Roberto Museo

Pubblicato il 7 gennaio 2016

Roberto Museo, direttore di Csvnet: “senza felicità pubblica non può esserci umanità”

Da 10 anni Roberto Museo è direttore di Csvnet, la rete dei Centri di servizio per il volontariato, ma la sua esperienza nel mondo del volontariato e della solidarietà è iniziata molto tempo prima, per poi trasformarsi in vera attività lavorativa. La sua passione e il suo impegno al fianco delle persone più svantaggiate hanno avuto origine, infatti, nella sua città d’origine, L’Aquila, quando Museo aveva appena 15 anni. Felicità Pubblica lo ha intervistato per conoscere meglio il ricco mondo dei Csv e del volontariato, anche alla luce della recente pubblicazione del primo Report nazionale sulle Organizzazioni di Volontariato censite dai CSV di cui abbiamo dato notizia in precedenti articoli. (leggi l’articolo e l’approfondimento)

Iniziamo con alcuni dati sui CSV: da quanto tempo esistono, a che scopo sono nati e quanti sono oggi in Italia?

I Centri servizi per il volontariato sono previsti dall’articolo 15 della Legge Quadro sul mondo del volontariato del 1991 e, gestiti dalle stesse associazioni, sono a loro disposizione con la funzione di sostenere e qualificare la loro attività, ma anche di promuovere il volontariato nel nostro Paese. I primi centri di servizio vedono la luce nel 1997 per arrivare al completamento della rete nazionale nel 2001. L’intero sistema dei Csv trova la sua completa realizzazione, dunque, solo dopo 10 anni dalla legge che li introduce. Oggi in Italia ci sono 72 Csv che hanno un’articolazione sia di natura regionale che provinciale per complessivi 380 sportelli sul territorio attraverso i quali eroghiamo servizi al mondo del volontariato. Quanto alla governance, ad oggi (dati 2014) sono oltre 9.000 le organizzazioni di volontariato che gestiscono i Csv.

Recentemente avete presentato il Primo Report nazionale sulle Organizzazioni di Volontariato censite dai CSV, qual è la fotografia che ne emerge?

La sfida di questo rapporto è stata quella di mettere a sistema tutte le banche dati di rilevazione delle organizzazioni dei Centri servizi di Volontariato, perché oggi abbiamo mille registri ma nessuna informazione. Questo per dire che il fenomeno del volontariato da un punto di vista statistico è solo di recente studio nel senso che solo 4 anni fa, nel 2011, c’è stato il secondo rapporto sugli enti no profit da parte dell’Istat dove però non sono analizzate le associazioni di volontariato ma solo il numero di volontari del Terzo settore. Questo rapporto quindi è importante perché è riuscito per la prima volta a censire e a organizzare 44.182 organizzazioni di volontariato. Quanto ai risultati, è interessante per esempio evidenziare che dal punto di vista semantico la parola più citata dal soggetto sociale è la famiglia. Altre analisi testuali sulle finalità delle associazioni mettono in luce i concetti di promozione, assistenza, donazione, tutela ed educazione, valori propri del mondo del volontariato. Per quanto riguarda la concentrazione territoriale delle organizzazioni non è un caso che il Terzo settore si sviluppi di più in contesti dove c’è un maggiore sviluppo socio-economico. La ricerca conferma, infatti, che in 5 regioni italiane – la Lombardia, la Toscana, il Lazio, il Piemonte e l’Emilia Romagna – si concentrano oltre la metà, precisamente il 55% delle organizzazioni di volontariato censite. Questo è un dato che si correla perfettamente con i dati del censimento Istat sulle oltre 350 mila organizzazioni no profit e testimonia, dunque, la scientificità del rapporto. Discorso diverso dal punto di vista geografico, invece, se confrontiamo il numero delle organizzazioni, in termini percentuali, rispetto al numero di abitanti della regione analizzata. In questo caso ai primi posti svettano la Valle d’Aosta e il Friuli Venezia Giulia. Altra caratteristica è che la maggior parte delle organizzazioni non sono riconosciute e non hanno quindi personalità giuridica e che l’83% ha una qualifica di Onlus. Altro elemento, che è proprio del volontariato, è poi che oltre il 50% svolge la propria attività nel comune di riferimento quindi si tratta di un volontariato che legge i bisogni della propria comunità; soltanto 5 organizzazioni su 100, infatti, hanno un riferimento nazionale e internazionale. Sul numero dei volontari abbiamo una media di circa 16 volontari per organizzazione. Un dato un po’ curioso, inoltre, è che siamo riusciti a rintracciare anche l’organizzazione più antica in Italia (almeno secondo il nostro censimento) che è la Misericordia di Genova, nata nel 1474. Tra i dati analizzati emerge poi che i presidenti sono principalmente uomini (i 2/3), mentre al contrario nelle organizzazioni che si occupano di più di istruzione, di problemi delle donne, di tutela dei diritti e di problemi sociali, le donne sono circa il 50%. Infine i campi dove oltre il 50% delle organizzazioni operano sono il sociale e il settore sanitario, seguono la cultura, lo sport e la ricreazione.

