Alzheimer prevenzione

Pubblicato il 28 luglio 2016

Studio su Alzheimer: alcune professioni riducono il rischio

L’Oms ha stimato che nel 2050 le persone affette da morbo di Alzheimer saranno più di 100 milioni, una cifra enorme che richiede un’accelerazione delle ricerche e una decisa e massiccia strategia di investimenti. Ricordiamo che l’Alzheimer è una malattia neurodegenerativa caratterizzata dal progressivo decadimento delle funzioni cognitive per la quale ad oggi non esiste cura, sebbene siano stati sperimentati moltissimi farmaci che purtroppo non si sono dimostrati risolutivi.

Mentre la medicina della ricerca continua a cercare una cura, procedono anche gli studi sulla prevenzione, certamente non meno importanti. Tra questi, ce n’è uno presentato recentemente all’Alzheimer’s Association International Conference a Toronto (Canada) dai ricercatori dell’Alzheimer Desease Research Center del Wisconsin. Sembra che una sana attività mentale, mista a una corretta dose di relazioni interpersonali, aiuti a contrastare l’insorgenza della malattia. L’intensa attività cerebrale sarebbe pertanto la prevenzione al momento più sensata da adottare per non incappare nel rischio di contrarre la patologia. In passato già diversi studi avevano dimostrato la validità di questa tesi che oggi viene riconfermata.

Nel caso specifico, il gruppo di scienziati ha esaminato l’intensità della sostanza bianca (le macchie bianche visibili con la risonanza magnetica cerebrale) associata alla patologia degenerativa in 284 persone di mezza età, considerate a rischio demenza. I più protetti dal rischio sono risultate persone con qualcosa di rilevante in comune: l’intensa attività celebrale. Parliamo quindi di insegnanti, avvocati, medici, assistenti sociali, rappresentanti di categorie lavorative che ogni giorno sono soggette a un certo tipo di sollecitazione mentale. Contrariamente, si sono dimostrati più fragili gli operai, i cassieri, gli addetti alle vendite.

Tuttavia, sarebbe sbagliato attribuire il merito alla professione “intellettuale”. Stando ai ricercatori, conterebbe invece l’importante attività cerebrale mista però alle relazioni sociali e, in modo particolare, all’impegno dedicato nei loro confronti.

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