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Europa 25 marzo 2017: non bastano parole, firme, strette di mano e sorrisi

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Avete letto la Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento e della Commissione (25 marzo 2017)? Siete rimasti delusi? Noi sì. Affermazioni condivisibili nella prima parte, addirittura con qualche accenno di pathos. Quattro punti programmatici sui quali è davvero difficile dissentire. Una chiusura affidata ai buoni propositi.

Qualcuno ha ravvisato elementi di novità nell’affermazione secondo cui “agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione”. Facile obiettare che le cooperazioni rafforzate ci sono da tempo. Altri hanno segnalato che per la prima volta, in un documento “solenne”, si parla di Europa sociale. In realtà in quelle righe si ripetono concetti acquisiti da tempo.

In conclusione, un buon documento per tempi di pace. Un testo del tutto inadeguato per tempi di crisi. Non sono i concetti espressi nella dichiarazione a lasciare perplessi, sono rimasti gli stessi da molto tempo. Siamo di fronte a quel minimo comun denominatore che tutti possono sottoscrivere e subito disattendere.

E così è stato. I leader non hanno fatto in tempo a tornare a casa che le agenzie di stampa hanno battuto le prime dichiarazioni che contraddicono i solenni impegni di Roma. Il Ministro della Difesa, il socialdemocratico Hans-Peter Doskozil, all’unisono con il ministro degli Interni conservatore Sobotka, propongono che l’Austria esca dall’accordo europeo per la ridistribuzione dei migranti, dichiarando: “Credo che l’Austria abbia già fornito un contributo umanitario sufficiente”. L’Ungheria, dal canto suo, ha detto di essere pronta a chiudere i richiedenti asilo in campi al suo confine meridionale con la Serbia, dopo che il 7 marzo il parlamento ha approvato la legge che prevede la loro sistematica detenzione. Come si accorda tutto questo con la sottoscrizione della Dichiarazione di Roma? D’altra parte nessuno si stupisce, nessuno protesta perché è “una carta già vista”. Dov’è “il nostro futuro comune”? Dove “lo spirito di fiducia e di leale collaborazione”?

Per la verità a Roma, il 25 marzo, una novità c’è stata: tanti europeisti in piazza, a ricordare le ragioni dell’impegno per “la nostra Europa”. Al cinismo dei palazzi (perché di questo si tratta) si è opposta la fiducia e la rabbia di chi continua a credere che l’Europa sia un progetto vero, profondo, autentico.

Ma facciamo attenzione. I nemici dell’Europa non sono solo i “sovranisti” o quelli che hanno votato per la Brexit. Parte di loro, anzi, oggi sono sinceramente pentiti di una scelta non avveduta. Veri nemici sono anche quelli che si riempiono la bocca di vacue affermazioni europeiste. L’Italia, purtroppo, ne è piena. Forse dovremmo ricordare che non ha tutti i torti l’inaccettabile Sobotka quando ci ricorda che, in proporzione, l’arcigna Austria ha accolto molte più richieste di asilo dell’accogliente Italia. E’ certamente paradossale e intollerabile l’accusa del ministro delle Finanze olandese e presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, rivolta ai Paesi Ue del Sud di spendere “tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuti”. Non sarebbe male, però, se qualcuno si mettesse una mano sulla coscienza pensando ai ritardi e all’approssimazione con cui spendiamo nel Mezzogiorno le risorse destinate alla coesione sociale e territoriale.

Parole dure? Forse. Ma questi non sono tempi di pace e bisogna recuperare radicalità e rigore se vogliamo salvare davvero il progetto europeo.

Vignetta in copertina: Freccia.

 

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