Pubblicato il 21 luglio 2016

“The Harvest”: il documentario sul dramma del caporalato nell’Agropontino

“Io e amici qualche volta prendiamo sostanze per lavorare. Io so che non è giusto. Ma senza sostanza io mattina no lavoro o faccio troppa fatica. Se io no lavoro, padrone no paga me e io come faccio vivere mia famiglia? Come pago affitto casa? Io voglio cambiare lavoro ma crisi e o lavori così in campagna o no lavori. Io voglio andare via da qui. No piace tutto questo. Capisci tu?”.
Questa è solo una delle tante testimonianze raccolte nel dossier Inmigrazione che racconta il dramma della comunità Sikh che vive nella zona dell’Agropontino, costretta a lavorare, e in alcuni casi addirittura a fare uso di sostanze dopanti, per circa 14 ore al giorno. Vittime del caporalato che SMK Videofactory – casa di produzione indipendente nata nel 2009 a Bologna da un gruppo di mediattivisti che ha prodotto principalmente documentari a sfondo sociale e lavori di inchiesta e denuncia – ha deciso di portare sullo schermo attraverso un documentario dal titolo The Harvest.
Per rendere possibile il progetto, la casa di produzione si è avvalsa dello strumento del crowdfundig con notevole successo. La campagna, lanciata sulla piattaforma Produzioni dal Basso, ha permesso di raccogliere circa 4900 euro e di raggiungere quindi l’obiettivo del finanziamento.

«La questione dello sfruttamento del lavoro agricolo e in particolare della manodopera migrante», spiegano i promotori del documentario, «diventa centrale ogni qualvolta si avvicina la stagione estiva, ricevendo attenzione dai media e portando alla ribalta questioni cruciali come quella del caporalato. Ciò nonostante, questa attenzione è ciclica e il fenomeno passa in secondo piano con l’arrivo dell’autunno. The Harvest si propone di affrontare la questione attraverso una lente innovativa che coniuga lo stile del documentario con quello del musical, utilizzato come espediente narrativo per raccontare la complessità del lavoro nei campi e l’utilizzo di sostanze dopanti. Attraverso una ricerca musicale e cinematografica il film vuole far emergere una condizione che sarebbe altrimenti difficile da portare all’attenzione del pubblico senza essere retorici o didascalici. Trovare una forma artistica innovativa per narrare una realtà brutale, ma che tende a nascondersi nelle pieghe della quotidianità, è il nodo stilistico che il documentario affronta».

La struttura del film si svilupperà lungo il filo narrativo di una giornata vissuta da tre personaggi: un uomo e una donna della comunità Sikh della zona e un giornalista, arrivato sul luogo per fare un’inchiesta sui lavoratori Sikh della zona. La figura del giornalista rappresenta quindi un escamotage narrativo per inserire nel film le interviste tipiche dei modelli di reportage.
Per quanto concerne invece il terzo stile di regia (musicale), la scelta è stata fatta al fine di raccontare, in modo sperimentale, cinematografico e immaginifico, la questione del doping nel mondo del bracciantato, cercando quindi di individuare una modalità che potesse evadere da un’eccessiva narrazione retorica del problema. Questa sezione sarà costruita attraverso un team coordinato di musicisti e soundesigner (4 elementi), una band (Slick Steve and the Gangsters), un coreografo (Mario Coccetti) e un gruppo di danzatori bhangra (Bhangra Vibes).
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