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A proposito del vergognoso titolo di “Libero” sulla sindaca di Roma

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di Francesco Lo Piccolo.

“Non leggo “Libero”, già il nome mi sembra incredibile e un po’ truffaldino. Libero da cosa? Dall’essere omologato agli altri giornali? Libero nel linguaggio così da poter tranquillamente usare parolacce e oscenità e ignorare buon senso, educazione, rispetto? Libero dai poteri forti come se non rappresentasse alcun potere? Per piacere, non scherziamo con le parole e non prendiamoci in giro.

Nelle dittature – scriveva il grande Ryszard Kapuscinski – ci si serve della censura, nelle democrazie della manipolazione. E perché la manipolazione funzioni e arrivi a segno con successo, che c’è di meglio di un foglio… “libero”? Che c’è di meglio del megafono, delle parolacce e delle offese? E qualcuno inorridiva per le vignette di Charlie Hebdo! In confronto a “Patata bollente”, a “La vita agrodolce di Virginia Raggi”, e a quell’altra perla di qualche tempo fa che era “ Bastardi islamici”, quei francesi sono per me delle educande.

“Solo un titolo” contrattacca Vittorio Feltri. Di nuovo l’inganno. Quello che è apparso tre giorni fa sulla prima pagina di “Libero” per me non è affatto un titolo. Magari fosse soltanto un titolo. Qui c’è l’uso della parola come una pietra che viene lanciata con l’intenzione di fare del male, per un vantaggio, per raggiungere un determinato risultato. Magari anche solo per saggiarne l’effetto. In tutti i casi per colpire quello che è considerato il nemico. Per interessi di parte. Costi quel che costi. Poi, se non funziona, si può sempre correggere o smentire. Una giustificazione, anzi una scusa – anche se poi non accade quasi mai – è sempre pronta.

Parole come pietre che costruiscono uno spazio e delimitano un’area. Come in una partita di football o di rugby rappresentano il terreno conquistato alla squadra avversaria. Oggi si può dire patata bollente, domani si potrà scrivere puttana. Come ieri si scriveva ebrei, poi si è passati a scrivere sorci.

No, non è solo un titolo. E’ un’altra linea di confine grazie alla quale si sdoganano comportamenti prima impensabili, soprattutto si annullano le più elementari regole della convivenza e della tolleranza. In definitiva si abbattono e si perdono diritti. Quei diritti per cui nessuno può essere giudicato e discriminato per sesso, religione e razza. Diritti ormai venuti meno in nome della sicurezza, dell’ordine, dell’Europa e dei mercati. Al punto che oggi è “normale” e plausibile fare un Daspo e dunque vietare gli accessi nelle aree di pregio a poveri e mendicanti, o addirittura aumentare i tempi massimi di detenzione per i richiedenti asilo che passano dagli attuali 90 giorni a 135 e al tempo stesso farli lavorare gratis prima di essere “rimpatriati”. Come pure diventa normale sentire un giudice che praticamente equipara un transessuale a una prostituta. Senza dimenticare i continui muri che qua e là nel mondo continuano ad essere invocati. Da giornali appunto “liberi” che non fanno titoli, ma –  come scriveva Ryszard Kapuscinski – manipolazione.

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