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Beatrice Valente Covino (KPMG): “Paghiamo i nostri dipendenti per fare volontariato”

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Il Festival italiano del volontariato di Lucca ha visto quest’anno il conferimento del “Premio nazionale del volontariato – Le buone azioni che servono al Paese per crescere”, anche a KPMG, il network globale di servizi professionali alle imprese, premiato per l’iniziativa “Make a difference day”. A ritirare il riconoscimento Francesco Spadaro, responsabile della Csr.

Per conoscere meglio il progetto, valso a KPMG l’ambizioso riconoscimento, Felicità Pubblica ha intervistato Beatrice Valente Covino, consulente settore pubblico di KPMG.

Riportiamo di seguito il testo dell’intervista-video.

Come mai questo riconoscimento?

Abbiamo avuto la fortuna di ricevere questo premio che per noi è molto importante. Perché da circa 6 anni KPMG come network – perché noi abbiamo 4 diverse società che si occupano di settori dalla revisione, alla parte legale, tax e consulenza, quindi advisory, – tutto il network che conta circa 3500 dipendenti ha la possibilità un giorno all’anno, grazie all’iniziativa “Make a difference day” per cui siamo stati premiati, di dedicare la propria giornata lavorativa, quindi non come ferie o altro, ad un’attività di volontariato. Questo vuol dire che la società ci paga per fare volontariato, quindi per essere utili alla nostra comunità. Per noi è importante innanzitutto perché ci crediamo. Crediamo che il lavoro di una giornata di un consulente, moltiplicato per 3500 persone che lavorano per queste associazioni, e puoi anche farlo per una tua associazione, puoi anche candidarti tu stesso perché magari ha un’associazione che si occupa di volontariato o comunque di solidarietà, crediamo sia molto importante. Crediamo soprattutto che da un lato faccia bene alla comunità, ma dall’altro soprattutto faccia bene alle nostre risorse professionali, a noi che lo facciamo, perché ci fa crescere, e magari ti fa vedere la realtà della tua città che non conosci. Magari io che vivo a Roma è una grande città, certi contesti non ho l’opportunità di vederli. Quindi è molto importante. E poi perché noi siamo un network internazionale, siamo in 155 Paesi nel mondo, e abbiamo dei valori che condividiamo, e uno di questo è “We are committed to our society” (ci siamo impegnati per la nostra società, ndr), quindi noi abbiamo un commitment (impegno, ndr) per la nostra società e se non facciamo questo tipo di attività non lo dimostriamo.

Si tratta di una politica aziendale volta a restituire centralità al ruolo del dipendente.

Assolutamente sì. Anche perché, come dicevo, la persona può scegliere l’associazione, abbiamo sia associazioni presenti in un nostro albo, ma si possono scegliere anche altre realtà associative. Tu puoi decidere a chi donare il tuo tempo. E questo fa sentire la risorsa professionale libera e autonoma e soprattutto è anche una premiazione. A volte le proprie performance non vengono ricompensate solo dal punto di vista salariale, piuttosto che dalla responsabilità che ottieni in azienda, a volte anche sapere che puoi fare del bene alla società, in una giornata lavorativa, sia un empowerment per la risorsa professionale. Lo faccio anche io e ci credo.

Come hanno reagito i vostri dipendenti di fronte a questa iniziativa?

Guarda devo dire che all’inizio poche città hanno aderito. Noi abbiamo 26 uffici e 3500 persone in tutta Italia. Gli uffici che avevano aderito maggiormente erano quelli dove l’iniziativa era nata, quelli un po’ più apicali, come Milano, Firenze. Roma per esempio tardava un pochino. Poi piano piano abbiamo pubblicizzato. Noi abbiamo un giornale che si chiama “Inter nos” che esce all’interno del network. Abbiamo dei colleghi che si occupano proprio di questo, di farci conoscere queste opportunità. Piano piano quindi… vi do il dato più recente che abbiamo, 200 progetti e oltre 5000 persone che hanno aderito, e sono solo 6 anni. Io mi aspetto che da qui ai prossimi anni la cosa si ingrandisca e chissà magari tutti i 3500 dipendenti in un giorno dell’anno potranno fare volontariato.

Qual è, secondo lei, il fattore più importante per il raggiungimento della felicità pubblica?

Questa è una domanda interessante. Io proprio recentemente mi chiedevo, si parla tanto dell’economia del benessere, del raggiungimento del benessere, ma che cos’è il benessere? Allora se non si definisce che cos’è è evidente che non si può raggiungere. Io credo che per benessere, o per felicità… Ecco forse per la mia filosofia di vita la felicità è un picco, il benessere è una cosa costante, la felicità sono momenti, per cui preferisco provare a raggiungere il benessere che la felicità. Però ecco per me, il benessere pubblico, proprio come dicevano molti colleghi in questi giorni alle conferenze, è l’equità, è l’inclusione, è la resilienza. Quindi il fatto di resiste a certe tipologie, anche a certi affronti che vengono fatti alla collettività, essere uniti e resistere, essere compatti. Non essere invisibili all’interno delle nostre città. Quindi credo sia quello. Poi io lavoro nel settore pubblico, sono consulente nel settore pubblico, per cui io mi trovo spesso davanti ad interlocutori che mi chiedono questo, come faccio a migliorare il benessere pubblico, come faccio a migliorare l’utilizzo della cosa pubblica. Non c’è una risposta univoca, c’è un impegno quotidiano, ma c’è un obiettivo finale che è la minor sperequazione possibile della ricchezza e del benessere.

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