria rivolto ai più giovani?

Il libro è scritto sotto forma di reportage con sfumature fiabesche, tanto care ai più piccoli che, a differenza dei grandi, ancora riescono a carpire i messaggi dagli archetipi visuali. Mi piaceva rivolgermi ai più giovani per questo motivo. Attraverso un libro auto pubblicato per non avere ingerenze di alcun tipo. Foss’anche la lunghezza o il tempo. Lo scorso anno avevo pubblicato una fiaba, “Raghad Regina di Nertita”, tratta da un fatto di cronaca. La protagonista era una piccola siriana partita da Alessandria d’Egitto e mai arrivata sulle nostre coste: gli scafisti le avevano gettato in mare lo zainetto contenente le medicine necessarie per sopravvivere essendo lei affetta da diabete. Girando le scuole molte erano le domande che mi ero sentita rivolgere dai bambini. Mi chiedevano quale fosse lo stato d’animo dei piccoli siriani. Quali le loro emozioni, che nei tg emergono di rado. I ragazzi delle primarie e delle secondarie che ho incontrato si chiedono quali sono le somiglianze e quali le differenze con i bambini che sbarcano sulle nostre coste. Vogliono sapere tutti i perché. Da dove vengono, da cosa scappano, dove sono diretti. Chi lasciano lì in Siria. E se mai ci faranno ritorno. Se “sono tristi o se avranno voglia di giocare”. Loro entrano in contatto sul serio con quella cultura così diversa ma che sempre più si intreccia alla nostra. Quello che ho cercato di fare io è uno zoom sulla quotidianità, sulla vita delle persone che stanno vivendo la guerra. Per dare un volto alle tante persone che vediamo sugli schermi televisivi ogni giorno. E così è nato il prequel di Raghad in cui ho voluto dare una mia chiave di lettura sul perché fuggano dalla Siria donne e bambini, uomini e anziani.

Qual è la trama del libro “Sotto il cielo delle stelle di vetro”?

Il libro si compone di tante lettere che la protagonista Kamar scrive a Sira, sperando poi di incontrarla a Damasco. Ho intervistato più di cento persone siriane. Letto i giornali nazionali ed esteri: mi interessava conoscere e divulgare i gesti di ogni giorno attraverso i cinque anni di conflitto che ho narrato e i quattrocento chilometri percorsi da Kamar e dalla sua famiglia che, per salvarsi, fugge dalla città di Aleppo, nel 2011, giungendo fino alle porte di Damasco, dopo aver attraversato varie città della Siria. Questa bambina riassume in un’unica voce tutte quelle che ho ascoltato. Ho incontrato donne e uomini siriani che hanno vissuto per mesi in una tomba romana, o nei campi per rifugiati, con i loro figli. Senza corrente elettrica, senza medicine. O legna per scaldarsi. Ho parlato anche con molti dei loro ragazzi.

Perché questo titolo?

La mia idea è stata quella di riassumere nel titolo la speranza che nelle interviste avevo respirato. E che i cunicoli sotterranei che si intrecciano sotto Damasco potessero diventarne una metafora. Ho ideato che Kamar, dopo aver raccolto tanti vetrini colorati lungo tutto il suo tragitto, creasse con questi un cielo stellato incastonandoli proprio sul soffitto del tunnel, nella terra di cui è composto. Un cielo che brilla grazie alla luce fioca di una candela. Mi è piaciuto immaginare che quel cielo che “si accende” potesse simboleggiare la speranza di ogni siriano, quella di veder tornare a brillare ciò che questa guerra per la conquista della democrazia ha frantumato.

Lei ha ascoltato tante storie prima di dar vita a questo volume. Qual è quella che l’ha colpita o commossa di più?

Le storie dei più piccoli. I bambini mi hanno raccontato di quando la mattina presto, “era ancora buio” dicevano, caricavano le taniche dell’acqua e di quanto fossero pesanti, delle loro paure, della nostalgia della scuola. Di quando hanno dovuto bruciare i mobili per cucinare. E dei loro rifugi di fortuna. Tra questi, quello che più mi ha colpito è stato un tunnel scavato a diciassette metri sotto il suolo di Damasco, che è poi dove termina il viaggio di Kamar e il libro. Così, dopo le varie tappe, il mio intento è stato quello di portarci il lettore. Perché sotto la capitale ci si rifugia accampandosi in qualche angolo di una fitta rete di tunnel che è stata creata con l’ausilio di pale o, in mancanza di queste, con le mani. Potete immaginarlo, sono mani attaccate tanto alla loro terra natìa quanto alla loro stessa vita. “Però anche lì la pace manca come l’aria”, mi hanno detto. Parlando con loro ho toccato con mano che anche là sotto la guerra si subisce. Che si lotta strenuamente per sopravvivere, ma anche per conquistare i diritti che il regime nega. Non va dimenticato che la guerra che sta vivendo questo popolo è una delle tante parentesi nel lungo e sanguinoso discorso della primavera araba. E che loro ne sono ben consapevoli. 

Per sostenere l’iniziativa ha deciso di affidarsi al crowdfunding. Come mai questa scelta?

Credo che in questo momento il crowdfunding sia il miglior connettore sociale. E, soprattutto, permette di avere un feedback rapido e reale di quale sia l’interesse intorno a un progetto.

Qual è l’obiettivo della campagna e come verranno impiegati i 18 mila euro richiesti?

L’idea è quella di costituire un’associazione che aiuti, anche con sostegni a distanza e affidamenti temporanei quando sarà possibile, i bambini lasciati orfani da questa conflitto che ci vede spettatori e che deve in qualche modo smuoverci per andare incontro a chi ha bisogno di un aiuto urgente.

Dove e in che modo opererà questa associazione?

Sul nostro territorio nazionale attraverso attività ed interventi che colmino le prime necessità, come le cure mediche. Ma penso anche all’istruzione.

Quali sono le ricompense previste per i sostenitori della campagna?

Ho pensato che potesse essere il libro la ricompensa per chi decidesse di partecipare all’azione umanitaria che ho proposto su “Produzioni dal basso”. Proprio perché l’ho scritto sotto forma di reportage raccontando nel dettaglio la situazione e le esigenze dei bambini siriani in questo momento.

Qual è, secondo lei, il fattore più importante per il raggiungimento della felicità pubblica?

Senso civico e di responsabilità per il bene comune, uguaglianza nell’accesso ai diritti fondamentali. E cultura. Detto così potrebbe sembrare un’utopia. Ma ognuno può iniziare dal proprio piccolo entourage. Grande ruolo hanno i mass media. L’informazione dovrebbe smetterla di dare il microfono a chi ha fatto della sua vita una missione di distruzione della cultura e della civiltà. Perché la felicità è contagiosa. Ma non solo quella. E troppo spesso i giornalisti se ne dimenticano.

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