ualche suggestione dal prossimo workshop sull'impresa sociale che si terrà il 15 e il 16 settembre 2016 a Riva del Garda (TN) sul tema equità e sostenibilità in uno scenario diseguale. Equo e sostenibile: un’endiadi che definisce il percorso intrapreso da molte imprese sociali per contrastare fenomeni di esclusione, marginalità, sottosviluppo. Iris Network dedica la XIV edizione del Workshop sull’impresa sociale all’approfondimento dei fattori di disuguaglianza che caratterizzano le società post crisi. Elementi che sfidano le imprese sociali a declinare in modo nuovo quei principi di equità e sostenibilità che sono alla base del loro modello economico.

Pubblicato il 2 agosto 2016

Impresa sociale: equità e sostenibilità

Qualche suggestione dal prossimo workshop sull’impresa sociale che si terrà il 15 e il 16 settembre 2016 a Riva del Garda (TN) sul tema equità e sostenibilità in uno scenario diseguale.

Equo e sostenibile: un’endiadi che definisce il percorso intrapreso da molte imprese sociali per contrastare fenomeni di esclusione, marginalità, sottosviluppo. Iris Network dedica la XIV edizione del Workshop sull’impresa sociale all’approfondimento dei fattori di disuguaglianza che caratterizzano le società post crisi. Elementi che sfidano le imprese sociali a declinare in modo nuovo quei principi di equità e sostenibilità che sono alla base del loro modello economico.

Anticipazioni sul Programma in corso di elaborazione.

Disuguaglianze: il ruolo dell’impresa sociale e del Terzo settore

SESSIONE PLENARIA | giovedì 15 settembre | ore 10

La XIV edizione del Workshop sull’impresa sociale
Ridurre il divario: un’infografica su pratiche e politiche eque e sostenibili

I percorsi attraverso cui cresce l’impresa sociale sostenibile
Marco Musella (Iris Network | Università degli Studi di Napoli “Federico II”)

Disuguaglianze: il ruolo dell’impresa sociale e del Terzo settore
Keynote speech di Chiara Saraceno (Collegio Carlo Alberto, Università degli Studi di Torino)

Equo e sostenibile: un’endiadi che definisce il percorso intrapreso da una molteplicità di imprese sociali per contrastare fenomeni di esclusione, marginalità, sottosviluppo. Alcuni soggetti, come il commercio equo, ne hanno fatto un brand di successo, ma molti altri perseguono il medesimo obiettivo: ridefinire le catene di produzione del valore incorporando elementi di socialità variamente declinati e misurati attraverso indicatori sociali. Iris Network dedica la XIV edizione del Workshop sull’impresa sociale all’approfondimento dei fattori strutturali di disuguaglianza che caratterizzano le società post-crisi. Elementi che sfidano le imprese sociali a declinare in modo nuovo quei principi di equità e sostenibilità alla base del loro modello economico, contribuendo a rendere esigibili i diritti sociali in uno scenario ben diverso da quello delle origini. L’operatività di queste imprese tiene infatti in equilibrio dimensioni di uguaglianza e responsabilità: crea e distribuisce equamente beni e capabilities e, al contempo, fa in modo che queste stesse dimensioni vengono esercitate in forma cooperativa.

Nesting tra primo e secondo welfare: le sperimentazioni dell’impresa sociale

SESSIONE PARALLELA | venerdì 16|09 | ore 9
A cura di Lorenzo Bandera (Percorsi di Secondo Welfare)

Ormai da diversi anni il sistema di welfare italiano risulta soggetto a grandi pressioni che condizionano efficacia ed efficienza delle sue azioni. Da un lato i vincoli di bilancio che impongono misure di contenimento dei costi sempre più stringenti, che molto spesso vanno a colpire proprio il fronte degli interventi sociali. Dall’altro lato si registra l’evoluzione e diffusione di dinamiche sociali cui lo Stato attualmente fatica a fornire risposte. Oltre all’intensificarsi dei “rischi “tradizionali” si assiste infatti alla crescita di alcuni “nuovi rischi” che il pubblico non riesce ad affrontare adeguatamente.

