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Minori non accompagnati: le responsabilità del nostro Paese (prima parte)

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A fine di luglio, secondo l’UNHCR, sono sbarcati in Italia 13.705 minori non accompagnati, più di quelli arrivati nell’intero 2015 (12.360 bambini). Per loro l’Italia è diventata davvero porta d’Europa: il 15% degli arrivi, infatti, è di minori non accompagnati.

E non è tutto.Molti di loro si ritrovano confinati per un tempo indeterminato in centri da cui non possono uscire, costretti a vivere in alloggi inadeguati e insicuri, senza informazioni sui loro diritti. Altri hanno parenti in altri Paesi europei e non vogliono fermarsi in Italia. Inevitabili le conseguenze. In diversi fuggono dai centri di accoglienza e si ritrovano a vivere per strada, trovandosi così esposti a rischi ancora maggiori. Un quadro che mette in evidenza l’inadeguatezza dell’approccio europeo e italiano al fenomeno migratorio”. Questa la situazione ricostruita nell’OXFAM MEDIA BRIEFING pubblicato ieri.

Nel documento si alternano dati, analisi e testimonianze. Considerata la rilevanza dell’argomento abbiamo scelto di pubblicare il testo integrale in due parti. Lo facciamo nella pagina dedicata alla responsabilità sociale, perché se è necessario chiedere alle imprese e alle organizzazioni di esplicitare gli impegni assunti verso la comunità e di rendicontare i risultati raggiunti, tanto più è necessario chiedere al nostro Paese di assumere precise responsabilità per migliorare il sistema di accoglienza dei minori non accompagnati.

L’Italia in Europa si è fatta paladina delle ragioni della solidarietà e dell’accoglienza dei rifugiati, ha preteso risorse e mezzi, ha chiesto precisi impegni da parte di ciascun Paese. Per queste ragioni non può sfuggire alle proprie responsabilità dando efficienza e funzionalità al sistema di accoglienza. Le testimonianze raccolte da Oxfam raccontano storie che non avremmo mai voluto ascoltare, storie che feriscono la nostra sensibilità e, ancora una volta, pregiudicano la credibilità del nostro Paese. Si può essere inflessibili e rigorosi con gli altri solo quando lo si è in primo luogo con sé stessi. Per l’appunto, è una questione di responsabilità.

Grandi speranze alla deriva

A un anno dal ritrovamento del corpo del piccolo Aylan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, bambini e ragazzi continuano a morire nel Mediterraneo: sono ben 140 nei primi 7 mesi del 2016 (Missing Migrants Project, IOM), quasi tutti lungo la rotta del Mediterraneo Centrale. Quella che porta in Italia. Per i minori che arrivano, soli e senza punti di riferimento, troppo spesso la realtà è fatta di privazioni materiali, diritti negati, accoglienza improvvisata che rende impossibile una vera integrazione.

Un anno fa la foto del piccolo Aylan Kurdi, un bambino siriano ritrovato morto su una spiaggia turca in seguito al naufragio della barca su cui viaggiava con la famiglia verso l’Europa, fece il giro del mondo. L’Europa e la comunità internazionale gridarono all’unisono “mai più”. Oggi, bambini e adolescenti continuano ad annegare lunga la rotta migratoria più pericolosa del mondo, che conta ben 2742 (Missing Migrants Project, IOM) morti dall’inizio dell’anno, l’86% di tutti i migranti scomparsi mentre cercavano di raggiungere una vita migliore. È la rotta del Mediterraneo Centrale, quella che dal Nord Africa (principalmente Libia, Tunisia ed Egitto) porta in Italia.

I minori che, sopravvissuti a viaggi terribili, arrivano sulle coste siciliane, spesso si trovano in situazioni inaccettabili: disinformati sui loro diritti, oggetto di minacce e di privazioni, non supportati dai professionisti specializzati che la legge prevede, messi sulla strada appena compiono 18 anni. Le testimonianze di Oxfam e dei suoi partner in Sicilia.

Il contesto: i minori in arrivo.

Nel 2016 si è registrato un forte incremento degli arrivi di minori stranieri non accompagnati: secondo i dati UNHCR, dal 1 gennaio 2016 ad oggi, ben il 15% di tutti i migranti arrivati in Italia è rappresentato da bambini e ragazzi che viaggiano soli. Questi dati seguono un trend globale, secondo cui il numero di minorenni soli all’interno dei flussi migratori è in costante aumento: gli ultimi dati disponibili stimano che circa la metà di tutti i rifugiati a livello mondiale siamo minori, e che, nei paesi di destinazione, dal 4% al 15% dei richiedenti asilo siano minori non accompagnati (UNHCR, 2016).

