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Dai siti Unesco ai luoghi italiani della cultura, dell’arte e del paesaggio

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L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2017 Anno Internazionale del Turismo Sostenibile. La risoluzione, adottata dall’Assemblea del 4 dicembre 2015, riconosce l'”importanza del turismo internazionale, e in particolare la designazione di un anno internazionale del turismo sostenibile per lo sviluppo, nel promuovere il tema fra il maggior numero di persone possibile, nel diffondere consapevolezza della grande patrimonio delle varie civiltà e nel portare al riguardo un miglior apprezzamento di valori intrinseci delle diverse culture, contribuendo così al rafforzamento della pace nel mondo”.

In proposito il segretario generale Taleb Rifai ha dichiarato: “È un’opportunità unica per migliorare il contributo del settore turismo ai tre pilastri della sostenibilità – economica, sociale e ambientale – e di risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle reali dimensioni di questo importante settore che spesso è sottovalutato”.

La decisione di dichiarare il 2017 Anno Internazionale per il Turismo Sostenibile, peraltro, è pienamente coerente sia con le conclusioni della Conferenza sullo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite Rio+20, sia con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) adottati dall’ONU con la nuova Agenda 2030.

Nella stessa direzione si muove uno studio pubblicato nel 2016 e da poche settimane disponibile online realizzato dal Centro Studi di Silvia Santagata-CSS Ebla con l’Università degli Studi di Torino e in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo- MIBACT.  Il titolo esplicita il percorso di ricerca: “Un marchio per la valorizzazione dei territori di eccellenza: dai siti UNESCO ai luoghi italiani della cultura, dell’arte e del paesaggio”.

Quali impatti diretti e indiretti determina l’inserimento nella Unesco World Heritage List sulla governance dei sistemi locali, sull’attrattività turistica e più in generale sulle strategie di sviluppo sostenibile? Le procedure richieste dall’Agenzia dell’ONU per “l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione” per le candidature alla Lista del Patrimonio Mondiale può rappresentare una best practice di riferimento?

Naturalmente non tutti i territori d’eccellenza, ossia quelli che possiedono “una forte identità culturale legata alla presenza di un patrimonio materiale e immateriale diffuso di particolare qualità”, possono aspirare a essere inseriti tra i siti riconosciuti dall’Unesco. Tuttavia le procedure adottate, e in particolare i piani di gestionerichiesti per le candidature Unesco, possono costituire un utile riferimento per l’istituzione di una sorta di marchio indipendente di qualità, di proprietà del MIBACT,“che certifichi la qualità dei territori culturali italiani di eccellenza, sia per il loro valore che per la loro gestione”.

Di seguito proponiamo l’introduzione allo studio citato a firma di Manuel Roberto Guido, dirigente del MIBACT. Per la consultazione del testo integrale – che consigliamo vivamente – rinviamo alla pagina web.

Un marchio per la valorizzazione dei territori di eccellenza: dai siti Unesco ai luoghi italiani della cultura, dell’arte e del paesaggio a cura di Luca Moreschini, Giovanni B. Ramello, Walter Santagata

 

Introduzione

A partire dal 1995 il MiBAC ha gestito e coordinato una strategia che si poneva come obiettivo una partecipazione dell’Italia alla Convenzione dell’Unesco riguardante la protezione del patrimonio mondiale e culturale e naturale, che fosse adeguata all’importanza del proprio patrimonio. Il gruppo di lavoro appositamente costituito in quest’ottica individuò come traguardo iniziale l’iscrizione di nuovi siti italiani nella lista del patrimonio mondiale.

Bisognava porre rimedio ad una disattenzione protrattasi dal 1976, data della firma della Convenzione da parte italiana, e che aveva comportato, al 1994, l’iscrizione di soli nove siti, ponendo l’Italia al 12° posto della lista per i siti iscritti. Si è dunque provveduto a promuovere la predisposizione dei nuovi dossier richiesti dalla procedura consentendo così l’iscrizione di ulteriori importanti testimonianze del patrimonio culturale italiano.

Negli anni ’90 i contenuti dei dossier, le valutazioni effettuate dall’Icomos – organismo consultivo dell’Unesco – e in genere tutte le procedure previste, risultavano più semplici rispetto all’evoluzione ed al perfezionamento sviluppati negli anni più recenti. La continuità dell’attività avviata, la conseguente specializzazione e aggiungerei anche la passione di coloro che costituivano la segreteria tecnica del gruppo di lavoro, hanno consentito di collocare gradualmente l’Italia in una posizione di maggiore rilievo nell’attuazione della Convenzione del patrimonio mondiale, fino al raggiungimento, a partire dal 2004, del primato tuttora detenuto per numero di siti iscritti nella lista.

