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Io e quel 26 settembre del 44. Ricordare, per essere umani

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di Francesco Lo Piccolo.

Tre giorni fa era il 26 settembre. Ed è una data che dovrebbe essere ricordata. Perché segna un brutto momento della nostra storia, della mia storia, perché i miei nonni sono di Bassano del Grappa e proprio il 26 settembre  del 44 Bassano del Grappa vide e visse il terrore. Ne avevo già scritto anni fa e ripropongo qui il mio pensiero e le foto di quei fatti.

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Innanzitutto le foto. Non so come i miei nonni e i miei genitori vennero in possesso di quelle foto. So solo che in casa nostra ci sono sempre state. Mio fratello le portò anche al liceo e le utilizzò per una ricerca sul fascismo. Poi tornarono nei cassetti di casa, dimenticate, ma non del tutto: da bambino quando andavamo a Bassano del Grappa mio padre mi portava a vedere gli alberi sul viale dei Martiri. Ricordo bene quei lecci che si affacciavano sulla valle più sotto. Sul tronco di ciascun albero era stata messa una targa con foto e nome. Trentun nomi, trentun giovani uccisi dalle SS e dai fascisti. Erano giovanissimi, appesi a dei cappi realizzati con i fili del telefono, le mani legate dietro alla schiena, un cartello con scritto “bandito”. E giovani erano anche i fascisti italiani della Guardia nazionale repubblicana che aiutarono i soldati tedeschi a infilare le teste delle vittime dentro i cappi. Qualcuno era alto, con le punte dei piedi riusciva a toccare per terra e allora questi volontari intervenivano tirandoli per i piedi perché il cappio facesse il suo dovere. Per tanti fu una agonia lunghissima. Restarono appesi un giorno e una notte e un altro giorno: monito ai partigiani o a chi solo pensasse di ribellarsi ai nazifascisti. I carnefici invece festeggiavano al Caffè Centrale e all’albergo del Cardellino.

I soldati tedeschi responsabili del rastrellamento e dell’eccidio non furono mai processati; i militi della Legione Tagliamento, le Brigate Nere di Vicenza e di Treviso e gli altri repubblichini che li avevano affiancati, furono invece processati nei tribunali militari e civili, condannati e presto rimessi in libertà grazie alle amnistie. Le foto mostrano alcuni impiccati lungo il viale e nelle vie vicine che portano in Valsugana. Forse alcune di queste foto sono già note, ma il ricordo di quella strage sembra un po’ dimenticato. Anche se non da tutti: gli storici Lorenzo Capovilla, Federico Maistrello e Sonia Residori dell’Istituto per la Storia della Resistenza della Marca Trevigiana e di Vicenza e dell’istituto di Vicenza Gallo hanno trovato una dichiarazione del ’46 di Alfredo Perillo, ufficiale di collegamento della Rsi con i tedeschi durante la guerra, nella quale scriveva che “l’ordine dell’impiccagione venne dato dal tenente Andorfer”. Altre indagini avrebbero poi scoperto l’identità dell’autore materiale della strage, tale Karl Tausch. Specializzato nell’antiguerriglia, Karl Franz Tausch all’epoca aveva 22 anni, ed era vicebrigadiere delle SS sotto Herbert Andorfer, tenente di stanza a Roncegno in Trentino. L’ordine di uccidere civili e partigiani (30 persone per paese) era arrivata dal comando, ma chi organizzò materialmente l’ordine sarebbe stato Tausch. Complessivamente in quei giorni vennero uccise, impiccate e fucilate, oltre 200 persone.

Nel suo romanzo “La tana dell’odio”,  Giovanni D’Alessandro dice così: “ Scrivere, evocare, raccontare, far sapere, ammonire, tentare di farsi argine”. E lo fa dire al sopravvissuto a una strage in Serbia del  ’92 che aggiunge: “Voi che dimenticate ogni volta, giratevi…per conservare i ricordi…per riconoscere l’odio al suo primo stanarsi…”.

Per tornare ad essere umani, specialmente oggi quando i diritti delle persone continuano ad essere calpestati e violati. Come quel 26 settembre del 44. Come oggi. Come ogni giorno in tante parti del mondo.

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