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“Tribe no name” di Romina Remigio

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Amo viaggiare così come amo tutto ciò che mi consente di conoscere luoghi nuovi, anche solo con la fantasia. Ebbene nei giorni scorsi ho visitato un piccolo villaggio sulle montagne dell’Udzungwa, in Tanzania, e ho conosciuto un popolo di cui ignoravo l’esistenza, così come la ignora quasi tutto il mondo. Gli abitanti vengono chiamati “Watoto wa Mateso”, i figli del dolore, e io ho visto i loro volti, percepito le loro emozioni, sono entrata nelle umili capanne, sofferto per la loro malattia e gioito per i loro sorrisi. E l’ho fatto percorrendo appena 4 km di macchina da casa mia.
Di questo straordinario e commovente viaggio ringrazio Romina Remigio, una fotogiornalista abruzzese di 35 anni, che in questi giorni sta esponendo il suo progetto fotografico “Tribe no name” all’interno del Mediamuseum di Pescara.
Non conoscevo questa talentuosa professionista, né tantomeno la tribù composta da 800 individui che vive emarginata e nascosta a 2200 metri di altitudine. Ma mi è bastato leggere la presentazione dell’iniziativa per avere voglia di visitare la mostra e poi di raccontarla in questa rubrica per suggerirla a voi lettori di Felicità Pubblica.
“Tribe No Name è un progetto di reportage iniziato nel 2012 quando Romina Remigio è venuta a conoscenza di una tribù ancora sconosciuta, emarginata, isolata all’interno di una foresta a 2200 metri, sulle montagne dell’Udzungwa, in Tanzania. I tanzaniani delle tribù vicine li chiamano i “Watoto wa Mateso” i figli del dolore. Una tribù di oltre 800 individui affetti da una rarissima forma di epilessia e a causa delle reazioni provocate, considerati posseduti dal demonio e per questo ammazzati e scacciati. Di conseguenza si sono rifugiati sempre più all’interno di foreste impervie sulle montagne vicine. E così hanno continuato a vivere senza alcuna dimensione temporale. Il futuro non esiste, tutto viene considerato e si misura a partire dal momento presente. L’intensità della pioggia, come lancette di un orologio, segna le stagioni, quindi il lavoro dei campi e la kifafa, la malattia, definiscono il tempo della vita. Ogni gesto, ogni rito è sacro e per questo interpretato dal Baba mkubwa, il capo villaggio e dai guaritori-stregoni. Le tradizioni, le tecniche di coltivazione si sono fuse con i racconti tramandati oralmente”.
La curiosità verso questa tribù e la stima nei confronti di una donna, nonché collega, che ha avuto il coraggio di compiere questa avventura – 9920 km in 38 ore di viaggio tra aereo, fuoristrada e cammino – mi ha spinto quindi a visitare la mostra. Ed è stato davanti a quelle immagini che ho avuto la certezza che il mio istinto mi aveva consigliato bene.
Le fotografie di Romina Remigio mi hanno colpito e trasmesso delle emozioni molto forti sia dal punto di vista umano che strettamente professionale. Le immagini – tutte rigorosamente in bianco e nero e accompagnate da didascalie che ne illustrano al meglio il contenuto – hanno una straordinaria forza espressiva e riescono a restituire allo spettatore il carico emotivo provato dall’autrice e dai personaggi immortalati. E mai termine fu più azzeccato! Remigio, con i suoi scatti, è riuscita a rendere immortali questi uomini, donne e bambini che nella loro vita hanno conosciuto dolore, sofferenza, emarginazione e lo ha fatto senza scendere nel pietismo, tantomeno limitandosi a un mero voyeurismo.
Sorrisi e scene serene di vita quotidiana, ma soprattutto sofferenza della malattia, menomazioni e addirittura morte, sono raccontate con lo sguardo di chi si è accostata con sensibilità e rispetto a questa popolazione che non aveva mai visto una donna bianca, figuriamoci se armata di macchina fotografica.
Remigio ha avuto la voglia di conoscere ma soprattutto la pazienza di farsi conoscere dagli abitanti del villaggio, tornando in Tanzania molte volte, vivendo con loro e non comportandosi come sicuramente sarebbe stato più semplice, ossia da semplice turista o, peggio, da sciacallo della comunicazione. Una costanza che ha premiato, a mio avviso, la fotogiornalista perché è proprio grazie al livello di intimità raggiunto che è riuscita a restituire allo spettatore la forza della sua esperienza.
Un ultimo accenno in merito all’aspetto più squisitamente professionale delle fotografie. Gli scatti sono studiati, puliti, perfetti. Sembra quasi che quelle immagini siano frutto di un lavoro fotografico effettuato in studio con luci, attrezzatture e modelli pronti ad essere immortalati. Ma quando, invece, ci ricordiamo delle condizioni in cui le foto sono state realizzate e dei soggetti che sono stati ritratti, allora ecco che la mostra diventa davvero un’esperienza sorprendente da non perdere.
Tribe No Name ha già vinto numerosi premi nazionali e internazionali ed è stato pubblicato sul National Geographic America. Parte del lavoro è stato già esposto a Miami, Boston e Tokyo e adesso per la prima volta in maniera integrale in Italia al Mediamuseum a Pescara.  
La mostra sarà aperta fino al 7 maggio 2017, dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 19.00. Mediamuseum, via Piazza Emilio Alessandrini, 34 Pescara
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