Con il termine minori stranieri non accompagnati si indicano i minorenni migranti privi di assistenza o rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti: di fatto, ragazzini, a volte bambini, che compiono da soli l’estenuante viaggio che dai loro paesi di origine li porta in Italia. Per alcuni, solo la prima tappa di un percorso che, nelle loro intenzioni, deve proseguire verso altre destinazioni. Le motivazioni alla base sono ampie e complesse, e comprendono minori in fuga da guerre, conflitti, insicurezza diffusa, impoverimento economico e depauperazione delle loro reti familiari e sociali (Save The Children, 2014; Giovannetti, 2008; Amnesty International, 2015; Rapporto ANCI, 2016).

I minori non accompagnati in Italia.

In Italia, ormai quasi esclusivo punto d’arrivo dei flussi migratori diretti verso l’Europa, dopo la chiusura della rotta balcanica e l’accordo tra Unione Europea e Turchia, al 31 luglio 2016 erano sbarcati 13.705 minori soli (UNHCR, 2016) , con un incremento di più del doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (“Piccoli schiavi invisibili”, Save The Children, Luglio 2016), basti pensare che, in tutto il corso del 2015, ne erano arrivati 12.360 (Ministero dell’Interno) . Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (Dati aggiornati al 30 giugno 2016. Sono dati che riguardano tutti i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, a prescindere dal luogo d’arrivo), circa il 40% dei minori non accompagnati (quasi 4.800) si trova attualmente in Sicilia. L’attuale normativa infatti prevede che i minori soli siano automaticamente in carico ai servizi sociali dei cosiddetti “comuni di rintraccio”, cioè i Comuni in cui di fatto approdano (In agosto è stato annunciato dal Ministero dell’Interno un piano di redistribuzione di minori stranieri non accompagnati a livello nazionale, tramite l’utilizzo di 36 strutture che hanno risposto a bandi FAMI 2014-2020 (un terzo delle quali si trovano comunque in Sicilia).

“Questo è un grande problema, anche perché i Comuni di sbarco sono spesso piccoli Comuni, come Pozzallo o Augusta, che non hanno strutture e risorse sufficienti per rispondere in maniera adeguata come altre comuni più grandi, in cui, tra l’altro, gli sbarchi avvengono meno frequentemente (Augusta e Pozzallo sono i primi due porti di arrivo in Italia, con più di 26.000 persone sbarcate dall’inizio del 2016 secondo il Ministero dell’Interno)” racconta Iolanda Genovese di AccoglieRete Onlus, partner di Oxfam in Sicilia.

“I minori devono essere traferiti fuori dalla Sicilia, non è possibile che restino bloccati qua. Occorre una redistribuzione del carico in tutte le regioni italiane. La concentrazione in una sola regione aumenta le disfunzioni del sistema oltre che le speculazioni” aggiunge Paola Ottaviano di Borderline Sicilia, un altro partner di Oxfam attivo sull’isola.

Quanto al loro profilo demografico, la stragrande maggioranza dei minori soli (94,7%) è di sesso maschile, mentre il 5,3% sono bambine o ragazze. L’82,2% risulta compreso tra i 16 e 17 anni, il 10% ha dichiarato 15 anni e solo il 7,8% ha dichiarato un’età inferiore a 14 anni. Si tratta però appunto di dati basati sull’età dichiarata dai minori al momento dell’identificazione, che può non corrispondere a quella effettiva. Le nazionalità, come è consuetudine nel panorama dell’immigrazione italiano, sono fortemente parcellizzate. I gruppi più numerosi sono gli egiziani (21%), i gambiani (12,3%), gli albanesi (11,4%) (I minori albanesi rappresentano un caso particolare. Ovviamente seguono rotte diverse, arrivando principalmente attraverso l’Adriatico, e normalmente non utilizzano i canali della richiesta d’asilo), gli eritrei (7,1%) i nigeriani (6,2%) e i somali (5,2%).

Un dato importante è quello dei minori irreperibili: in altre parole, quelli scappati, per i motivi più diversi, dalle comunità di accoglienza. Nei primi sei mesi del 2016 quelli per i quali è stato segnalato l’allontanamento sono stati ben 5222 (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Sono minori di cui semplicemente si perdono le tracce. Invisibili, e per questo ancora più vulnerabili ed esposti a rischi di violenze e sfruttamento. La maggior parte sono egiziani (23,2%), somali (23,1%) e eritrei (21,1%).

