Amnesty e i diritti

Pubblicato il 23 febbraio 2017

I diritti umani nel 2016, Amnesty: situazione da anni Trenta

«Gli esponenti politici che brandiscono la retorica deleteria e disumanizzante del “noi contro loro” stanno creando un mondo sempre più diviso e pericoloso». Così, senza troppi giri di parole, Amnesty International esordisce durante la presentazione annuale del Rapporto 2016-2017 a Roma, in contemporanea con le altre capitali del mondo, sullo stato dei diritti nel nostro Pianeta.

Un messaggio corale che indica come discorsi intrisi di xenofobia e populismo abbiano alimentato la cultura dell’odio, permettendo che si calpestassero anche i diritti umani fondamentali, specie nei confronti dei più deboli. Salil Shetty, segretario generare di Amnesty, parla «di livelli di odio e paura che non si vedevano dagli anni Trenta dello scorso secolo», e aggiunge: «Un numero elevato di politici sta rispondendo ai legittimi timori nel campo economico e della sicurezza con una pericolosa e divisiva manipolazione delle politiche identitarie allo scopo di ottenere consenso».

Un discorso che si rivolge ai leader mondiali, a partire dal neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, senza dimenticare le politiche sciagurate del primo ministro ungherese Viktor Orbán, per poi passare al presidente turco Erdogan e anche a quello delle Filippine, Duterte. Tutti questi personaggi «spacciano vergognosamente la pericolosa idea che alcune persone siano meno umane di altre, privando in questo modo interi gruppi di persone della loro umanità. Così si rischia di dare via libera ai lati più oscuri della natura umana», ha tuonato Salil Shetti.

Amnesty International condanna duramente le odierne politiche perché colpevoli di importanti passi indietro per quanto riguarda lo stato dei diritti umani, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Basti pensare a come nel 2016 i bombardamenti sugli ospedali siano diventati una prassi comune in Siria oppure nello Yemen, con un numero incredibile di rifugiati in cerca di salvezza e invece rimandati indietro da troppi governi, indifferenti all’umana sorte. Un comportamento, ricorda Amnesty, che riporta tristemente alla mente quanto avvenne in Rwanda e Srebrenica, nel 1994 e 1995.

Secondo l’Organizzazione, nell’ultimo anno sono stati 36 i Paesi che hanno violato il diritto internazionale, proprio respingendo illegalmente i rifugiati in pericolo. Paesi democraticissimi come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, e comunque L’Unione Europea, firmataria di un accordo «illegale e irresponsabile» con la Turchia allo scopo di rimandare indietro i rifugiati, vittime di un contesto insicuro e con guerre in corso.

Amnesty International non risparmia neanche l’Australia, colpevole delle troppe sofferenze inflitte ai rifugiati intrappolati a Nauru e sull’isola di Manus e ricorda la delicatissima questione dell’America Centrale in cui la violenza ha raggiunto i massimi livelli storici, con Messico e Usa che continuano imperterrite con le loro politiche di espulsione. Neanche a dirlo, condannate senza possibilità di appello la Cina, l’Egitto, l’Etiopia, l’India, l’Iran, la Thailandia e la Turchia per un numero altissimo di repressioni.

La cosiddetta «politica dell’uomo forte» ha fomentato, peraltro, la diseguaglianza di genere e la discriminazione contro la comunità Lgbt.

Durante la presentazione del rapporto, Amnesty International ha lanciato un accorato appello alle persone provenienti da ogni parte del mondo invitandoli a «resistere ai cinici tentativi di rimettere in discussione diritti umani consolidati da lungo tempo» e di schierarsi invece a favore di quegli attivisti che ogni giorno lottano contro governi dittatoriali, ricordando peraltro come in molti abbiano perso la vita per questo. È il caso dell’attivista honduregna Berta Caceres, il cui omicidio è ancora impunito, dei giornalisti e degli esponenti delle comunità Oromo in Etiopia, e di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso nell’Egitto di Abdel Fattah al Sissi, sulla cui morte persiste l’ombra degli apparati della sicurezza nazionale.

Per Amnesty il 2017 dovrà essere l’anno della solidarietà globale e della mobilitazione dell’opinione pubblica per «difendere coloro che sfidano i poteri e difendono i diritti umani, spesso considerati dai governi una minaccia allo sviluppo economico, alla sicurezza o ad altre priorità». Salil Shetti invita ad avere coraggio, e ricorda: «In tempi bui sono state le singole persone a fare la differenza, dal movimento per i diritti civili negli Usa a quello anti-apartheid in Sudafrica, dai gruppi per i diritti delle donne a quelli per i diritti delle persone Lgbt. Mentre iniziamo il 2017, il mondo si sente insicuro e impaurito davanti a un futuro tanto incerto. Ma è proprio in questi momenti che abbiamo bisogno di voci coraggiose, di eroi comuni che si oppongano all’ingiustizia e alla repressione. Nessuno può sfidare il mondo intero ma ognuno di noi può cambiare il proprio mondo».

 

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