Il vostro Report è stato illustrato durante l’Expo di Milano. Qual è stato il ruolo dei volontari nell’organizzazione di questo grande evento internazionale?

I volontari di Expo, contrariamente a voci distorte, non hanno svolto un’attività di lavoro equiparabile a quella dei dipendenti. I volontari avevano un tipo di attività che era quella di accogliere i visitatori dando un chiaro messaggio di quello che era il tema di Expo. Quindi trasmettere quei principi di universalità e di solidarietà parlando con i visitatori durante le file, ad esempio. Chi ha fatto il volontario sapeva a cosa andava incontro e la dimostrazione di ciò sta nella constatazione che, di oltre 5.000 volontari, Expo si è ritrovato a gestire una sola vertenza. Si è trattato di un’esperienza bellissima e il risultato che ci si aspettava in termini di capitalizzazione dei volontari è stato centrato. Il 63% dei volontari di Expo dichiara, infatti, di volersi impegnare in attività di volontariato seppur episodica, il 22% vuole entrare in un’organizzazione di volontariato e svolgere continuativamente questa attività, il 15% è alla ricerca di altre forme di volontariato. Questo per dire che tali eventi sono un processo accelerativo di quello che oggi è sempre più un fenomeno di impegno sociale dei più giovani.

Un ruolo decisivo sarà giocato dai volontari anche durante il Giubileo. In che modo i volontari vengono formati per affrontare al meglio questi appuntamenti?

Una delle attività più importanti che noi svolgiamo è quella di essere ponte tra l’aspirante volontario e l’agire volontario, che si articola poi in diverse modalità, che ruotano anche intorno alla formazione dei volontari che poi si trovano davanti a ruoli anche molto delicati. Cerchiamo di cogliere le attitudini dei volontari così da fare in modo che possano svolgere nella maniera migliore il proprio ruolo, ma alla vocazione va affiancata sempre un’adeguata attività di formazione. E’ fondamentale a mio avviso, poi, che i volontari non vadano a sostituirsi ai professionisti del settore, come medici, ingegneri, pompieri, ecc., perché altrimenti il rischio è quello della professionalizzazione del volontariato.

Qual è la difficoltà principale che incontrano i CSV a livello locale?

La principale difficoltà che ci siamo trovati in questi anni a dover gestire è far capire alle associazioni che un Csv non è un bancomat o una mucca da mungere, né un patronato o un caf, ma un luogo dove il volontariato partecipa attivamente per leggere i bisogni del territorio e trovare insieme le soluzioni. Ma ormai questa fase critica è superata. L’altra criticità è nel rapporto con la pubblica amministrazione che sempre più spesso, in tempi di crisi come quelli attuali, fa l’equazione volontariato uguale costo zero, quindi più posso utilizzare le associazioni e più mi muovo gratuitamente per risolvere i problemi della comunità. E qui nasce tutto lo sforzo che abbiamo fatto in questi anni nell’ottica di partecipazione e di cultura del volontariato, ma soprattutto di far parlare lingue diverse per uno stesso obiettivo. E’ una difficoltà ma soprattutto una bella sfida.

E’ di estrema attualità il tema della Riforma del Terzo settore. Qual è il suo punto di vista al riguardo e in che modo la nuova Riforma potrebbe influire sui CSV e sulla loro rete?