Tale traguardo raggiunto, senza dubbio, contribuisce a rafforzare a livello internazionale l’immagine del nostro Paese quale depositario di un importantissimo patrimonio culturale. Sempre più frequentemente, infatti, questo dato viene ricordato anche dagli organi di informazione di massa in numerose circostanze e spesso, purtroppo, anche a confronto con la costante discesa dell’Italia nella classifica del turismo mondiale, dove invece dal primo posto siamo scesi al 5° negli ultimi 20 anni.

L’attività svolta dal MiBAC aveva subito una importante trasformazione quando il Comitato del Patrimonio Mondiale rese obbligatoria e propedeutica all’iscrizione dei siti la predisposizione di specifici “piani di gestione”. Tale richiesta veniva giustificata dall’osservazione che spesso gli strumenti di tutela passiva di cui erano dotati i siti già iscritti non risultavano sufficienti a garantire nel tempo la conservazione dei valori che ne avevano determinato l’iscrizione nella Lista.

Nel 2001 la candidatura del Val di Noto venne restituita all’Italia con la richiesta di integrare la documentazione con tale nuovo documento. Non venivano date indicazioni su come articolare il piano, restando tale scelta a carico di ogni singolo Stato. Scarsissime erano poi le indicazioni presenti negli studi di settore e le esperienze già attivate, riconducibili sostanzialmente alla sola Gran Bretagna.

Tuttavia questa richiesta, inizialmente percepita come un’ulteriore difficoltà burocratica, si trasformò nell’occasione di migliorare radicalmente il processo di predisposizione delle candidature. Attraverso il lavoro svolto dalla Segreteria tecnica del Gruppo di lavoro era stato possibile riscontrare i limiti delle numerose candidature presentate negli anni precedenti, riconducibili soprattutto allo scarso coinvolgimento dei soggetti locali. I dossier venivano preparati dalle amministrazioni centrali e territoriali con la metodologia di una pubblicazione scientifica associata ad un format di tipo amministrativo. Risultava invece indispensabile un più ampio coinvolgimento degli attori presenti sul territorio per garantire la continuità dell’impegno alla conservazione dei siti assunto dallo Stato (e non dai singoli enti e istituzioni locali) nei confronti dell’Unesco all’atto dell’iscrizione nella Lista.

Per suscitare tale coinvolgimento nacque il progetto di un modello italiano di piano di gestione, basato sull’integrazione delle esigenze della tutela e conservazione (già garantite da normative e istituzioni preposte) con il tema dello sviluppo economico.

La redazione del Piano del Val di Noto, primo caso italiano, venne così affidato ad un gruppo di esperti di più discipline, cui fece seguito l’attività di una apposita Commissione di specialisti nel settore della conservazione, dell’economia della cultura e del turismo, istituita nel 2004 con il compito di predisporre le linee guida per i piani di gestione dei siti Unesco italiani.

Nell’ambito del sempre maggiore rilievo che stava assumendo la tematica della lista del patrimonio mondiale, il Sottosegretario pro-tempore con delega all’Unesco promosse la collaborazione con l’associazione delle città patrimonio mondiale Unesco e l’approvazione della Legge 77 del 2006 “Misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico e ambientale, inseriti nella «lista del patrimonio mondiale», posti sotto la tutela dell’Unesco”, che prevede l’approvazione dei “piani di gestione” da parte dei responsabili dei siti e stanzia anche finanziamenti per la loro redazione ed attuazione.

L’aspettativa dell’iscrizione nella lista del patrimonio mondiale, subordinata alla redazione del piano, costituisce uno stimolo estremamente forte al coordinamento tra gli enti locali, istituzioni culturali e attori locali, ivi compresi in molti casi, i semplici cittadini e le scuole. Il raggiungimento del prestigioso riconoscimento internazionale rappresenta anche l’occasione che consente di dialogare con molta chiarezza con gli amministratori locali per imporre decisioni nette in termini di tutela del territorio. Infatti, non si può avere “un marchio di qualità mondiale” se contemporaneamente non si attuano scelte coerenti per la conservazione dei centri storici e della qualità dei paesaggi: naturalmente, se non si accettano questi principi si deve rinunciare alla richiesta di candidatura.

I piani di gestione redatti negli ultimi anni costituiscono così una testimonianza della possibilità di lavorare insieme per il perseguimento di un obiettivo, avendo definito anche una strategia di sviluppo sostenibile incentrata sulla valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio.

Se si può affermare che l’esperienza fin qui descritta è stata ed è tuttora estremamente positiva, si deve tuttavia sottolineare che esistono alcune importanti criticità da superare. L’entusiasmo, la partecipazione e l’impegno di tanti soggetti presenti nel territorio per raggiungere l’obiettivo dell’iscrizione spesso si affievolisce a breve distanza dalle cerimonie celebrative dell’evento. Parallelamente i piani di gestione, sapientemente costruiti con un insieme di progetti coordinati nell’ottica di coniugare conservazione e sviluppo, vengono attuati solo in parte.