In tale contesto è ancora possibile pensare allo sviluppo di un sistema maggiormente inclusivo, efficiente e capace di rispondere ai numerosi rischi e bisogni sociali, vecchi e nuovi, che contraddistinguono la nostra società? Nonostante la difficile situazione del nostro modello sociale, la diffusione di esperienze riconducibili alla sfera del “secondo welfare” fanno propendere per il si. Sono infatti sempre più numerosi e variegati gli attori che, attraverso mix di investimenti ed interventi sociali a finanziamento non pubblico, si sono progressivamente affiancati al welfare statale integrandone sussidiariamente lacune e mancanze. Offrendo così spunti, idee e soluzioni interessanti per ripensare il modello sociale italiano.

Tra i protagonisti di questo cambiamento in atto si annoverano anche tante imprese sociali che, attraverso approcci innovativi, stanno fornendo un contributo significativo per la strutturazione del un nuovo welfare italiano. La sessione intende approfondire alcune di questioni e offrire un confronto a tutto tondo con un’impresa sociale impegnata a sperimentare nuove soluzioni per affrontare le sfide sociali del nostro tempo.

La cultura come risorsa generativa per uno sviluppo sostenibile e inclusivo

SESSIONE PARALLELA | giovedì 15|09 | ore 14
A cura di Chiara Galloni (Articolture)

The Floating Piers, l’installazione di Christo sul Lago d’Iseo, e Wikimania 2016, il raduno mondiale di Wikipedia a Esino Lario, piccolo paese in provincia di Lecco, sono solo gli ultimi esempi in ordine di tempo (e di successo) che evidenziano il ruolo della produzione culturale e della conoscenza come “attrattori” di nuove opportunità (anche economiche) per lo sviluppo locale, coinvolgendo interi territori nelle loro diverse articolazioni pubbliche, private, nonprofit.

La cultura, in particolare, va sempre più in direzione “sociale”, grazie a produzioni che affrontano questioni legate ad esempio alla disabilità e all’esclusione e ad eventi di richiamo nazionale che tematizzano le proprie iniziative in questa stessa direzione. D’altro canto anche organizzazioni del “sociale” – associazioni di volontariato, cooperative e imprese sociali e altri attori del welfare socio-assistenziale e educativo – stanno progressivamente riconoscendo lo stesso valore alla produzione culturale cimentandosi con attività proprie.

Si tratta di un’evoluzione interessante, ricca di elementi innovativi: si sta costruendo, infatti, un nuovo ambito di confronto e di scambio tra realtà diverse che avviene sul piano delle pratiche, ma anche degli orientamenti di senso e, non ultimo, dei modelli gestionali. La produzione culturale può rappresentare un veicolo per restituire il carattere provocatorio dei bisogni e per favorire un protagonismo non solo formale dei beneficiari; allo stesso tempo rappresenta una delle modalità più creative e potenzialmente partecipate da mettere in campo, soprattutto se sviluppa una programmazione integrata con progetti educativi, terapeutici, di socializzazione, inclusione e sviluppo comunitario. Inoltre può rappresentare lo strumento attraverso cui le imprese sociali realizzano, nei fatti, una strategia di radicamento nei tessuti comunitari, coinvolgendo un numero crescente e variegato di soggetti economici e sociali che poi possono coalizzare intorno a concrete iniziative di sviluppo, in veste di partner operativi, finanziatori, sostenitori che legittimano il carattere di “interesse collettivo” dell’attività proposta.

In questo quadro servono strumenti adeguati per migliorare la capacità delle organizzazioni sociali di riconoscere e attivare la produzione culturale per migliorare l’efficacia e l’impatto delle proprie attività; gli stessi strumenti possono al contempo arricchire le capacità delle organizzazioni culturali per operare in contesti di welfare generativo.

‘A new community wave’: innovazione sociale e tecnologica nei territori a bassa densità di risorse

SESSIONE PARALLELA | giovedì 15|09 | ore 14
A cura di Anna Puccio (Fondazione Italiana Accenture), Giovanni Teneggi (Confcooperative Reggio Emilia)

La dimensione urbana ha ormai assunto una posizione dominante guardando non solo alla dimensione abitativa e alla produzione economica, ma più in generale a livello politico-culturale. Sono le città, metropolitane soprattutto, a dettare l’agenda del futuro attraverso modelli come la smart city che chiamano in causa, sempre più spesso, anche l’innovazione sociale oltre a quella tecnologica.

