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Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale

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Il 15 marzo, in occasione dell’udienza generale, papa Francesco ha affermato: “Il lavoro ci dà dignità, e i responsabili dei popoli, i dirigenti hanno l’obbligo di fare di tutto perché ogni uomo e ogni donna possano lavorare e così avere la fronte alta, guardare in faccia gli altri, con dignità. Chi, per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari, chiude fabbriche, chiude imprese lavorative e toglie il lavoro agli uomini, compie un peccato gravissimo”.

Cinque giorni dopo, il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, durante i lavori del Consiglio permanente, ha sostenuto: “La prima e assoluta urgenza resta ancora il lavoro”, problema che da lunghi anni “taglia la carne viva di persone – adulti e giovani  e di famiglie”.

Bastano queste affermazioni per testimoniare la rilevanza che la Chiesa attribuisce al tema del lavoro e alle sue nuove forme nella società contemporanea.

E la Chiesa si mostra estremamente interessata a nuovi approcci al lavoro, cercando strade inedite, come nel caso delle tesi sostenute dalla filosofa canadese Jennifer Nedelsky, a Roma il 3 e 4 aprile ospite del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali. La Nedelsky è partita dall’analisi di “tre problemi cruciali della società occidentale” – la pressione insostenibile esercitata dal lavoro sulla famiglia, la disuguaglianza ancora presente tra uomo e donna e verso chi si occupa dei lavori di cura, la lontananza dei decisori politici dal lavoro di cura -, per proporre la sua rivoluzione: “lavoro part time per tutti, attività di cura per tutti.

A riprova dell’approfondita riflessione in corso proponiamo ai lettori di Felicità Pubblica la prima parte del documento di preparazione per la prossima Settimana sociale che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre 2017 dedicata al tema del lavoro. Per la consultazione del testo integrale rinviamo alla pagina web http://www.settimanesociali.it/presentate-le-linee-di-preparazione-verso-cagliari/

 

IL LAVORO CHE VOGLIAMO. LIBERO, CREATIVO, PARTECIPATIVO, SOLIDALE

Linee di preparazione per la 48ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Cagliari, 26-29 ottobre 2017)

La 48ª Settimana Sociale che si svolgerà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre 2017 avrà per tema: «Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale» e si propone di dare un contributo all’intera società italiana per uscire dalla crisi in cui versa.

Al centro delle nostre preoccupazioni abbiamo scelto dunque di collocare il tema del lavoro. Cosa può accadere a una società democratica e nelle nostre parrocchie quando diventa imbarazzante augurarsi “buon lavoro” e il lavoro non c’è? Quali sono i principali cambiamenti in corso – sia a livello sociale e politico sia antropologico – a causa dei quali molte persone perdono il lavoro o devono ricominciare da capo?

A partire da queste domande che ci abitano vogliamo subito premettere che a Cagliari non ci ritroveremo per celebrare un convegno come tanti. Ma, in coerenza con lo spirito delle Settimane e con il ruolo di servizio al Paese che esse possono giocare nella contemporaneità, questa Settimana Sociale costituirà una tappa di un percorso, già cominciato nei mesi precedenti e destinato a continuare. Vogliamo stare vicini a quanti soffrono per aver perso il lavoro o perché non riescono a trovarlo. Ma vogliamo anche e soprattutto cercare soluzioni e avanzare proposte per il mondo del lavoro. Seguendo l’indicazione di Papa Francesco, l’obiettivo è quello di “aprire processi” che impegnino le comunità cristiane e la società italiana a rimettere il lavoro al centro delle nostre preoccupazioni quotidiane a motivo della ineliminabile dimensione sociale della evangelizzazione (Evangelii Gaudium, cap. IV).

  1. Il senso del lavoro nella Dottrina Sociale della Chiesa e nella Costituzione

Siamo figli di una storia che ha sempre dato un’attenzione particolare al lavoro. Gli interventi della Chiesa a favore del lavoro hanno sempre avuto a cuore “i lavoratori” – specie i più deboli – più che “il lavoro”. Dalla Rerum novarum (1891) di Leone XIII – in cui si denuncia lo sfruttamento dei lavoratori dipendenti, il lavoro minorile, i duri orari dei lavoratori, la situazione delle fabbriche – fino all’Evangelii Gaudium in cui Papa Francesco afferma che il lavoro è quell’attività in cui “l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita. Il giusto salario permette l’accesso adeguato agli altri beni che sono destinati all’uso comune” (n. 192).