Nonostante dunque l’Italia sia la destinazione “naturale” di moltissimi minori, il sistema nazionale di accoglienza si è rivelato largamente inadeguato a tutelarne i diritti. Alcune criticità presenti da tempo e mai affrontate attraverso politiche strutturali, che cercassero di ottenere un impatto di lungo periodo, descrivono forse l’unica situazione di vera emergenza legata ai flussi migratori nel nostro paese, al di là della retorica mediatica: quella di ragazzi e bambini, estremamente vulnerabili, i cui diritti non sono garantiti, e che per questo rischiano di vedere drammaticamente compromesso il loro percorso di vita.

Accoglienza temporanea, permanenza indefinita: i minori nei centri di prima accoglienza.

La prima anomalia del sistema di accoglienza per minori riguarda il prolungarsi indefinito della permanenza nelle strutture di prima accoglienza.

“Il sistema di accoglienza italiano non ha abbastanza posti per i minori non accompagnati, nonostante non si tratti certo di una novità” racconta Paola Ottaviano di Borderline Sicilia. “Il fatto che negli anni non si sia voluta trovare una soluzione fa sì che i ragazzi restino bloccati a lungo in strutture concepite per permanenze di pochi giorni, o di poche settimane, in attesa di essere trasferiti e troppo spesso finiscono per compiere 18 anni all’interno di queste strutture di transito.” (I centri di prima accoglienza per minori, previsti dal “Piano Nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari, adulti, famiglie e minori stranieri non accompagnati”, Intesa sancita in Conferenza Unificata il 10 luglio 2014, e inseriti del D.Lgs. 142/2015, sono concepiti per un’accoglienza massima di 60 giorni).

I posti in seconda accoglienza, compresi nella rete SPRAR (Sistema di protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono insufficienti sia per gli adulti che per i minori: basti pensare che, a luglio 2016, appena il 14% dei richiedenti asilo presenti in Italia è ospitato in un progetto SPRAR (Ministero dell’Interno, 2016). Nel 2015, la rete SPRAR contava appena 977 posti per minori stranieri non accompagnati su tutto il territorio nazionale (Atlante SPRAR 2015). Nei primi mesi del 2016 sono usciti bandi a valere sul Fondo Europeo Migrazione e Asilo (FAMI), che dovrebbero aumentare la capacità del sistema di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati di 1000 posti complessivi, e del sistema SPRAR di 2000 posti, sempre per minori soli. Sono comunque, come appare evidente, numeri insufficienti a fronteggiare il problema.

“Qui in Sicilia sta diventando sempre più difficile trovare cooperative che vogliano aprire comunità di prima accoglienza per minori. Recentemente ci sono stati bandi, a Siracusa, che sono andati quasi deserti” dice Iolanda Genovese di AccoglieRete. “Ma è comprensibile: i pagamenti arrivano tardi, i minori non vengono mai trasferiti dopo 60 giorni, come dovrebbe essere…e ogni tanto per far fronte ai nuovi arrivi vengono inviati alle comunità 20-30 ragazzi in più della capienza prevista.”

Soprattutto quando gli sbarchi si fanno più frequenti, quindi, i minori stranieri restano bloccati nelle comunità di prima accoglienza, quando non direttamente nei centri dove è attivo l’approccio hotspot, come i CPSA di Pozzallo e Lampedusa. In attesa che si liberi un posto in seconda accoglienza. Oxfam ha già denunciato, in un precedente rapporto, le irregolarità dell’approccio hotspot (report Hotspot, il diritto negato), attivo nei centri dove si svolgono le procedure di identificazione dei migranti in arrivo. La situazione dei minori trattenuti all’interno dei centri rende ancora più intollerabile un quadro già preoccupante.

“Sono arrivato un mese fa, dopo essere stato in Sudan e per mesi in Libia” racconta Y., 16 anni, eritreo, della sua esperienza al CPSA di Pozzallo. “Al mio arrivo sono stato chiuso in uno stanzone con centinaia di altre persone, molti della mia età, altri più grandi. C’erano anche donne e bambini. Mi hanno dato un cambio di vestiti ed una scheda telefonica, dicendo che sarei stato trasferito presto in un centro per minori. È passato un mese e sono ancora qui.”

