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Forse non ve ne siete accorti, ma oggi è il Primo Maggio!

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Ho sentito l’esigenza di dedicare un momento di riflessione a questo strano Primo Maggio. Il lavoro non è tema di moda e, quindi, la festa del lavoro da tempo è passata in secondo piano. Quest’anno, ironia del calendario, il Primo Maggio cade di domenica e se non fosse per i concertoni, siano ufficiali o alternativi, non ci saremmo neppure accorti di questa scadenza.

Ho cercato di guardarmi attorno ma non sono riuscito a trovare un documento, una “piattaforma” – per usare un termine desueto –, qualcosa che segnalasse una battaglia, una mobilitazione, un tema centrale su cui focalizzare l’attenzione. Eppure non mancano né le vertenze, né i motivi per cercare di mettere insieme i lavoratori e la stessa opinione pubblica. Certo, in situazioni diverse, si incontrano segnali interessanti che guardano ad aspetti specifici, tutti assolutamente rilevanti: una testimonianza dei giovani, una riflessione su lavoro e disabilità, una battaglia delle donne contro il caporalato, la presenza di un vescovo alle manifestazioni e altro ancora. Non è poco, ma si tratta pur sempre di frammenti. Dobbiamo abituarci a questa “rappresentazione” del mondo del lavoro?

Nel mio immaginario la Festa del lavoro è la sintesi delle mille mobilitazione che da un anno all’altro si susseguono. È uno sguardo largo che unifica le mille differenze. C’è dentro tutto, in un linguaggio capace di unificare esperienze diverse. Oggi, questa operazione è certamente più difficile che nel passato. Manca la dimensione di massa, manca la centralità del lavoro. Al mondo del lavoro manca, soprattutto, peso contrattuale. Siamo nell’epoca della disoccupazione di lunga durata, quando uno sciopero non intimorisce nessuno. In questa fase, per usare un’espressione di Bernard Guetta (L’Espresso del 28 aprile 2016) “ai salariati non resta che scegliere tra il persistere di elevati tassi di disoccupazione e l’accettazione di un’ininterrotta erosione dei diritti acquisiti”. 

Dobbiamo allora accontentarci di un Primo Maggio di intrattenimento a base di musica, condito da qualche testimonianza e da una buona dose di neoretorica? Certo il cambiamento strutturale dell’organizzazione del lavoro e degli equilibri tra capitale e lavoro non può restituirci il Primo Maggio degli anni ’60 e ’70, dove si respirava anche il clima di “egemonia” culturale e politica del movimento operario, nelle sue diverse forme organizzate. Oggi la situazione è del tutto cambiata, ma il lavoro è ancora importante, riguarda masse enormi di persone. Si sono moltiplicate le forme del lavoro e, così facendo, hanno perso capacità d’impatto, peso, forza contrattuale. Nello stesso tempo, però, si sono arricchite di mille dimensioni prima sconosciute che meritano di essere portate in evidenza. La frammentazione è anche ricchezza di esperienza e richiesta di nuovi diritti. Di tutto questo manca una “narrazione”, manca una visione d’insieme, quasi che ciascun episodio sia condannato a rimanere isolato e per ciò stesso “irrilevante”.

Naturalmente la questione è maledettamente complessa e non può essere liquidata in poche battute. In attesa di analisi più complete e competenti, resta l’amaro in bocca per un Primo Maggio sotto tono, senz’anima. Allora non ho trovato di meglio che rivolgere lo sguardo al passato. Lo stimolo mi è stato fornito dalla lettura di alcune righe di Anita Di Vittorio, compagna dello storico leader del Sindacato italiano, riproposte da Ilaria Romeo, responsabile dell’Archivio storico della Cgil nazionale, nell’ultimo numero di Rassegna Sindacale. Si rievoca il Primo Maggio del 1945 a Roma, in un’Italia appena uscita dalla guerra, carica di ferite dolorosissime che però già inizia a riassaporare la speranza, mettendo insieme le persone e parlando il linguaggio della semplicità e della concretezza. Ecco un estratto del testo che potrete trovare in forma integrale cliccando qui

“Ho assistito in seguito, nel corso di più di dieci anni, a centinaia di manifestazioni delle quali Di Vittorio fu oratore ufficiale, ma quel Primo Maggio resterà tuttavia, per me, indimenticabile. Piazza del Popolo non fu mai così bella, mi sembra, come quella mattina di sole: lunghi cortei di lavoratori, le bandiere bianche, rosse e tricolori alte nel vento, giungevano da ogni quartiere della città, accompagnati dalle bande dei tranvieri e dei ferrovieri. C’era anche, ricordo, la banda di Madonna della Strada che avanzava tra grandi applausi, preceduta da un’immagine religiosa. Tutti portavano abiti lisi e i volti apparivano segnati dalle lunghe privazioni, e tuttavia una intima gioia, una fiducia in sé, uno slancio di speranza, sembrava animare e spingere la folla. Risuonavano i canti e grida di evviva. Gruppi di giovani, seduti per terra in cerchio, cantavano inni partigiani. Le ragazze distribuivano coccarde tricolori e garofani rossi. Dalla folla saliva verso il palco dei dirigenti sindacali un’ondata di affetto.  Anche la terrazza del Pincio era gremita. Io lessi nel volto di Peppino, assieme all’emozione, come un’ombra di smarrimento. Poi cominciò a parlare e subito si stabilì tra lui e la folla una comunione di spirito. Ogni sua parola, così semplice (egli non sapeva cosa fosse il parlar difficile, il parlare ornato) andava a chi lo ascoltava con la efficacia delle cose sempre pensate, esprimendone i sentimenti più elementari e profondi. Ascoltando Di Vittorio ognuno, credo, pensava che, se avesse potuto parlare, avrebbe anch’egli parlato così, avrebbe detto quelle cose, non altre e in quello stesso modo. Era questa la sua grande forza. Egli dava forma ai pensieri e ai sentimenti inespressi degli altri: parlava per tutti”.

 

SlotMob Manifesto di democrazia economica
Appello dell’ANPI per il 25 aprile 2016

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