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È guerra del grano?

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È guerra del grano? L’espressione può apparire eccessiva ma la situazione denunciata dalle organizzazioni del mondo agricolo è certamente drammatica. Le speculazioni in corso hanno portato al crollo di oltre il 40% del prezzo del grano dura italiano e di quasi il 20% del grano tenero. Ormai siamo abbondantemente sotto i costi di produzione mentre, per paradosso, i prezzi al consumo di pane e pasta aumentano inesorabilmente.
Per denunciare la “speculazione sui prezzi” la protesta della Coldiretti è andata in scena il 20 luglio a Roma, sotto la sede del Ministero per le Politiche agricole, agroalimentari e forestali in occasione della riunione straordinaria del tavolo nazionale della filiera cerealicola. Una riunione particolarmente importante presieduta dal Ministro Maurizio Martina, con la partecipazione dei rappresentanti delle Regioni, delle organizzazioni agricole e della cooperazione, delle imprese di trasformazione, di commercializzazione e dell’industria mangimistica.

Per fronteggiare la “guerra del grano” il ministro ha presentato le sei azioni chiave su cui verrà organizzato il prossimo piano nazionale cerealicolo:
Fondo da 10 milioni di euro inserito nel decreto legge enti locali: un primo stanziamento per sostenere investimenti anche infrastrutturali finalizzati a valorizzare il grano di qualità 100% italiano.
• Istituzione di una Commissione unica nazionale per il grano duro per favorire il dialogo interprofessionale e rendere più trasparente la formazione del prezzo.
• Conferma degli aiuti accoppiati europei Pac per il frumento (70 milioni di euro all’anno fino al 2020, circa 500 milioni investiti nel periodo di programmazione).
• Rafforzamento dei contratti di filiera. I nuovi bandi in autunno prevedono un budget totale di400 milioni di euro (metà in conto capitale e metà in conto interessi) ai quali potranno attingere anche i progetti legati al grano.
• Marchio unico volontario per grano e prodotti trasformati.
• Sperimentazione di un nuovo strumento assicurativo per garantire i ricavi dei produttori proteggendoli dalle eccessive fluttuazioni di mercato: un modello innovativo che verrà presto presentato alla Commissione Ue per il via libera.
“Al tavolo di oggi – ha affermato il Ministro Martina – abbiamo voluto ribadire a tutta la filiera la necessità di intervenire per salvaguardare il reddito degli agricoltori in questa fase di crollo dei prezzi. Da settimane le quotazioni sono troppo distanti dalla copertura dei costi di produzione, mettendo a rischio la stessa sopravvivenza di molte aziende impegnate in una delle produzioni più distintive per il nostro modello agricolo. Serve un salto di qualità da parte di tutti e lo spirito di collaborazione della riunione di oggi può essere una buona base di partenza”.
Di seguito proponiamo i comunicati stampa della Coldiretti e della Confederazione italiana agricoltori che illustrano le posizioni delle due maggiori organizzazioni del settore.

Coldiretti

Le speculazioni che si spostano dalle banche ai metalli preziosi come l’oro fino ai prodotti agricoli hanno fatto crollare il prezzo del grano su valori che sono inferiori a quelli di 30 anni fa provocando una crisi senza precedenti. A denunciarlo è la Coldiretti con lo scoppio della “guerra del grano” e il blitz di migliaia agricoltori nella Capitale davanti al Ministero delle Politiche Agricole in via Venti Settembre XX.

Le quotazioni dei prodotti agricoli dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie speculative che trovano nel Chicago Board of Trade il punto di riferimento del commercio mondiale delle materie prime agricole su cui chiunque può investire anche con contratti derivati. Il risultato è che oggi il grano duro per la pasta viene pagato anche 18 centesimi al chilo mentre quello tenero per il pane è sceso addirittura ai 16 centesimi al chilo, su valori al di sotto dei costi di produzione che mettono a rischio il futuro del granaio Italia.

In pericolo non ci sono solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione tricolore. Da pochi centesimi al chilo concessi agli agricoltori dipende la sopravvivenza della filiera più rappresentativa del Made in Italy mentre dal grano alla pasta i prezzi aumentano di circa del 500% e quelli dal grano al pane addirittura del 1400%. A pesare sono le importazioni in chiave speculativa che si concentrano nel periodo a ridosso della raccolta e che influenzano i prezzi delle materie prime nazionali anche attraverso un mercato non sempre trasparente.

“Con questi prezzi gli agricoltori non possono più seminare e c’è il rischio concreto di alimentare un circolo vizioso che, se adesso provoca la delocalizzazione degli acquisti del grano, domani toccherà gli impianti industriali di produzione della pasta con la perdita di un sistema produttivo che genera ricchezza, occupazione e salvaguardia ambientale – ha denunciato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo -. Ma serve anche risolvere l’anomalia che vede il dazio in entrata del grano in Italia pari allo 0%, mentre per la pasta italiana esportata negli Stati Uniti e in Canada il dazio è superiore al 6% del valore della pasta con punte sino all’11% nel paese canadese per alcune tipologie di prodotto”.

