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Oscar 2016: sul palco i grandi temi dell’umanità

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Una notte degli Oscar all’insegna delle tematiche più delicate quella andata in scena ieri sera sul palco del Dolby Theater di Los Angeles. A trionfare nell’88esima edizione del premio cinematografico più antico e importante del mondo, infatti, sono stati i protagonisti, inteso in senso lato, di una serie di film incentrati su tematiche impegnate o che in qualche modo hanno saputo porre l’accento sulle problematiche principali che affliggono la nostra società.

A cominciare dal film “The Revenant” che è valso la tanto attesa statuetta per Leonardo Di Caprio, migliore attore protagonista, accompagnata da quella ricevuta dal “miglior regista”  Alejandro González Iñárritu e dalla “migliore fotografia”, merito di Emmanuel Lubezki, al suo terzo riconoscimento consecutivo. Nel suo discorso di ringraziamento Di Caprio ha acceso i riflettori sui problemi ambientali del nostro pianeta. «Per girare The Revenant abbiamo dovuto andare quasi al polo», ha commentato. «Il 2015 è stato l’anno più caldo della storia, i cambiamenti climatici sono una realtà che sta accadendo adesso, dobbiamo smettere di procrastinare, bisogna agire per l’umanità e per le comunità indigene, per i figli dei nostri figli, le cui voci sono poste sotto silenzio dall’avidità di pochi».

A focalizzare l’attenzione sul delicato tema del rapimento, della violenza sessuale e dello straordinario rapporto tra madre e figlio è, invece, la pellicola “Room” del regista Lenny Abrahamson, grazie alla quale Brie Larson ha ottenuto l’Oscar come miglior attrice protagonista. La pellicola è l’adattamento cinematografico del romanzo Stanza, letto, armadio, specchio (Room), scritto da Emma Donoghue nel 2010 in cui si narrano le vicende di una ragazza rapita a 17 anni da un aguzzino che abusa di lei con regolarità e del suo bambino nato e cresciuto in una stanza, che rappresenta l’unico mondo che conosce.

Del drammatico fenomeno della pedofilia parla, invece, il “miglior film” di questi premi Oscar, ossia “Il caso Spotlight” di Thomas McCarthy, che ha ottenuto anche la statuetta per la migliore sceneggiatura originale. Il film racconta le vicende reali venute a galla dopo l’indagine del quotidiano The Boston Globe sull’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto alcuni casi di pedofilia avvenuti in diverse parrocchie. L’indagine valse il Premio Pulitzer di pubblico servizio al quotidiano nel 2003 e aprì la strada a numerose indagini sui casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica. «Questo premio dà voce ai sopravvissuti», ha commentato il produttore del film Michael Sugar. «Una voce che arriverà al Vaticano. Papa Francesco, è arrivato il momento di proteggere i bambini».

A portare sul palco di Los Angeles il tema della transessualità è stato poi il film “The danish girl” grazie al quale Alicia Vikander ha ricevuto l’Oscar come migliore attrice non protagonista. La pellicola ricostruisce la vera storia dell’artista danese Lili Ilse Elvenes, nata in un corpo maschile con il nome di Einar Mogens Andreas Wegener, è stata la prima persona nella storia a sottoporsi a un intervento chirurgico per cambiare sesso.

Il dramma della Shoa è, invece, al centro del “miglior film straniero” dal titolo “Il figlio di Saul” del regista ungherese László Nemes in cui si narrano le vicende di un deportato ad Auschwitz-Birkenau reclutato come sonderkommando, figura assoldata per rimuovere i corpi dalle camere a gas e poi cremarli.

Impossibile, infine, non citare il Maestro Ennio Morricone, vincitore del premio Oscar per la colonna sonora del film “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino, dopo le precedenti cinque nomination concluse con un nulla di fatto e dopo la statuetta ricevuta nel 2007 per la sua straordinaria carriera. Morricone, accolto con una standing ovation, ha dedicato il premio alla moglie Maria Travia.

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