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Due parole sul discorso del presidente

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Ho ascoltato con attenzione il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica e ne sono rimasto colpito. Poi ho letto i commenti degli esponenti delle diverse forze politiche e sono stato assalito dal dubbio di non aver compreso a fondo le affermazioni di Mattarella. Sono tornato a riflettere sul testo del suo intervento. No, non avevo frainteso le sue parole. A mio avviso siamo di fronte a un discorso importante, forte, che con toni pacati e rassicuranti pone sul tappeto questioni identitarie e gravi problemi irrisolti.

Soffermiamoci sulle prime. Il presidente ha utilizzato parole che mi hanno fatto sentire “a casa”.  A partire dall’affermazione che “il nostro Paese è una comunità di vita”, espressione che caratterizza l’intera prima parte del discorso. Il suo pensiero si rende ancor più esplicito quando sostiene che “questo senso diffuso di comunità costituisce la forza principale dell’Italia, anche rispetto alle tante difficoltà che abbiamo di fronte. La comunità, peraltro, va costruita, giorno per giorno, nella realtà”. Per una volta le Istituzioni non parlano di loro stesse, non parlano “della politica e per la politica”, ma si rivolgono al Paese. “Ho incontrato tante donne e tanti uomini”. Ci sono “tante persone – ragazzi, giovani, adulti, anziani” che “svolgono con impegno il proprio dovere”. Persone che si trovano insieme per condividere sofferenze e gioie. Il riferimento alla comunità, se non banalizzato, non è questione di poco conto. Non confondiamolo con un astratto riferimento ai “buoni sentimenti”. Si “costruisce” comunità attorno al terremoto e alla ricostruzione, con le missioni di pace e le organizzazioni non governative; si “costruisce” comunità non cedendo alla paura del terrorismo, battendosi contro gli infortuni sul lavoro, riconoscendo personalità che assumono un valore simbolico perché tengono insieme coraggio, determinazione, competenze, vitalità. In questo “Pantheon” Mattarella cita chi è stato strappato alla sua comunità come Giulio Regeni, Valeria Solesin, Fabrizia Di Lorenzo e chi ogni giorno opera nel cuore della comunità, come la Protezione Civile, i Vigili del Fuoco, le Forze di Polizia, i nostri militari nelle missioni di pace, i tanti volontari. Mi piace pensare che, con queste parole, Mattarella abbia voluto dire alle Istituzioni e alla politica: attenzione, questo è il Paese, questa è la nostra Comunità, qui c’è da imparare; se, insieme, vogliamo recuperare credibilità e fiducia dobbiamo tornare a frequentare queste persone e a condividerne preoccupazioni e speranze.

In questo contesto di grande efficacia è anche il ripetuto richiamo all’ascolto. “Le difficoltà, le sofferenze di tante persone vanno ascoltate, e condivise”. E ancora: “sarebbe un grave errore sottovalutare le ansie diffuse nella società”. In una fase in cui tutti si preoccupano solo di affermare e affermarsi, di comunicare, di “imporre”, un richiamo all’ascolto è fondamentale. Un ascolto che sia, al contempo, comprensione e assunzione di responsabilità verso le pressanti “domande sociali, vecchie e nuove, decisive per la vita di tante persone”.

Ancora, tutt’altro che scontato è il richiamo alla coesione sociale. “Abbiamo, tra di noi, fratture da prevenire o da ricomporre”: Nord e Sud, città e aree interne, centri e periferie, occupati e disoccupati, lavoro femminile e lavoro maschile. Il richiamo forte è al superamento delle diseguaglianze, delle marginalità, dell’insicurezza. La ricerca della coesione sociale richiede una scelta di campo né semplice né scontata.

Egualmente incisivi i riferimenti al lavoro “con la sua giusta retribuzione”; alle donne, parlando di lavoro femminile, di femminicidio e ricordando i settantanni dalla conquista del diritto al voto; all’accoglienza dei migranti e alla tutela delle comunità locali che li ospitano.

Un’attenzione particolare Mattarella dedica ai giovani nell’ultima parte del suo discorso. Anche in questo caso il presidente usa espressioni chiare, sobrie, efficaci, evitando cadute retoriche e concessioni al catastrofismo. Abbiamo un problema serio che può essere affrontato solo con molto rigore. Non sta al presidente fornire indicazioni operative; a lui, semmai, compete il compito di richiamare l’attenzione ai giusti termini della questione, suggerendo un approccio che, prima di ogni altra cosa, parli il linguaggio della verità e consideri i giovani protagonisti della vita del Paese e non oggetti di terapie compassionevoli.

Per questi motivi torno a dire che il discorso di Mattarella mi ha fatto sentire “a casa”. Mi sono sentito parte di una Comunità, con infiniti problemi ma con grandi capacità ed energie. Ho ascoltato nomi e storie per le quali ho pianto e ho sperato nel corso dell’anno trascorso. Mi ha convinto l’agenda delle questioni sul tappeto e la concretezza dell’approccio. Sono certo che molti degli esponenti politici che hanno ostentato apprezzamento, in realtà, abbiano masticato amaro. Ma non è questo l’importante. Spero, invece, che molti cittadini abbiano trovato nelle parole di Mattarella stimoli per un rinnovato impegno civile per la Comunità cui, insieme, apparteniamo.

 

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