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Pubblicato il 15 marzo 2017

Giustizia fai da te? No, grazie!

“Lodi. Spara e uccide il ladro che cerca di entrare nel suo ristorante”. E’ questa la notizia che più di altre è rimbalzata questa settimana su tutti i mezzi di informazione italiani. L’episodio – sul quale non entriamo nel merito lasciando agli inquirenti e alla magistratura il compito di fare chiarezza sulle responsabilità – ha riaperto il dibattitto sul tema della sicurezza e della “giustizia fai da te”.

E’ giusto imbracciare un fucile o una pistola e sparare a chi viola la nostra proprietà privata, mettendo a rischio la nostra incolumità nel luogo in cui dovremmo sentirci più sicuri? La risposta a noi sembra immediata e semplice: assolutamente no! Eppure purtroppo sono in molti a pensare il contrario e ad assolvere, prima ancora dei giudici, l’imprenditore lodigiano e prima di lui il tabaccaio veneto, il meccanico casertano o il carabiniere marchigiano.

Deriva giustizialista? Forse. Ma sarebbe riduttivo non cercare di comprendere le ragioni che spingono migliaia di persone a schierarsi dalla parte di chi uccide, fosse anche per legittima difesa, a prescindere. Sì, perché se migliaia di italiani in questi giorni stanno aderendo alla raccolta firme “io sto con Mario” e prima ancora hanno sostenuto e fatto quadrato intorno ad altri connazionali accusati di eccesso di legittima difesa, pur senza conoscerli, sarebbe frettoloso e sbagliato limitare il fenomeno etichettando tutti come semplici “giustizieri della notte”.

La questione dirimente appare invece un’altra: gli italiani non si sentono sicuri. Nonostante i dati e le statistiche confermino che i reati, tra cui proprio i furti e le rapine, in Italia siano in costante diminuzione, infatti, la gente ha paura e non si sente protetta. Questa percezione, dunque, tende a giustificare la giustizia fai da te. Se tu Stato, se voi forze dell’ordine, non mi proteggete, io ho il diritto di difendere me stesso, i miei cari e la mia proprietà dai pericoli, dai ladri, dagli stranieri.

Il rischio principale di questo tipo di ragionamento sta proprio in quest’ultimo passaggio; la paura dei malviventi troppo spesso viene generalizzata con la paura, e conseguentemente l’odio e il rifiuto, degli stranieri. Complici di questa assurda e automatica associazione, spiace dirlo, sono a volte proprio i mezzi di informazione (con i dovuti distinguo) che troppo spesso tendono a enfatizzare la nazionalità del criminale quando non italiana. Ed ecco che pian piano i romeni diventano tutti ladri, i marocchini tutti spacciatori, le donne dell’Est tutte prostitute; e da un “semplice” problema di sicurezza, si sfocia ben presto in un problema di razzismo, di intolleranza, di chiusura mentale verso lo “straniero”.

Bisognerebbe, invece, rimettere al centro il problema vero, quello della scarsa percezione di sicurezza lamentata dai cittadini, e intervenire a livello nazionale proprio su questo. Come? Ad esempio con maggiori investimenti per rendere le città più sicure e più fondi per aumentare l’organico delle forze dell’ordine e per evitare di sentirsi rispondere “non ci sono pattuglie” quando si chiede aiuto.

Sicuramente questo non basterebbe a eliminare i furti e probabilmente non sarebbe sufficiente a evitare che in futuro qualcuno imbracci ancora un’arma per difendersi, ma sicuramente sarebbe un primo passo per sentirci più sicuri. Un passo utile per tornare a indignarci davanti a una vita che si spezza, sia essa quella di un ladro o quella di un barbone dato alle fiamme nella notte, solo perché qualcuno ha deciso che era più giusto risolvere il problema così.

Il direttore

Vignetta in copertina: Freccia.

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Antonella Luccitti

Giornalista e direttore responsabile del portale "Felicità Pubblica". Amo la scrittura, il cinema e i viaggi.

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