Un tale insegnamento è anche filtrato nella Costituzione italiana, dove “lavoro” è il secondo termine più ricorrente, dopo “legge”. Il citatissimo art. 1, «la Repubblica è fondata sul lavoro» – da cui discendono diritti e doveri per contribuire al progresso «materiale o spirituale della società» (art. 4 Cost.) – presuppone uno stretto legame tra il lavoro – visto come mezzo di libertà, d’identità, di crescita personale e comunitaria, d’inclusione e di coesione sociale, di responsabilità individuale verso la società – e la dignità della persona.

  1. Alcune criticità della situazione italiana

Nella società italiana, il lavoro ancora oggi si associa troppo spesso a problemi e difficoltà: pensiamo alla frustrazione dei giovani che non riescono a trovare un’occupazione attraverso cui esprimere il proprio talento; all’angoscia dei cinquantenni che perdono quel lavoro a cui hanno dedicato gran parte della loro vita; alla sofferenza dei tanti sfruttati e mal pagati, privati dei loro diritti e della loro dignità.

Nonostante i risultati positivi degli ultimi anni, la situazione del lavoro in Italia rimane critica. Tra le altre, preme sottolineare quattro questioni che ci stanno particolarmente a cuore.

In primo luogo, c’è un gravissimo problema legato alla disoccupazione giovanile. Alla fine del 2016 i giovani disoccupati erano 3 milioni, poco meno del 40% del totale. Tra questi i “neet” (giovani che non lavorano, non studiano, non si formano) sono circa 1,5 milioni tra i giovani 15-29 anni. Un disagio che va anche oltre: il lavoro precario, prestato irregolarmente da parte dei giovani (non protetto, non sicuro e non retribuito) è un secondo lato oscuro della condizione giovanile dell’Italia di oggi. La conseguenza è che il patto intergenerazionale tra madri/figli – padri/figli, sul quale è stato basato il nostro sistema, si sta sgretolando. Circa 30 anni fa l’Italia aveva 1,2 milioni di anziani, oggi ne ha 3,5 milioni; il clima sociale tende a garantire gli adulti occupati; sempre più spesso sono gli anziani, carico dei giovani precari a cui mancano spazi e spesso opportunità. Una gravità particolare riveste la situazione del Mezzogiorno nell’occupazione giovanile come in altri campi riguardanti la problematica del lavoro.

Un secondo problema è la preoccupante estensione dell’area della povertà associata alla forte crisi occupazionale di questi ultimi anni, quando la disoccupazione e il «lavoro povero» si sono allargati a macchia d’olio a tutte le forme di lavoro, autonomo e dipendente. La povertà assoluta, raddoppiata rispetto ai livelli registrati prima della crisi, costituisce ormai un’emergenza nazionale che non può più essere trascurata. In particolare se si pensa che l’incidenza della povertà assoluta tra i giovani fino ai 17 anni è in costante aumento e sfiora i livelli del 10%, mentre quella degli over 65 è rimasta stabile al 4%. A ciò si aggiungono le varie forme in cui il lavoro viene sfruttato e deturpato dall’illegalità in varie forme come le agromafie, il caporalato e le ecomafie.

Una terza dimensione problematica deriva dal nodo di questioni connesse al lavoro femminile e alle sue implicazioni sulla vita familiare. È ormai da qualche anno che le ragazze raggiungono livelli di scolarità superiore rispetto ai coetanei maschi. Nonostante questo, la loro partecipazione al mercato del lavoro rimane molto limitata; la disoccupazione femminile è più alta della media (13,2%); i salari delle donne sono sensibilmente più bassi di quelli degli uomini a parità di mansione; il numero di figli pro capite è tra i più bassi in Europa. Un insieme di indizi che mette in luce la difficoltà incontrata dalla società italiana sia a riconoscere e valorizzare le competenze delle donne, sia a creare una reale compatibilità tra lavoro e vita familiare.

