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Femminicidio: il rispetto delle donne e la fragilità degli uomini

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Il rispetto delle donne, per me, è sempre stato un valore assoluto. È stata mia madre. Forse nella famiglia d’origine, nella sua infanzia, aveva ascoltato qualche parola fuori luogo, aveva visto qualche gesto inappropriato. Nella sua famiglia non ce ne sarebbero dovuti essere. Mai. E così è stato. Ci ha trasmesso una considerazione “alta” della donna, quasi sacrale: bellezza, creatività, fertilità, laboriosità, mistero.

Che dire, allora, dell’infinita serie di femminicidi cui siamo chiamati ad assistere in questi ultimi anni? La cronaca ci lascia sgomenti. Gli episodi si susseguono da Nord a Sud, in ogni strato sociale. Quasi sempre sono i compagni di vita a macchiarsi le mani di sangue; quasi sempre c’è una relazione giunta al capolinea. Ogni storia è diversa dalle altre, ma le affinità sono sconcertanti.

Perché accade tutto questo? Alla base, di certo, c’è un uomo che non accetta la separazione. In qualche caso si tratta ancora di un padre-padrone della donna e della famiglia; in qualche altro di un uomo che fatica ad accettare l’indipendenza della donna. Talora siamo di fronte a persone violente, abituate a imporre la propria volontà. Allora, a ragione, si chiede alle donne di distinguere con attenzione amore e possesso e, laddove oltrepassato il segno, di denunciare immediatamente ogni episodio di violenza. Allo stesso tempo si chiede alle istituzioni di non trascurare alcuna denuncia da parte delle donne, di organizzare assistenza e protezione per quelle perseguitate. E tutti siamo chiamati a sensibilizzare e a educare le nuove generazioni. Nascono così nuovi simboli dell’impegno contro la violenza e il femminicidio: le “scarpette rosse” o le più recenti “panchine rosse”.

Ma, nonostante questo, restano molti aspetti ancora da indagare. Uno in particolare. Quasi sempre la fine di una relazione è alla base di un femminicidio. Questo evento, a prescindere dalla qualità della relazione, lascia gli uomini in un vuoto drammatico che sono assolutamente incapaci di colmare. L’abbandono, più della perdita di un rapporto di potere, mette a nudo la solitudine, la difficoltà a disegnare il futuro, l’assenza di qualsiasi progetto. Forse è questa la parola chiave.

In questi anni le donne dimostrano di saper costruire un autonomo progetto di vita, con o senza partner. Anche nelle difficoltà e nel dolore, talora nell’indigenza e nella solitudine, le donne sono in grado di mettere insieme i cocci, di trovare la rotta, di costruire un percorso, una prospettiva. Gli uomini, al contrario, non ne sono più capaci. Si sentono persi e, men che meno, sono in grado di accettare la propria fragilità, guardando dentro se stessi prima di proiettarsi di nuovo verso l’esterno.

Di fronte alla solitudine, qualche uomo uccide o si uccide; moltissimi si chiudono in se stessi, negandosi al futuro. Le donne, invece, raccolgono le energie, se necessario chiedono aiuto, quasi sempre ripartono, girano pagina, iniziano nuove esperienze, elaborano nuovi progetti.

Se in questa riflessione c’è qualcosa di vero, allora la prima preoccupazione dev’essere davvero l’educazione delle nuove generazioni. I costumi sono profondamente cambiati negli ultimi cinquant’anni, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della donna. Il padre-padrone sembra una patetica figura del passato, e in parte è così. Ma la “cultura” della violenza si è ampiamente estesa, anche tra i più giovani: il branco e il bullismo ne sono testimonianza. Allo stesso tempo i ragazzi non hanno alcuna educazione sentimentale, né in famiglia né a scuola, mentre la vita degli adulti scorre davanti ai loro occhi sempre più faticosa, precaria, senza offrire figure di riferimento.

Se vogliamo combattere la violenza, e quella di genere in primo luogo, dobbiamo fare in modo che ragazze e ragazzi crescano consapevoli delle risorse e delle energie di cui dispongono, siano capaci di fare progetti, non siano preda di paure e incertezze. E forse, oggi, i maschi hanno bisogno di un’attenzione in più.

Foto di copertina: Freccia

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