Questa polarizzazione amplifica, inevitabilmente, il divario rispetto ad aree in deficit di sviluppo, non solo dal punto di vista della dotazione infrastrutturale (trasporti, connessioni, servizi, centri produttivi), ma anche rispetto al capitale umano e alla coesione sociale.

Forse è per effetto di questo shock che in queste “aree fragili” o “aree interne” si segnalano, sempre più ricorrenti, fenomeni di innovazione sociale e di instituition building incarnati soprattutto da “imprese di comunità“. Nuove soggettività che ripristinano i processi di sviluppo facendo leva sulla rigenerazione di asset materiali e immateriali abbandonati e sottoutilizzati e, al tempo stesso, su tecnologie come monete complementari, reti energetiche, ICT e reti wifi libere che contribuiscono a dar vita a inedite “piattaforme cooperative”.

A questo complesso di tecnologie si rivolge la nuova competizione “A new community wave” promossa da Fondazione Italiana Accenture e Iris Network che ha l’obiettivo di individuare territori desiderosi di infrastrutturare, anche nel contesto digitale, un’offerta turistico-culturale capace di valorizzare risorse e competenze localizzate.

Gli indicatori sociali: quali implicazioni per la programmazione strategica delle imprese sociali?

SESSIONE PARALLELA | venerdì 16|09 | ore 9
A cura di Andrea Bassi (Università di Bologna)

Il movimento “Oltre il Pil” prende avvio dai lavori della Commissione sulla Misurazione della Performance Economica e del Progresso Sociale (CMEPSP), presieduta dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen e da Jean Paul Fitoussi, istituita nel febbraio 2008 dal Presidente della Repubblica francese Nicholas Sarkozy.

La Commissione è concorde nel rilevare che la crisi ci ha insegnato una lezione molto importante: coloro che hanno la responsabilità di guidare l’economia e le nostre società sono come “i piloti che cercano una rotta senza una bussola affidabile”. Le decisioni che essi (e noi come singoli cittadini) prendono dipendono da ciò che si misura, quanto le misurazioni sono valide e dalle modalità attraverso le quali le misurazioni vengono diffuse. Siamo quasi ciechi quando le metriche su cui si basa l’azione sono mal progettate o quando non sono ben comprese.

Mai prima d’ora, nella storia, l’uomo ha cercato di misurare tanto quanto facciamo noi oggi. Perché siamo così ossessionati con i numeri? Cosa possono davvero dirci? Troppo spesso cerchiamo di quantificare ciò che in realtà non può essere misurato. Siamo in un mondo in cui tutto è progettato solo per essere misurato. Oggi vale il motto: ciò che non può essere misurato può essere ignorato! Siamo bombardati ogni giorno da numeri che ci dicono come stiamo andando, se l’economia è in crescita o in calo, se il futuro appare luminoso o scuro. Sono l’andamento del PIL, la bilancia commerciale, la disoccupazione, l’inflazione e la fiducia dei consumatori a guidare le nostre azioni, ma pochi di noi sanno da dove questi numeri vengano, che cosa significhino e perché governino il mondo.

Il progetto per misurare il BES (Benessere Equo e Sostenibile) – nato da un’iniziativa congiunta CNEL/ISTAT e diretto da Enrico Giovannini – fa parte del dibattito internazionale sul tema “Non solo PIL”. L’idea centrale è che i parametri economici da soli non siano sufficienti per valutare il progresso delle società e dovrebbero essere integrati da informazioni sociali e ambientali e da misure di uguaglianza e sostenibilità.

Il concetto di BES sembra rispecchiare l’agire delle imprese sociali e il loro impegno economico e sociale nel territorio. Questa sessione intende proporre alcuni spunti di riflessioni sul ruolo che gli indicatori sociali possono assumere nella programmazione strategica delle cooperative e imprese sociali e migliorare l’azione di policy making.

