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Mafie straniere, illustri sconosciute

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È una materia che coivolge ma che il grande pubblico non conosce. Bisogna essere dei veri appassionati oppure svolgere delle attività che portano a un contatto diretto per poter entrare e capire a fondo il mondo delle mafie. Quelle italiane, radicate sul nostro territorio e in rapida espansione, ma soprattutto quelle straniere, fenomeno presente già da tempo nelle grandi città del Belpaese.

Questo argomento ha popolato una bella sala del Centro Servizi per il Volontariato di Roma nei giorni scorsi, durante la presentazione del volume “Mafie straniere in Italia. Come operano, come si contrastano”, a cura di Stefano Becucci e Francesco Carchedi (Franco Angeli editore), che hanno affrontato senza remore la situazione attuale , nello specifico quella di Roma, dove una ramificata struttura di gruppi stranieri gestisce un’ampia gamma di fattispecie criminali, dalla tratta degli esseri umani, esclusiva della mafia nigeriana, a estorsioni, spaccio di droga e commercio di prodotti contraffatti, prerogativa delle organizzazioni cinesi.

Il coordinatore dell’incontro e caporedattore del Corriere della Sera, Paolo Fallai, ha posto l’attenzione sulla superficialità con la quale l’informazione, talvolta anche le autorità, trattano il problema, superficialità dovuta a un forte interesse verso la salvaguardia di certe dinamiche economiche, spesso illegali, che permettono la proliferazione di una rete di potere parallela, in molti casi comoda per le istituzioni, poiché in grado controllare quei gruppi etnici che faticano a integrarsi completamente.

Ed è anche per questo motivo che le comunità cinesi, indiane e africane tendono a una chiusura, causata non solo dalla condivisione di tradizioni e costumi, ma indotta da quel potere occulto che tiene sotto scacco intere comunità.

Si instaura così un clima di confusione in cui Roma, come efficacemente rileva Danilo Chirico, presidente della associazione Da Sud, non comprende cosa le stia succedendo, disorientata da un lato da una presunta immunità rispetto al fenomeno mafioso e dall’altro da una convenienza a che gli assetti economici non cambino, ritenendo in fondo conveniente non intervenire in un sistema diffuso di illegalità che vede le diverse mafie straniere specializzarsi sempre più in attività ben precise.

Una particolare attenzione, grazie anche alla presenza di Roberto Iovino, responsabile per la legalità Flai CGIL è stata posta sul tema dello sfruttamento della manodopera, il cosiddetto caporalato, che in Italia conta una fitta rete coordinata dagli indiani punjabi, i quali stimolano l’arrivo di lavoratori stranieri appositamente destinati a essere sfruttati nel settore agricolo.

La forte indignazione suscitata da queste situazioni non si traduce in un intervento mirato ma in una indolente tolleranza, evidenziata dai dati ufficiali dell’Unione Europea che registrano una crescita del 40% negli ultimi 5 anni del numero dei lavoratori sfruttati, stimati intorno alle 880.000 unità.

Questo sistema di “welfare parallelo” può essere scardinato solo lavorando a stretto contatto con le persone, concedendo ai singoli cittadini immigrati un’interazione con le istituzioni che permetta ai primi di acquisire fiducia in chi gestisce l’amministrazione delle città e alle seconde di poter intervenire efficacemente sui fenomeni di illegalità. Ma la fiducia, l’apertura delle persone, si ottiene solo se ad esse viene offerta la possibilità di sentirsi parte del Paese in cui si arriva. Molto spesso, purtroppo, l’unica accoglienza che si ha è invece quella di connazionali che, con l’illusione di un aiuto, inseriscono i nuovi arrivati in una rete di lavoro nero e traffici illegali.

Le disfunzioni del sistema dell’accoglienza trovano una chiara dimostrazione nel ramificato sistema di potere creatasi intorno alle cooperative coinvolte nell’indagine Mafia Capitale, le quali hanno alimentato la nascita di un’organizzazione complessa nella quale i magistrati stanno cercando di rinvenire i caratteri dell’associazione mafiosa descritta nell’articolo 416 bis del Codice penale.

Di questa ricostruzione il libro traccia un percorso approfondito, rilevando, a partire dallo studio delle relazioni delle direzioni distrettuali e nazionale antimafia, somiglianze e differenze tra le associazioni mafiose aventi origine in Italia e quelle straniere. Francesco Carchedi, curatore del libro e studioso dei fenomeni migratori, nota come la presenza di una struttura mafiosa è indice di una maturità della comunità straniera che consente la creazione del gruppo criminale direttamente nel paese di arrivo.

L’organizzazione criminale  giapponese Yazuka, per esempio, si traveste da associazione benefica (come d’altronde le cooperative coinvolte in Mafia Capitale), attira a sé i cittadini giapponesi presenti negli Stati europei e li assolda nelle attività criminose che gestisce. Il suo modello reticolare, diffuso orizzontalmente sul territorio nel quale opera, agisce attraverso un’affiliazione rituale del tutto simile a quella che si svolge all’interno della ‘ndrangheta, si legittima presso i connazionali attraverso atti di intimidazione e persegue l’illecito arricchimento intervenendo però solo all’interno della comunità di appartenenza e conservando, in alcuni casi, il centro direzionale nel Paese di provenienza, come accade anche in alcune regioni della Cina e nell’Edo State nigeriano, località dalle quali i flussi migratori verso l’Italia sono maggiori.

Dopo tutte queste rilevazioni la domanda che si pone è: la legislazione italiana, la più avanzata e moderna in tema di mafie, è in grado di colpire i fenomeni affini gestiti da gruppi stranieri? La risposta è sicuramente positiva, ma l’unico modo per farlo è comprendere i meccanismi che governano il funzionamento delle organizzazioni criminali straniere, scavando nel profondo delle dinamiche di gruppi chiusi e difficilmente penetrabili, per portare allo scoperto tutte quelle situazioni in cui proliferano arricchimenti ingiustificati e crimini di vario tipo.

 

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