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Trip Therapy: l’avventura di Claudio

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L’approfondimento di oggi dedica spazio all’avventura di Claudio Pelizzeni, 34 anni, che abbandona il lavoro per inseguire la sua passione e il suo sogno. Un viaggio senza aerei, con un budget limitato e uno scomodo compagno di viaggio: il diabete.

Intendiamo raccontare questa esperienza perché Claudio ha lanciato “Trip Therapy”, una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Eppela per finanziare il documentario di questo viaggio, attraverso i confini e le frontiere, il contatto con le culture e le popolazioni, le relazioni con le realtà locali e dimenticate.

A fine marzo 2014 Claudio ha iniziato ad inseguire concretamente il suo sogno, si è licenziato e ha lasciato tutto per inseguire le sue passioni. Partito il 4 maggio con un primo obiettivo ambizioso, raggiungere gli antipodi dell’Italia: l’Australia. Qui riordina le idee e attraversa l’Oceano Pacifico mediante un cargo mercantile con lo scopo di iniziare a vivere il continente americano, con stop in Sudamerica per un appuntamento speciale. Ad oggi, Claudio ha visitato 36 Paesi tra Europa, Asia, Oceania, Americhe, e percorso più di 200.000 chilometri. L’ultima tappa della sua avventura è il continente africano e la magnificenza della sua natura.

Il documentario che verrà realizzato racconterà Claudio attraverso ricordi, emozioni, sensazioni e difficoltà, dimostrando quanto il diabete non sia un limite insuperabile e che l’essenza più pura del viaggio va oltre i problemi personali.

Mancano 40 giorni per raggiungere il goal. La campagna di raccolta fondi potrebbe eccedere la somma necessaria. Ogni quota in surplus sarà destinata alla ONLUS italiana in Nepal HUMAN TRACTION, che ha bisogno di gestire un orfanotrofio nella Kathmandu Valley.

Riportiamo uno dei frammenti di racconto di Claudio: se la nostra esistenza si svolge all’insegna della ricerca della felicità, forse poche cose meglio dei viaggi riescono a svelarci le dinamiche di questa impresa.

“Un cielo turchese come solo certe mattine di marzo. Montagne che si ergono come pinnacoli dalla giungla. Un fiume, il Mekong, così importante da non sembrarlo affatto quando ti siedi sulle sue rive ad ammirarne il tramonto. Cascate a gradini, con acqua azzurra e pura, in mezzo ad una natura rigogliosa. Caverne spettacolari che volgendogli le spalle aprono delle vedute incredibili sul territorio circostante. E poi ancora templi, stupe e infinite statue di buddha, dovunque. I monaci vestono color zafferano e arancione e al mattino, prima dell’alba, li puoi vedere raccogliere le offerte della popolazione locale.

Questa meravigliosa cartolina è il Laos, Paese letteralmente incastrato tra tutti gli altri del sud-est asiatico, l’unico senza sbocchi sul mare. Ex colonia francese, ha mantenuto certe buone influenze dei transalpini.
È facile trovare baguette ripiene per strada in mezzo a banchetti di noodles e zuppe. I giardini e i parchi sono molto ben curati e trovare qualcosa del genere in Asia è molto difficile. Ovviamente è una meta molto battuta dai turisti francesi stessi.

Arrivo nella capitale Vientiane nel pomeriggio e ad attendermi un gustoso mercato notturno sulle rive del fiume dove è possibile assaggiare di tutto. Gli alloggi sono piuttosto cari e così dopo oltre sei mesi torno in ostello. L’atmosfera è elettrizzante e conosco persone da ogni dove: neozelandesi, australiani, francesi, americani e brasiliani.

In tanti si meravigliano per la mia avventura e così recupero diversi contatti per il resto del mio giro del mondo.
La capitale è una città molto vivibile, ricca, in pieno boom economico, ma dai ritmi particolarmente compassati, specchio perfetto del popolo laotiano. Purtroppo gran parte di templi e monumenti sono andati distrutti così ripiego sull’arco di trionfo, il Patuxai, costruito dopo la lotta per l’indipendenza dal colonialismo francese. Piuttosto ironico erigere un monumento così simile a quello parigino nei campi Elisi per celebrarne la cacciata. Volgo verso il tempio dorato, simbolo della città e ciò che più mi colpisce è la scarsa presenza di turisti. Godo enormemente a poter visitare questi luoghi in tranquilla solitudine.

L’appuntamento più importante non è tuttavia a Ventiane, bensì più a nord, a Luang Prabang. Già dall’India avevo sentito parlare di questo posto da tanti viaggiatori e così il giorno seguente sono già in viaggio.
Le strade in Laos sono peggio di quelle nepalesi e il viaggio è un incubo sennonché dopo circa cinque ore mi si apre una veduta incredibile: le montagne laotiane. Sono meravigliose, si ergono imponenti dalla giungla rigogliosa e resto ipnotizzato per il resto del viaggio. Ogni tanto scorgo dei puntini dorati tra le rocce e la giungla. Sono templi e stupe buddiste; qui il buddismo è molto importante e nonostante la vicinanza con la Cina non ne è stato influenzato nelle scelte architettoniche.

L’arrivo a Luang Prabang nella notte è un’amara sorpresa. Immaginavo un villaggio popolato da monaci e backpackers e mi ritrovo una cittadina dotata di ogni confort e resort. I prezzi sono alle stelle e fatico non poco a trovare una stanza economica. Per le strade suv e macchinoni, minivan di ultima generazione con a bordo turisti da Mar Rosso.

Il giorno dopo trovo subito un ostello e rientro nel mio piccolo mondo da viaggiatori zaino in spalla. Parlando capisco che Luang Prabang sta vivendo uno sviluppo turistico esponenziale e che recentemente hanno aperto addirittura un golf club.

I backpackers stanno scomparendo poiché i prezzi sono in rapida ascesa.
Non mi abbatto, d’altronde sono conscio che qui posso trovare alcuni dei più belli scenari di tutto il sud-est asiatico. Faccio gruppo con dei ragazzi svizzeri e inglesi, così visitiamo le caverne dei mille buddha e le cascate di Guang Si.

Se le caverne sono spettacolari, ma troppo affollate, la stessa cosa non si può dire delle cascate.
Occorre farsi furbi ed evitare gli orari dei gruppi organizzati, così quando arriviamo il flusso delle persone è inverso a noi.

Davanti ai miei occhi la cartolina più bella di tutto il sud-est asiatico. È sicuramente sul podio dei posti più spettacolari di questo giro del mondo.

Tante piccole terrazze di acqua azzurra in mezzo ad una fitta vegetazione. Sembra di essere in un film, è tutto troppo bello per essere vero. Non resisto, mi tuffo dopo pochi minuti spesi a fare video e foto. Voglio immediatamente mordere quel paradiso. L’acqua è gelata ma la sensazione è rigenerante. Come un bambino mi butto sotto le cascate. Nuoto, passeggio sui questi terrazzi naturali, mi lascio cullare dalla corrente.
Sta per tramontare il sole e mi sento nuovamente felice. Quella felicità che solo la natura mi può dare, il perfetto equilibrio in un quadro d’autore”.

 

Grazie Pet
Vado al museo

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