Il Pil misura tutto in breve, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta
Robert Kennedy, Università del Kansas, 18 marzo 1968

I dibattiti del Workshop. L’impatto sociale

Oggi le imprese sociali si trovano ad affrontare sfide sistemiche in quanto si amplia la scala dei bisogni e, al contempo, si liberano spazi per nuove espressioni di socialità: per questo è necessario confrontarsi con gli strumenti di policy e, più in generale, con i sostrati culturali e le infrastrutture tecnologiche che alimentano la domanda di socialità. La XIV edizione del Workshop sull’impresa sociale si chiuderà con confronti su temi di stretta attualità. Gli interventi saranno moderati creando un dialogo con gli imprenditori sociali presenti in sala.

L’impatto sociale
Mario Calderini (Politecnico di Milano)

Come emerso in altre edizioni del Workshop, l’impatto sociale è il principale “nervo scoperto” dell’impresa sociale. Il dibattito, spesso accanito, che lo accompagna è legato non solo a dimensioni e metriche, ma ad un più profondo ribaltamento della prospettiva che guida le scelte di policy e le strategie d’impresa sociale: dai livelli prestazionali ai risultati, dalla redistribuzione all’investimento, dall’innovazione incrementale a quella sistemica.

Allestire luoghi per la coprogettazione e il design di servizi innovativi

SESSIONE PARALLELA | venerdì 16|09 | ore 9
A cura di Francesca Battistoni (Social Seed), Marta Corubolo (Polimi Desis Lab)

Le funzioni di staff, anche nelle organizzazioni nonprofit e d’impresa sociale, vivono una fase critica. I servizi a supporto o di backoffice vengono sempre più sottoposti a drastiche “cure dimagranti” per quanto riguarda la dotazione di risorse, strutture, competenze. Dopo anni passati a infrastrutturare le linee produttive con l’obiettivo di incrementare produttività, efficacia e controllo, ci si è progressivamente resi conto dell’eccessivo irrigidimento del sistema, a fronte di una crescente domanda di personalizzazione, coinvolgimento, autonomia, creatività. Il tutto accelerato dall’avvento di tecnologie che, anche nei servizi a elevata componente relazionale, impattano sempre più non solo su alcune funzioni (gestione, coordinamento, valutazione), ma sui processi produttivi nella loro interezza. L’effetto di questa trasformazione sociale e tecnologica è lo spiazzamento dei modelli produttivi impostati secondo le logiche del project management classico, cioè sequenzialità e suddivisione funzionale (in particolare lungo la “faglia” che separa chi produce e chi consuma), aprendo a nuovi modelli di co-produzione dove i ruoli si ricombinano in profili ibridi come il “prosumer” e la gestione è chiamata ad operare in simultanea.

È quindi necessario riconsiderare il carattere di backoffice che caratterizza l’insieme di queste attività. Un “retrobottega” che, ancora oggi, è accessibile solo agli addetti ai lavori e quindi risulta poco trasparente rispetto alle modalità d’uso. In altri termini è necessario riconfigurare radicalmente funzioni oggi confinate nel backoffice al “fronte strada”, rendendole visibili e accessibili al più vasto complesso di soggetti da coinvolgere in iniziative di co-produzione. Non si tratta solo di rendere più visibile il modello di produzione. È solo un primo passo perché se si adotta una prospettiva autentica di open innovation molte attività da staff diventano “entry point” che rivestono un’importanza cruciale per coinvolgere attori diversi.

Non a caso si moltiplicano le sperimentazioni di contesti – variamente denominati: fab lab dei servizi, living lab, co-lab ecc. – allestiti con infrastrutture tecnologiche, competenze (soprattutto di metodo) e risorse aperti a operatori, volontari, professionisti, cittadini, policy maker. Soggetti che, lavorando gomito a gomito, ridisegnano i servizi e scalano innovazioni, rigorosamente dal basso, fino a impattare sulle politiche.

L’impresa sociale nel perimetro del Terzo settore: riposizionamento e rilancio

SESSIONE PLENARIA | giovedì 15 settembre | ore 17
Keynote speech di Carlo Borzaga (Euricse | Università degli Studi di Trento)

La legge quadro recentemente approvata (l. n. 106/16) posiziona l’impresa sociale nell’alveo di un terzo settore che ora è a pieno titolo un comparto istituzionale giuridicamente definito. Questo passaggio non è scontato: se è vero infatti che l’impresa sociale è storicamente nata all’interno di questo alveo, è altrettanto evidente che negli ultimi anni si sono moltiplicati i “contesti generativi” di nuova imprenditorialità sociale. Non solo come evoluzione nell’ambito delle strategie di responsabilità sociale d’impresa e dell’innovazione tecnologica, ma anche all’interno di nuove forme di civismo e azione collettiva, come nel caso della rigenerazione dei beni comuni.