Come già denunciato, i centri in cui è attivo l’approccio hotspot non trovano base giuridica in nessuna normativa nazionale. La permanenza massima può essere indicata in 48/72 ore (Rifacendosi all’unica normativa attualmente disponibile sull’argomento, il DPR 394/99, che regola il trattenimento nei Centri di Identificazione e di Espulsione). I beni forniti ai migranti sono calibrati dunque sulla brevissima accoglienza: un solo cambio di vestiti, un paio di ciabatte, una tessera telefonica da 5 euro. Ma per i minori che restano 3, 4, 5 settimane bloccati in un centro, questo significa non potersi cambiare mai i vestiti, nemmeno la biancheria intima, e non poter chiamare mai la propria famiglia.

Il team del progetto OpenEurope, realizzato da Oxfam in collaborazione con Borderline Sicilia e Diaconia Valdese, nell’ambito delle sue attività ha raccolto diverse denunce da parte di minorenni di età compresa tra i 15 e i 17 anni, bloccati a Pozzallo o Lampedusa per diverse settimane, che sono state depositate ai Tribunali di Catania e Agrigento. Eccone alcuni estratti:

“All’interno del centro mi hanno dato una scheda telefonica per chiamare i miei familiari, ma non mi è bastata per parlargli e dirgli che sono vivo. Ho chiesto un’altra scheda per poterli contattare, ma non me l’hanno data. Sono passate due settimane, ancora non ho potuto chiamare i miei genitori, non sanno se sono vivo o morto”. (M., 16 anni, Eritrea).

Queste strutture, inoltre, sono caratterizzate da sovraffollamento cronico, promiscuità e inadeguatezza dei servizi igienico-sanitari.

“All’interno del centro dormo in un camerone con altre 150 persone, adulti e minori, uomini e donne, di diversa nazionalità. Tutte le persone del centro dormono in un unico camerone. Alcuni dormono su un letto ma molti dormono su di un materasso direttamente sul pavimento.” (F., 15 anni, Eritrea)

“Da quando sono nel centro di Pozzallo non ho mai ricevuto un cambio delle lenzuola monouso. Dopo una settimana ho terminato i prodotti per l’igiene intima e agli operatori del centro ho chiesto anche un cambio per lavare il mio abbigliamento, ma non ricevuto nulla. Nel bagno c’è solo acqua fredda. I servizi igienici sono due, uno per gli uomini e uno per le donne, che adesso sono in tutto una quarantina.” (M., 17 anni, Eritrea)

L’approccio hotspot non è implementato solo all’interno dei centri, ma anche direttamente in banchina in molte aree di sbarco. “E nel porto di Augusta, a Siracusa, sotto le tende della Protezione Civile ci sono ragazzine che sono rimaste anche due settimane” racconta Iolanda Genovese di AccoglieRete “rendendo difficile anche una corretta presa in carico sanitaria quando ce n’era bisogno…i medici con cui abbiamo parlato ci dicevano che non potevano somministrare antibiotici in un ambiente dove ci sono 40 gradi.”

Purtroppo anche per chi viene trasferito rapidamente in una comunità di prima accoglienza per minori, non è affatto detto che le cose vadano meglio: Oxfam e i suoi partner continuano a raccogliere testimonianze di minori accolti in centri dove viene loro riservato un trattamento assolutamente inadeguato, quando non palesemente contrario agli obblighi di legge.

“Il problema è che nei centri di prima accoglienza ci dovrebbero stare due mesi, invece ci stanno anche un anno” racconta Iolanda Genovese, di AccoglieRete. “Ma questi centri non sono attrezzati per le lunghe permanenze, non gli offrono servizi per l’integrazione…non li mandano a scuola, gli insegnano poco l’italiano, li tengono senza far niente…e questi ragazzi sono frustrati, passano il tempo a dormire perché non c’è altro da fare, finiscono col deprimersi.”

Altre testimonianze sconcertanti sono state raccolte sul tema dell’effettiva libertà di movimento dei ragazzi.

“Per strada ci sono persone cattive che possono strapparvi il cuore”.

Nei centri in cui è attivo l’approccio hotspot il problema è noto: il team di OpenEurope già in maggio aveva incontrato minori trattenuti all’interno del CPSA di Pozzallo, e raccolto diverse testimonianze circa l’impossibilità per loro di uscire dal centro (report Hotspot, il diritto negato).