Tali situazioni si riscontrano più frequentemente al rinnovo delle amministrazioni locali (anche se permane la stessa parte politica) o, più banalmente, con l’avvicendamento dei dirigenti o funzionari che erano stati personalmente coinvolti nell’iter di iscrizione.

Dalla riflessione sulle esperienze sinteticamente sopra descritte nasce l’incarico per questa ricerca, affidata al Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Torino.

In particolare, le considerazione da cui è scaturita questa iniziativa si possono così sintetizzare.

  • L’Unesco ha posto forti limitazioni all’iscrizione di nuovi siti e specificamente all’iscrizione di tipologie di beni già rappresentati nella lista del patrimonio mondiale. Per altro verso sono numerosi i nostri territori che esprimono un’elevata qualità e che, per quanto sopra detto, non possono essere presi in considerazione per nuove candidature Unesco.
  • Il processo di candidatura rappresenta un importante momento di coesione degli attori presenti nei territori, che tuttavia esaurisce la sua spinta al momento del raggiungimento dell’obiettivo. Il successivo processo di valutazione da parte dell’Unesco dell’applicazione dei piani di gestione nei siti iscritti non sembra sufficiente a tenere viva l’attenzione dei responsabili, anche perché la prospettiva di sanzioni ed in particolare della cancellazione dalla Lista è estremamente improbabile e determinata solo da gravissime circostanze di mancata conservazione dei valori del patrimonio.
  • Alcune esperienze italiane e francesi hanno dimostrato l’utilità dei “label” territoriali per rafforzare le politiche di conservazione e valorizzazione.
  • Le linee guida per i piani di gestione individuano due strumenti fondamentali per una loro effettiva ed efficace attuazione: l’esistenza di un sistema di monitoraggio e di una struttura dedicata alla gestione. Tuttavia, in buona parte dei piani già approvati, tali aspetti non trovano adeguata attuazione, rendendo privo di significato l’intero impianto.

Da qui, dunque, nasce l’ipotesi di un marchio per la valorizzazione dei territori italiani di eccellenza che, partendo dall’esperienza dei siti Unesco italiani con cui si è già molto lavorato, possa essere utilizzato per altri territori con analoghe qualità.

L’obiettivo resta sempre lo stesso: stimolare la consapevolezza degli attori locali nei confronti dei valori patrimoniali del loro territorio in vista della più ampia condivisione delle politiche di tutela. Le strategie per il raggiungimento di tale obiettivo sono collegate ai temi dello sviluppo sostenibile con la definizione di standard misurabili da perseguire e mantenere nel tempo.

Dunque si intende perseguire non un’ottica di tipo commerciale, al fine di generare profitti per singoli o per alcune categorie, ma promuovere condizioni di sviluppo in grado di migliorare la qualità della vita delle popolazioni. Il coinvolgimento dei privati, delle imprese locali ed in particolare quelle connesse al turismo, degli agricoltori ed artigiani può comportare uno stimolo fondamentale per la continuità dell’azione, compensando l’impegno a fasi alterne delle amministrazioni pubbliche.

L’obiettivo che è stato chiesto di perseguire ai responsabili della ricerca era quello di valutare la possibilità di promuovere e coordinare un processo dinamico da attivare in territori che abbiano come specifico requisito una forte identità culturale legata alla presenza di un patrimonio materiale ed immateriale diffuso di particolare qualità.

La ricerca e l’analisi svolta hanno definito nel dettaglio i contorni di una possibile iniziativa del Ministero volta all’istituzione di uno specifico marchio di qualità. Tale marchio verrebbe assegnato e gestito dal MiBACT sulla base di valutazioni collegate all’efficienza della governance dei processi di sviluppo connessi alla “mission” del marchio ed all’attuazione di politiche di controllo delle trasformazioni territoriali, nell’ottica della conservazione dei valori paesaggistici e della qualità degli interventi contemporanei. Parallelamente, il marchio dovrebbe costituire un mezzo per promuovere lo sviluppo economico dei territori in un’ottica di qualità. Infine, l’assegnazione del marchio dovrebbe essere sottoposta a revisioni periodiche per verificare la permanenza nel tempo dei livelli di qualità predeterminati.

Il gruppo di ricercatori, coordinato da Walter Santagata, nelle pagine di questo volume presentano i risultati della ricerca attuata in collaborazione con le strutture del MiBACT e con alcuni siti Unesco campione. Questi risultati sono incoraggianti, in quanto definiscono la fattibilità dell’ipotesi iniziale intorno alla quale si è sviluppato il lavoro.

Esprimo il mio augurio che si manifestino ora le necessarie volontà politiche per dare seguito alle proposte rappresentate in questo lavoro. Proposte che potranno trovare un terreno ancora più propizio dopo la fusione (successiva alla conclusione della ricerca) in un unico Ministero delle competenze sul patrimonio culturale e sulle politiche turistiche.

Manuel Roberto Guido

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