A quali condizioni quindi l’impresa sociale riformata sarà in grado di intercettare la “domanda interna” del terzo settore, rappresentata da soggetti nonprofit formalmente non imprenditoriali ma di fatto impegnati nella produzione di beni e servizi? E soprattutto quanto saprà catalizzare le nuove forme di produzione di valore sociale che oggi si manifestano in contesti plurali e attraverso modelli altrettanto diversificati?

Il valore sociale nei modelli consumo della ‘grande contrazione’

SESSIONE PARALLELA | giovedì 15|09 | ore 14

La lettura della crisi e dei suoi esiti non si legge solo per sottrazione, evidenziando cioè il calo dei consumi di beni e servizi, dei posti di lavoro, della ricchezza disponibile, della capacità di investimento. È necessario infatti approfondire la rimodulazione di questi fattori, in particolare dei modelli di consumo, evidenziando nuove priorità e, al tempo stesso, nuove modalità per farvi fronte.

Nel caso dei consumi si tratta infatti di un processo di trasformazione lungo periodo, antecedente alla crisi e che mette in luce la crescente rilevanza delle variabili sociale e ambientale nelle scelte, contribuendo così a modificare le catene produttive e distributive.

Fenomeni come il commercio equo e i gruppi di acquisto che fino a qualche anno fa erano di nicchia e fortemente alternativi, oggi sono sempre più componenti strutturali delle scelte di consumo e delle politiche economiche mainstream, anche grazie a innovazioni tecnologiche di stampo “social”.

Una trasformazione che chiama in causa l’impresa sociale come possibile “società veicolo” per dare consistenza a un cambiamento che è sempre più paradigmatico e che, proprio per questo, attrae inevitabilmente altri soggetti sociali e imprenditoriali.

Esiste un’impresa sociale senza un’idea di giustizia?

SESSIONE PARALLELA | giovedì 15|09 | ore 14
A cura di Luca Fazzi (Università degli Studi di Trento), Paolo Fontana (Euricse)

Il tema della giustizia è una parte integrante dell’emersione dell’impresa sociale in Italia. L’avere cercato di ampliare il perimetro dei diritti e avere favorito l’empowerment dei soggetti più deboli e svantaggiati ha consentito alle imprese sociali, organizzate informa di cooperative e associazioni, di ottenere un riconoscimento normativo, sociale e fiscale favorevole nell’ambito delle politiche pubbliche e di welfare.

Nel corso del tempo si sono affermate diverse concezioni di giustizia, non sempre coerenti tra loro, anzi alle volte contraddittore e in tensione reciproca, ma che a diverso titolo hanno accompagnato il processo di sviluppo delle imprese sociali. In alcuni casi la giustizia è stata interpretata come condizione di “sufficienza di benessere” in un’ottica riparativa, in altri in chiave emancipativa e trasformativa.

Negli ultimi anni i processi di esternalizzazione dei servizi da un lato e l’emergere di una visione utilitarista dell’imprenditorialità sociale dall’altro, hanno fortemente affievolito la messa a tema di questo concetto. La sostituzione o l’affiancamento di concetti come diritti, empowerment, equità, pari possibilità di accesso alle dimensioni base del benessere umano e sociale, con la comparsa di nuove “parole d’ordine” come social investment, start up, imprese business like, social innovation e shared economy, ha probabilmente contribuito a confondere e sfumare i piani del discorso.

Fare impresa sociale rischia di diventare oggi, in questa ottica, il tutto e il contrario di tutto: si fa impresa sociale creando nuovi posti di lavoro, aprendo uno spaccio di prodotti biologici, finanziando iniziative di cohousing ecc., e in tutte queste legittime e interessanti attività non sempre ci si chiede qual è il posto dedicato alla costruzione di sistemi di giustizia. La giustizia tuttavia è tale solo se risponde a due condizioni: assicurare a tutti una condizione di vita degna e perseguire la trasformazione delle condizioni che creano diseguaglianza e esclusione.

