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Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič

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Cosa fareste se un giorno qualsiasi vi dicessero di dover abbandonare per sempre le vostre case, se vi vietassero di portare con voi i vostri amici a quattro zampe, se uccidessero davanti ai vostri occhi le vostre mucche, galline, pecore e maiali e se vi obbligassero a lasciare marcire nei campi il vostro migliore raccolto? Ma soprattutto cosa fareste se tutto ciò avvenisse non per via di un terremoto o di una qualsiasi catastrofe naturale, né tantomeno a causa dello scoppio improvviso di una guerra, ma per colpa di un nemico silenzioso e invisibile?

Non è la trama di un film di fantascienza, ma quanto realmente accaduto esattamente 30 anni fa ad appena 1.770 km dal nostro Paese. Si tratta del drammatico disastro di Černobyl’ avvenuto il 26 aprile del 1986 all’1.23 nella centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (all’epoca parte dell’URSS). Nel corso di un test definito “di sicurezza”, il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo di un reattore della centrale. Ciò causò la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore. Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore e il conseguente scoppio di un vasto incendio.

Una nuvola di materiale radioattivo fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l’evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone. Nubi radioattive raggiunsero anche l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, toccando anche l’Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria e i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America. Seppure i morti accertati furono 65, si registrarono successivamente più di 4000 casi di tumore della tiroide fra quelli che avevano fra 0 e 18 anni al tempo del disastro, così come secondo una stima di Greenpeace potrebbero essere diversi milioni i decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni dall’incidente.

Ed è proprio in occasione del trentesimo anniversario di quello che, insieme all’incidente di Fukushima in Giappone del 2011, è stato definito il più catastrofico incidente nucleare, che la redazione di Felicità Pubblica ha deciso di consigliarvi il libro Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič.

Ma perché nell’amplia bibliografia dedicata all’incidente della centrale nucleare abbiamo scelto proprio questo volume?Le ragioni sono essenzialmente due: la prima che riguarda l’autrice del libro e la seconda il contenuto del libro stesso.

Svetlana Aleksievič, tradotta in più di venti lingue, è infatti una delle maggiori giornaliste e scrittrici contemporanee. In Italia ha vinto il Premio Sandro Onofri per il reportage narrativo nel 2002. L’anno successivo è stata insignita del prestigioso premio internazionale per la pace “Peace Prize of the German Book Trade” e nel 2015 la sua scrittura è stata resa immortale dal Premio Nobel per la Letteratura assegnatole “per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo”.

Ciò che rende allo stesso tempo originale, straziante ma imperdibile Preghiera per Černobyl’ è tuttavia il contenuto del libro. L’autrice, infatti, ha scelto di raccontare non cosa sia accaduto, come o per colpa di chi, ma i sentimenti di chi quella tragedia l’ha vissuta sulla propria pelle, di chi in un attimo ha visto la propria vita cambiare per sempre o dei tanti che hanno semplicemente fatto finta che nulla fosse accaduto, perché l’abbandono delle proprie certezze avrebbe rappresentato una morte più dura da affronare di quella fisica.

«Questa è la ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti», scrive l’autrice. «Per tre anni ho viaggiato e fatto domande a persone di professioni, destini, generazioni e temperamenti diversi. Credenti e atei. Contadini e intellettuali. Černobyl’ è il principale contenuto del loro mondo. Esso ha avvelenato ogni cosa che hanno dentro, e anche attorno, e non solo l’acqua e la terra. Tutto il loro tempo. Questi uomini e queste donne sono stati i primi a vedere ciò che noi possiamo soltanto supporre. Più di una volta ho avuto l’impressione che in realtà io stessi annotando il futuro».

Ciò che rende il libro di estrema attualità è, infatti, anche il fatto che il disastro di Černobyl’ non è solo ciò che è accaduto ormai tre decenni fa, ma ciò che potrebbe accadere ancora in qualsiasi Paese che ospita oggi una centrale nucleare. Proprio come accaduto appena 5 anni fa in Giappone.

La forza del libro risiede poi nella forma utilizzata dalla giornalista per raccontare i ricordi, le emozioni e le testimonianze dei sopravvissuti. Aleksievič riporta, infatti, fedelmente i racconti dei protagonisti di Černobyl’ che vengono proposti sotto forma di monologhi o di cori di voci. Il libro si divide infatti in tre capitoli (La terra dei morti, La corona della creazione e L’incanto della tristezza), aperti e chiusi da due Voci solitarie (la prima non adatta a stomaci deboli) e intervallati da Il coro dei soldati, Il coro popolare e Il coro dei bambini, quest’ultimo estremamente toccante.

Difficile, se non impossibile, stabilire tra le tante quale sia la testimonianza più toccante, se dover attingere tra quelle più strazianti o quelle tragicomiche in cui si raccontano le diverse barzellette inventate per sdrammatizzare sulla catastrofe o le tante leggende circolate negli anni immediatamente successivi all’incidente ma mai realmente accertate (come i pesci senza testa e senza pinne che apparivano come pance nuotanti).

In questa sede la scelta è caduta su un estratto del “Monologo su una cosa completamente sconosciuta che si insinua e penetra dentro di te”, perché crediamo che possa essere utile per avere un’idea, seppure ancora molto vaga, di quanto sia difficile rispondere alle domande con le quali abbiamo aperto questo articolo.

…All’inizio tutti parlavano di una catastrofe, poi di una guerra nucleare. Io ho letto delle cose su Hiroshima e Nagasaki, ho visto dei documentari. E’ orribile, ma comprensibile: la guerra atomica, il raggio dell’esplosione…Riesco perfino a immaginarmelo. Ma quello che è successo qui da noi non mi entra nella coscienza. Ce ne stiamo andando…Ti rendi conto che una cosa completamente sconosciuta sta distruggendo tutto il tuo mondo di prima e si insinua e penetra dentro di te. Ricordo una conversazione con uno scienziato: “Ce n’è per migliaia di anni”, mi spiegava. “Il decadimento dell’uranio ha un tempo di dimezzamento, fa’ conto, di un miliardo di anni. E l’isotopo più longevo del torio ci mette addirittura quattordici miliardi di anni”. Cinquanta….Cento…Duecento anni…Ma più in là? Più in là la mia coscienza si rifiuta di andare. Già non capivo più cosa fosse il tempo. E dove fossi io stesso…

 

 

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