Come tutte le riforme si parte per raggiungere alcuni obiettivi e poi se ne raggiungono altri. Ricordo per i meno addetti ai lavori che questa riforma aveva due obiettivi: chiarire il discorso del servizio civile universale e dell’impresa sociale. Invece oggi siamo arrivati a un disegno di legge – che purtroppo si trova ancora si trova in Commissione Bilancio in Senato e che speriamo riprenda presto il suo iter – che mette mano a tutto il Terzo settore per arrivare a un testo unico. C’è bisogno di armonizzare un mondo di oltre 380 mila istituzioni non profit all’interno del quale c’è anche un focus specifico sui Csv. Una delle richieste che questa riforma farà ai Csv è quella di intercettare altri soggetti di Terzo settore, quindi di lavorare anche insieme ad altre realtà che non siano solo organizzazioni di volontariato, ma soprattutto promuovere i volontariati nelle diverse categorie di Terzo settore. Oggi abbiamo 4 milioni di volontari nelle organizzazioni del Terzo settore e altri 3 milioni di volontari singoli, cittadini che si impegnano in modo saltuario. Io credo che la sfida che la riforma ci darà è appunto quella di fare da ponte tra il volontariato organizzato e quello non organizzato. Negli ultimi mesi, quindi, si è recuperata molto di più, rispetto alla spinta economicistica della riforma, la legittimazione del ruolo del volontariato e dell’associazionismo di promozione sociale.

Le chiediamo ora un appello: perché un giovane dovrebbe diventare volontario?

Io l’appello lo faccio ripartendo dalla mia esperienza, cioè cosa ha dato a me il volontariato. Fare volontariato mi ha permesso di mettere alla prova i miei talenti e apprendere nuove competenze. E qui voglio fare una differenziazione tra volontariato telematico e volontariato reale: spesso ai giovani costa meno fare l’sms solidale, che pure è apprezzabile, che alzarsi dalla sedia e andare incontro agli altri. Bisogna lavorare molto affinché i giovani comprendano che la relazione può fare la differenza. Fare volontariato, inoltre, innerva la tua vita quotidiana e cambia il tuo modo di essere anche lavoratore, genitore, marito ecc, perché insegna a essere più altruisti. Crescere, come è accaduto ad esempio a me, in un’associazione che si occupa di problemi mentali, ti fa vedere cose che probabilmente in una vita “normale” non incontreresti mai. Anche se poi, come dico spesso, ho incontrato più matti fuori dalle tante famiglie di matti, che mi hanno insegnato tanto. Fare il volontario aiuta poi anche a trovare nuovi amici o a viaggiare verso Paesi dove probabilmente non andresti. I volontari di Expo, ad esempio, hanno incontrato il mondo. In ultimo io, personalmente, non mi sono mai appassionato a passare tempo nei centri commerciali o davanti alla tv, mentre il volontariato ha riempito il mio tempo, la mia vita. Ho avuto poi la fortuna di trasformare questa passione in lavoro e non c’è nulla di più bello.

Infine, qual è secondo lei il fattore principale per il raggiungimento della “Felicità Pubblica”?

Senza felicità pubblica non ci può essere umanità. Parto da Aristotele e in particolare da quando lui associa la felicità dell’uomo al suo essere sociale e al suo far parte di una comunità civile, e penso che probabilmente la nostra realtà dovrebbe tornare a questi principi. Questo lo ritengo un ingrediente fondamentale per raggiungere la felicità pubblica: testimoniare ai giovani le esperienze di  volontariato e di economia civile laddove però non ci siano distinzioni di lingua, di sesso, di pelle. Quindi non homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’uomo), ma l’uomo è per natura amico degli altri, è un essere votato alla felicità. E’ importante quindi non dimenticare che le persone con cui abbiamo a che fare sono persone, che vanno trattate come risorsa e come valore aggiunto.  Occorre rispetto, valorizzazione, così come occorrere riscoprire che il proprio luogo di lavoro è un luogo dove si punta al bene comune. Questo da un punto di vista personale. Poi c’è il concetto più ampio di felicità pubblica che abbraccia il tema della rigenerazione di una coscienza civile. E non posso non riconoscere che c’è un uomo che sta cercando di fare questo ed è l’uomo dell’anno: papa Francesco.

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Antonella Luccitti

Giornalista e direttore responsabile del portale "Felicità Pubblica". Amo la scrittura, il cinema e i viaggi.

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