Infine, c’è il problema legato alla distanza tra il sistema scolastico e il mondo del lavoro. L’Italia rimane intrappolata in uno schematismo che, separando rigidamente il momento formativo da quello lavorativo, comporta un divario tra la domanda di competenze delle imprese e i profili in uscita da scuole e università. Il 20% delle assunzioni che le imprese hanno in programma nei primi tre mesi del 2017 è di difficile reperimento. È dunque urgente affinare l’alternanza scuola-lavoro come metodo formativo nel quale ci si allena, intenzionalmente, a considerare le conoscenze (sapere) e le abilità (saper fare) come mezzi per impadronirsi di competenze nella risoluzione di problemi concreti (fine). È per questo che culturalmente scuola e lavoro vanno ripensati insieme. E questo con riferimento non solo all’industria, ma anche all’agricoltura, al commercio, all’artigianato, al turismo e alla custodia del territorio e del creato.

  1. Una attenzione particolare: la rivoluzione tecnologica

Nelle società moderne, il lavoro è soggetto a un cambiamento continuo. Negli ultimi anni, in particolare, il mondo del lavoro sta cambiando così in fretta da rivoluzionare stili di vita e modelli etici. Si tratta di mutamenti che sono portatori di grandi domande di fondo. Per esempio, cosa significa lavoro (umano)? Quali devono essere i (nuovi) diritti e doveri del lavoratore? E ancora: come sconfiggere la disoccupazione e quale formazione continua (lifelong learning dicono gli inglesi) garantire ai lavoratori per prepararli al lavoro del futuro? Ci chiediamo: con quali competenze gestire il rapporto lavoratore e la macchina robot? Su quali conoscenze devono investire i giovani? Come in tutti i cambiamenti epocali, anche al tempo dell’Industria 4.0 è compito della cultura e delle forze sociali trovare forme di tutela efficaci per il «lavoro degno». L’innovazione tecnologica può aiutare a risolvere o mitigare i conflitti tra lavoro e ambiente nella cura della casa comune.

Per gestire queste nuove forme di lavoro sarà necessario, per il lavoratore, avere un equilibrio umano e spirituale solido. Il far coincidere in una casa o in un appartamento il luogo del lavoro, gli equilibri relazionali, affettivi e familiari potrebbe essere un fattore di crisi. Allo stesso modo, una disordinata gestione del tempo potrebbe appiattire sul lavoro anche quei momenti di riposo mentale, di gratuità e di lucidità di cui la vita ha bisogno.

Per la Chiesa, il lavoro 4.0 va considerato con grande attenzione, senza mai ridurlo esclusivamente alle logiche economicistiche, che riducono qualsiasi bene in merci (ad esempio la fiducia, la stima, l’amicizia). Se così fosse, il lavoro 4.0 si realizzerebbe come negazione di se stesso.

  1. Il cammino verso Cagliari

Per tali ragioni ci sentiamo sfidati, oggi più che mai, a mettere i nostri fondamenti antropologici, spirituali e teologici al servizio delle soluzioni per i problemi di oggi. Mai come in questa epoca sono infatti necessarie soluzioni maturate alla luce dei princìpi della centralità della persona, della sua dimensione relazionale a immagine e somiglianza di Dio, dell’opzione preferenziale per gli ultimi. È da queste premesse che parte il nostro percorso e il metodo che abbiamo messo in campo e che ci porterà al suo compimento, a formulare alcune proposte operative.

È urgente in questo nuovo scenario antropologico rilanciare culturalmente il significato della festa, del riposo e dell’educazione ai nuovi tempi e anche la difesa degli aspetti relazionali, ludici e gratuiti di cui la vita del lavoratore ha bisogno. Vi è infatti il rischio che l’alienazione venga provocata dall’identificare il valore della persona con la sua capacità produttiva, dalla connessione virtuale continua e dalla costante frammentazione del tempo. Ciò riguarda la grande questione dell’“etica del lavoro” e del valore non solo economico dell’“impresa”.

La domanda centrale rimane: cos’è il lavoro oggi?

Il lavoro dice anche quanto amore c’è nel mondo: si lavora per vivere, per dar vita a una famiglia, per far crescere i figli, per vivere con dignità. Per noi non tutti i lavori sono lavori umani, né sono degni. Lo sono solo quando il lavoro è vocazione e rispetta la dignità della persona che non può essere usata come cosa o come merce. Quando il lavoro è un valore alla base della giustizia e della solidarietà è fondamento di comunità e promozione di legalità.

Il lavoro umano è un’esperienza che include la realizzazione di sé e la fatica, il contratto e il dono, l’impegno e la festa. Richiede passione e creatività, vitalità ed energia, perché nelle imprese, nelle botteghe, negli studi professionali, a parità di strumenti, la differenza la fanno le persone.

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