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Crisi economica: sono le nuove generazioni a pagarne il prezzo

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I giovani europei sono quelli che pagano il prezzo più alto per la crisi economica e il debito fra i Paesi dell’Ue ma per gli italiani, messi a confronto con i coetanei di altre nazioni, la strada è ancora più in salita.
Questo è quanto ha stabilito la Fondazione Bertelsmann attraverso il suo indice di rapporto – Social Justice Index – che analizza ogni anno l’andamento delle opportunità di partecipazione in termini di giustizia sociale in tutti i 28 Stati membri dell’Unione Europea.


Il social Justice Index effettua le sue analisi basandosi su sei criteri: la prevenzione della povertà, l’equità dell’istruzione, l’accesso al mercato del lavoro, la coesione sociale e la non discriminazione, la salute e la giustizia intergenerazionale.
Proprio per quanto riguarda la giustizia sociale emerge chiaramente il solito divario tra l’area dei Paesi settentrionali e quella dei Paesi meridionali. Per quanto anche i primi in leggero calo rispetto all’anno scorso, si collocano in cima alla classifica Svezia, Danimarca, Finlandia e Paesi Bassi, con la sorpresa Repubblica Ceca che ha adottato delle ottime misure in materia sanitaria. Il buon livello di inclusione sociale fa meritare all’Austria il sesto posto mentre la Germania disattende le attese con la sua settima posizione a causa delle problematiche relative all’accesso all’istruzione e di quelle registrate nel campo della giustizia intergenerazionale.

Nell’ambito di quest’ultimo settore gli indicatori non danno segnali confortanti, l’Italia è al 25 posto tra i 28 Paesi dell’Unione; peggio di noi solo Bulgaria, Romania e Grecia.
Dal 2007 in poi la condizione a livello percentuale di bambini e giovani a rischio di povertà ed esclusione sociale è cresciuta mentre andava diminuendo il rischio di povertà degli anziani. Ma i giovani privi di risorse materiali sono più numerosi rispetto alla popolazione anziana con una differenza di quattro punti percentuali (11,1% contro 6,9%). Su questo dato hanno inciso le pensioni che in molti Paesi non sono state ridotte o hanno subito un abbassamento minore rispetto ai salari dei giovani.

Desta molta preoccupazione il fenomeno dei neet (chi non lavora, non studia, non segue percorsi formativi) che in Italia rappresenta il 32% dei ragazzi e in Spagna il 24,8%.
Tutta l’Europa Meridionale presenta tassi di disoccupazione giovanile molto elevati: in Spagna e in Grecia la percentuale schizza oltre il 50% e in Italia è al 42,7%. La crescita del debito pubblico, comprensibilmente, peggiora la situazione.

Se il Nord Europa tiene relativamente bene – i Paesi scandinavi sono al top – il Sud sprofonda e lo confermano i redattori dell’index: «Rispetto all’indagine condotta lo scorso anno, la situazione ha fatto registrare un ulteriore netto peggioramento; tra il 2008 e lo scorso anno il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato, salendo dal 6,8% al 12,9%, mentre il livello occupazionale con una percentuale del 55,7% è rimasto stazionario a un livello molto basso (26 posto). Solo in Grecia e in Croazia si è registrato un tasso di occupazione ancora più basso».

Il rapporto Social Justice Index evidenzia come la giustizia sociale sia generalmente sottovalutata, mentre rappresenta un passo fondamentale per la crescita. In sostanza l’UE non dovrebbe scindere il concetto di giustizia sociale da quello di crescita economica.
In particolare gli interventi dovrebbero essere tesi a prevenire la povertà infantile, dare vita a veri e propri sistemi di istruzione che siano equi e inclusivi, combattere le discriminazioni per offrire pari opportunità a tutti, intervenire sulla sanità migliorandone la qualità e essere di supporto per la giustizia intergenerazionale con investimenti mirati a favore della genitorialità (più asili nido) e un adempimento più deciso verso le energie rinnovabili.

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