Dopo la mobilitazione sono arrivati i primi risultati con l’accoglimento di alcune importanti richieste da parte del Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che ha tra l’altro preso l’impegno per la moratoria dei mutui, lo studio di una assicurazione sul reddito, una contrattualistica più trasparente tra agricoltori e industria, una commissione unica nazionale (CUN) per la fissazione dei prezzi e l’immediata l’applicazione di un piano cerealicolo le cui risorse siano dedicate esclusivamente alle imprese che usano esclusivamente grano italiano.

Serve ora più trasparenza sul mercato con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del grano impiegato nella pasta e nel pane, ma è anche necessario estendere i controlli al 100% degli arrivi da paesi extracomunitari dove sono utilizzati prodotti fitosanitari vietati da anni in Italia ed in Europa e fermare le importazioni selvagge a dazio zero che usano l’agricoltura come mezzo di scambio nei negoziati internazionali senza alcuna considerazione del pesante impatto che ciò comporta sul piano economico, occupazionale e ambientale.

L’Italia nel 2015 ha importato circa 4,3 milioni di tonnellate di frumento tenero mentre sono 2,3 milioni di tonnellate di grano duro che arrivano dall’estero. La qualità del grano italiano peraltro non è certo in discussione ed è confermata dalla nascita e dalla rapida proliferazione di marchi che garantiscono l’origine italiana del grano impiegato al 100%. Un percorso che è iniziato nei primi anni della crisi sotto la spinta dell’iniziativa del progetto di Filiera Agricola Italiana (FAI) e che si è esteso ad alcune etichette della grande distribuzione (da Coop Italia a Iper) fino ai marchi più prestigiosi (Ghigi, Valle del grano Jolly Sgambaro, Granoro, Armando, ecc) fino all’annuncio dello storico marchio napoletano “Voiello”, che fa capo al Gruppo Barilla, che ora vende solo pasta fatta da grano italiano al 100% di varietà “aureo”.

Confederazione Italiana Agricoltori

Il presidente della Cia Dino Scanavino alla vigilia del Tavolo nazionale cerealicolo convocato domani al Mipaaf: “Stiamo assistendo a un vero e proprio sfruttamento del lavoro degli agricoltori, con prezzi sul campo insostenibili. Chiaro il disegno speculativo con scambi anche al di sotto del 50% rispetto ai valori medi degli anni passati. Mentre aumenta l’import e rimane troppo ampio il divario tra costo del frumento, pane e pasta. Serve subito un cambio di passo”.
I nostri produttori di grano sono oggetto oggi di un’azione di speculazione che non ha precedenti. Nel settore si sta assistendo a comportamenti di vero e proprio sfruttamento che purtroppo ricordano il fenomeno del caporalato da noi sempre condannato. In queste settimane, infatti, sistema industriale e commerciale stanno imponendo agli agricoltori condizioni ormai insostenibili, ritirando il grano a prezzi inferiori anche del 50% rispetto ai valori medi degli anni passati e decisamente al di sotto dei costi di produzione. Lo afferma il presidente nazionale della Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino.
Così una campagna di raccolta positiva diventa un dramma per i cerealicoltori, costretti a competere, proprio al momento della trebbiatura, con la forte importazione di grano proveniente dall’estero, da parte di operatori commerciali che stanno svuotando le scorte in condizioni di dumping -evidenzia Scanavino-. In questa situazione non si differenziano neanche i Consorzi agrari che, invece di stoccare il prodotto, lo immettono sul mercato accrescendo di fatto la pressione sui prezzi. Si tratta di comportamenti speculativi e anticoncorrenziali che confermano ancora una volta l’urgenza di procedere a una radicale riorganizzazione del sistema.
Tutto ciò determina che oggi 100 chili di frumento valgono quanto 7 chili di pane: un “gap” intollerabile e contro la logica delle cose -continua il presidente della Cia- che non può nemmeno lasciare indifferenti i consumatori, di fronte a una tale distorsione dei mercati.
Venticinque anni fa un quintale di frumento valeva circa 30.000 lire, gli attuali 15 euro, più o meno come le quotazioni di oggi del cereale più diffuso, ed è troppo il divario tra costo del frumento, pane e pasta. Se si fanno le debite proporzioni, c’è stata una perdita di valore che non ha eguali in altri prodotti. Ecco perché -conclude Scanavino- è tempo di dire basta a questi comportamenti scorretti sulla pelle dei produttori. Domani al Tavolo nazionale cerealicolo convocato al Mipaaf chiederemo che vengano riconosciute le nostre giuste rivendicazioni. Non è più possibile che il frutto del lavoro di un anno venga così svalutato e svenduto.

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