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Dj Fabo e quel “fine pena mai” tutto italiano

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Ci sono storie che lasciano il segno. Ci sono nomi che entrano prepotentemente nel nostro quotidiano e ci invitano a riflettere. Ci sono diritti negati che fanno male all’intera società. C’è un tipo di “fine pena mai” che non ha nulla a che fare con il carcere.

Una di queste storie è quella che porta il nome di Dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, costretto a recarsi in Svizzera per mettere fine a un’esistenza che a suo avviso non meritava più di essere vissuta. Amante della vita, dell’avventura, della musica, del ballo, Fabo dal 2014 era diventato tetraplegico e cieco a causa di un drammatico incidente stradale e da allora, davanti al fallimento di ogni possibile riabilitazione, Fabo ha iniziato la sua battaglia per ottenere il diritto di morire nel suo Paese.

Ma appena varcata la soglia dei 40 anni, compiuti lo scorso 9 febbraio, Fabiano ha capito che avrebbe dovuto attendere ancora troppo tempo per ottenere quel diritto in Italia e ha compiuto il suo ultimo viaggio verso la Svizzera, Paese che alle 11.40 del 27 febbraio gli ha dato la possibilità di “essere finalmente libero”, come lui desiderava da tempo.

Come già accaduto in passato con Pierluigi Welby e con Eluana Englaro (tanto per citare alcuni casi), la storia di Dj Fabo ha scosso energicamente l’opinione pubblica che, anche in questa occasione, si è divisa tra coloro che chiedono a gran voce il diritto di poter staccare la spina quando lo si ritiene più opportuno, e coloro che invece sostengono che non sia l’uomo a poter decidere il momento della propria morte.

Penserete che è sacrosanto che ognuno abbia la sua idea e che tutti i pensieri meritino di essere rispettati. E’ vero, è quello che pensiamo anche noi. Ma allora perché negare a una persona un diritto che non incide assolutamente sulla nostra vita? Se una coppia omosessuale vuole sposarsi, in che modo quel diritto incide sulla nostra vita di eterosessuali? Se una donna vuole abortire, e la legge le consente di farlo, perché è costretta a scontrarsi con un esercito di medici obiettori di coscienza che le negano quel diritto? E perché se una persona paralizzata da anni in un letto di ospedale si augura di mettere presto fine alle sue sofferenze è costretta ad affrontare un viaggio straziante e a morire lontano dalla sua famiglia e dal suo Paese?

Introdurre in uno Stato l’eutanasia (nelle sue varie forme), il testamento biologico o il suicidio assistito, non significa essere necessariamente costretti a morire quando la propria vita viene compromessa da malattie o incidenti. E’ una scelta che si può compiere se lo si desidera, così come avviene già per il divorzio o per l’aborto, anche se in quest’ultimo caso come abbiamo già detto gli ostacoli che si incontrano in Italia sono spesso insormontabili.

Per questo noi siamo assolutamente favorevoli all’introduzione di un diritto che già in altri Paesi a noi vicini è stato da tempo introdotto (a fare da apripista, come spesso accaduto per altri diritti, è stata l’Olanda nel 2001, seguita in forme e modalità varie da Belgio, Svezia, Svizzera, Germania, Spagna, Danimarca, Francia, Gran Bretagna). Costringere un malato terminale o una persona che ormai vegeta da anni a compiere un viaggio straziante, affrontando spese esorbitanti che spesso negano questa possibilità a chi non può permetterselo, alimentando per giunta quello che in alcuni casi è diventato un vero e proprio business della morte, non ci sembra affatto degno di un Paese civile. Né tantomeno cristiano, se pensiamo ai concetti di pietà, perdono e misericordia.

Eppure in Italia troppo spesso è proprio la Chiesa la ragione di tanti ritardi in tema di diritti. O meglio l’alibi. Come dire “nel nostro Paese c’è il Vaticano per cui questa cosa sicuramente non si può fare o non si farà”, che spesso nasconde solo una scusa per rinviare il tutto e vivere senza pensieri e preoccupazioni. E intanto c’è chi muore dentro, in attesa di una morte che chissà quando arriverà.

C’è poi un altro problema tipicamente italiano. Noi siamo un popolo di passionali, di emotivi, spinti all’azione solo quando il tema è ancora “caldo”. Un esempio concreto è dato dalla legge sul “fine vita” e sul testamento biologico, il cui dibattito si accende e si spegne ciclicamente sulla scia dell’onda emotiva. L’ultimo tentativo in ordine temporale era stato fatto proprio nel 2010, anno della morte di Eluana Englaro, per poi assopirsi come “La bella addormentata” (titolo scelto da Marco Bellocchio per il suo film sulla giovane tenuta in vita artificialmente per 17 anni). Oggi ci sono sei proposte di legge sul “fine vita” depositate in Parlamento e due sono in discussione alla Camera. Eppure si procede a fatica, ed è dei giorni scorsi il terzo rinvio della discussione. Probabilmente, come accaduto finora, spentisi i riflettori sull’ennesimo “caso mediatico”, l’interesse per questo tema andrà via via scemando e il disegno di legge rimarrà ancora a lungo nei cassetti romani.

Noi ci auguriamo che ciò non accada, ci auguriamo al contrario che il Parlamento italiano ponga finalmente fine a questo vuoto legislativo affinché chi si batte per ottenere questo diritto possa essere accontentato.

Il direttore

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