A Pozzallo, dopo la visita del presidente della Commissione per i Diritti Umani del Senato lo scorso maggio, la situazione appare almeno momentaneamente cambiata (i minori escono per strada e possono passeggiare fino al paese, con in mano un foglio con le loro generalità), ma da Lampedusa, ad esempio, si raccolgono notizie diverse:

“Da quando mi trovo al centro per migranti di Lampedusa riesco ad uscire soltanto da un buco della rete intorno al centro, perché dal cancello principale non possiamo uscire, né rientrare” ha raccontato, A., 15 anni, somalo, che ha presentato denuncia al Tribunale di Agrigento.

Ma testimonianze in questo senso sono state raccolte dal team di progetto anche da ospiti di comunità di prima accoglienza per minori.

“Non appena arrivati nella struttura ci hanno raccomandato di non uscire per strada da soli, dicendoci che in paese “ci sono persone cattive che possono strapparci il cuore per andarselo a vendere”. Non potevamo uscire neanche sul balcone. Era la legge del centro.” ha raccontato M., 18 anni, ora ospite nel centro di Pachino, una struttura messa a disposizione dalla Diaconia Valdese per il progetto OpenEurope. “Piuttosto che accompagnarci in ospedale se stavamo male, gli operatori ci davano loro antidolorifici, per qualunque sintomo. Avevano paura che scappassimo.”

Succede anche il contrario, nel mondo che appare sregolato delle comunità per minori. Il team di OpenEurope ha incontrato per diverse sere di seguito, nei pressi della stazione di Catania, un gruppo di circa 15 minori, di età compresa tra i 12 e i 17 anni. “Sono ospiti di una comunità che sta qui vicino” racconta Andrea Bottazzi di Oxfam, responsabile del progetto. “Nessuno li controlla, la sera escono e stanno fuori fino a molto tardi. Non sai chi possono incontrare, in questa zona della città ci sono spesso persone che cercano di reclutare manodopera per il lavoro nero, o peggio…così sono allo sbando, preda di chiunque”.

In questi contesti non stupisce che i minori siano perlopiù all’oscuro dei loro diritti. Alla domanda se qualcuno li ha informati rispetto alla possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, o al diritto di avere un tutore legale, molti cadono completamente dalle nuvole.

“Da quando siamo nel centro di Pozzallo non abbiamo mai parlato con qualcuno che ci abbia spiegato quale sia la nostra situazione in Italia o i nostri diritti. Sono venuti alcuni operatori di un’associazione che ci hanno dato del materiale per imparare l’italiano…ma nient’altro.” raccontano H., 16 anni, e M.,17 anni, entrambi provenienti dall’Eritrea, che hanno sporto denuncia tramite OpenEurope.

Anche M., 18 anni, ospite a Pachino, conferma: “Sono sbarcato ad Augusta, avevo 17 anni. Ci hanno fatto le foto, preso le impronte, fatto firmare dei documenti. Un mediatore che parlava arabo ci ha tranquillizzato, ci ha detto che non dovevamo spaventarci, per gentilezza…ma nessuno ci ha detto niente del diritto d’asilo, o di altri nostri diritti.”

Andrea Bottazzi di Oxfam racconta dell’incontro con alcuni minori ospiti di una comunità di Catania: “Gli abbiamo chiesto se hanno sentito parlare di diritto di asilo, se sanno chi è il loro tutore…assolutamente nulla…però in comunità li stanno intervistando sui motivi che li hanno spinti a partire…crediamo sia per formalizzare la richiesta di asilo, ma è chiaro che loro non sanno perché gli vengono fatte queste domande, così come non hanno capito perché hanno dovuto lasciare le impronte a Pozzallo. Non stanno capendo nulla di quello che gli succede.”

Un altro problema riguarda la scarsa sorveglianza degli enti gestori di fronte a episodi di prevaricazione, quando non di vera e propria violenza, che possono verificarsi tra gli ospiti.

D. 17 anni, eritreo, nella sua denuncia racconta: “Insieme a noi all’interno del centro di Pozzallo c’è anche un gruppo di somali maggiorenni che si comportano male con noi eritrei, picchiandoci ed insultandoci. Nonostante le nostre ripetute segnalazioni alla polizia e agli operatori del centro, i somali continuano, e nessuno fa niente.”

“Nel centro dove stavo noi egiziani eravamo solo 5, gli altri erano somali o sub-sahariani, più grandi di noi” dice A.,16 anni. “Ci picchiavano per una sciocchezza, tipo se passavamo per sbaglio davanti alla TV mentre la stavano guardando. Io alla fine sono scappato perché avevo paura di loro: dicevano che gli avevo venduto un cellulare che non funzionava, volevano farmela pagare”.

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