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Pubblicato il 19 ottobre 2016

La nuova Legge sul caporalato, pene più severe per gli sfruttatori

Ieri la Camera ha approvato in via definitiva la nuova Legge contro il fenomeno del caporalato, fortemente voluta dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Ottenuta l’approvazione del Senato, Montecitorio ha ora dato il via libera alle norme che prevedono la detenzione fino a 6 anni per chi si rende protagonista di episodi di sfruttamento nell’agricoltura. Con 346 voti a favore, nessun contrario e astensioni da parte di Forza Italia e Lega Nord, il provvedimento entra dunque in vigore modificando la precedente normativa.

Diverse le novità: pene più severe per chi sfrutta i lavoratori e una maggiore responsabilità attribuita al datore di lavoro, controllo giudiziario sull’azienda che però non fermerà l’attività agricola e semplificazione degli indici di sfruttamento che risulteranno quindi meglio definiti e inquadrati dalla normativa stessa. Altro punto interessante della nuova Legge è l’inserimento della confisca dei beni – esattamente come avviene con le organizzazioni della malavita organizzata -, insieme all’arresto in flagranza e la responsabilità che ora viene estesa anche agli enti.

L’inasprimento della pena consiste nella reclusione da un minimo di uno a un massimo di sei anni per l’intermediario e per il datore di lavoro. Là dove ai fatti siano legate azioni violente, intimidazioni e minacce è prevista l’estensione della pena da 5 a 8 anni, senza dimenticare la succitata introduzione dell’arresto in flagranza. Per quanto riguarda l’indice di sfruttamento, la Legge è piuttosto chiara e si riferisce a salari inadeguati, straordinari non retribuiti, violazione delle norme di sicurezza nei luoghi di lavoro, compresi sorveglianza e alloggi adeguati.

E le vittime? Ci saranno indennizzi per loro, direttamente dal Fondo antitratta. Si tratta di una decisione coerente, evidentemente, percepire le vittime del caporalato come quelle di una vera e propria tratta umana. Tanto più che spesso le condizioni in cui versano i malcapitati, sono le stesse in cui vivono donne o minori costretti a prostituirsi. A ciò si aggiunga che esiste una comunanza di modi e mezzi tra le due odiose pratiche.

Naturalmente molto soddisfatto il ministro Martina che, partendo dall’affermazione che sulla dignità non si tratti, sottolinea l’importanza di poter contare ora su strumenti importanti per portare avanti una battaglia quotidiana. Senza contare le ricadute in termini positivi per esempio tutelando chi, lavorando onestamente, è costretto a subire la concorrenza sleale di figuri che approfittano della disperazione umana allo scopo di arricchirsi.

 

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