Per capire quanto la giustizia sia ancora oggi connaturata all’azione delle imprese sociali, è necessario osservare i criteri di giustizia nelle pratiche, nelle decisioni concrete e nelle scelte strategiche che sottendono alle attività d’impresa, decostruendo le dichiarazioni retoriche e gli slogan (del tipo: “vogliamo un welfare buono e giusto”, “vogliamo essere i costruttori di una nuova economia”) per andare invece a verificarne in profondità il succo normativo.

Sono le persone più deboli, nella pratica dell’impresa sociale, ad essere considerate secondo un’ottica di giustizia? E se sì, di quale giustizia si tratta? Una giustizia riparativa o emancipativa? E di quale sentimento di giustizia deve e può alimentarsi l’impresa sociale per svolgere una funzione distintiva e trasformativa, non annacquata nel mare magnum di quell’imprenditorialità che considera sociale il tutto e l’inverso di tutto?

Riteniamo importante e utile che i criteri di giustizia adottati di volta in volta siano riconosciuti e resi visibili, e qualora non siano praticati ne vadano capite le ragioni e svelate le contraddizioni. E è altrettanto importante capire chi definisce l’idea normativa di giustizia: se la giustizia è un dato statico stabilito dall’alto, o se invece assume una dimensione processuale e interattiva che coinvolge in primis i diretti interessati alle questioni dell’esclusione e della subordinazione sociale.

La sessione intende approfondire questi temi illustrando una serie di esperienze empiriche di impresa sociale che idealizzano modelli di azione corrosivi da un lato e rinforzanti dall’altro del principio di giustizia.

Dalla comunità al crowd (e ritorno): fundraising e azionariato diffuso nei percorsi di sviluppo delle imprese sociali

Un tema molto discusso, negli ultimi anni, è la capacità delle imprese sociali di finanziare i propri processi di sviluppo. L’analisi delle iniziative più innovative realizzate da imprese sociale permette di individuare, in particolare, tre “ingredienti” d’innovazione: l’ancoraggio ai bisogni economici e sociali della comunità, il coinvolgimento dei cittadini e dei beneficiari dei servizi nel processo di ideazione e sviluppo dell’idea imprenditoriale e la capacità di costruire reti inter-organizzative.

Numerose esperienze evidenziano come, a fronte di un progetto condiviso da una vasta rete di partner che risponde a bisogni riconosciuti dalla comunità, le imprese sociali siano state in grado di finanziare iniziative imprenditoriali valorizzando adeguatamente il rapporto con la comunità ed il valore sociale dell’iniziativa stessa. Le imprese sociali hanno attivato una pluralità di fonti di finanziamento integrando la capitalizzazione dei soci, il fundraising, l’azionariato diffuso, i finanziamenti erogati da istituti specializzati ed i tradizionali canali di finanziamento bancario.

In presenza di progetti con una chiara finalità sociale, legati allo sviluppo della comunità, il coinvolgimento, anche finanziario, dei cittadini rappresenta un valore aggiunto che permette di attivare processi partecipativi molto estesi, può agevolare l’acceso al credito da parte dell’impresa sociale, accresce le possibilità di successo dell’iniziativa stessa favorendo un’ampia comunicazione e condivisione del progetto.

I cittadini possono sostenere i progetti di sviluppo delle imprese sociali attraverso le donazioni – come avviene generalmente con il crowdfunding e fundraising – oppure, nel caso di cooperative sociali, possono divenire a tutti gli effetti soci della cooperativa come soci finanziatori e, in quanto tali, partecipare attivamente alla governance dell’impresa. I soci finanziatori sono oggi ancora poco diffusi ma possono rappresentare un’importante leva di sviluppo, in particolare per i progetti di recupero e valorizzazione dei beni comuni e di gestione dei servizi pubblici locali.

La partecipazione finanziaria dei cittadini è collegata ad un modello di impresa sociale legata al territorio ed alla comunità locale che, in collaborazione con la società civile, realizza percorsi di sviluppo “dal basso” orientati alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo più equo, sostenibile ed inclusivo.

 

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Valerio Roberto Cavallucci

Responsabile delle sezioni di approfondimento: Responsabilità sociale; Legalità; Innovazione sociale; Sostenibilità ambientale; Partenariato Pubblico Privato.

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