don luigi ciotti

Pubblicato il 27 dicembre 2015

Legalità, responsabilità individuale, giustizia sociale

Confesso che ho sempre fatto difficoltà a comprendere a fondo cosa significasse “educare alla legalità”. Qualche volta ho pensato si trattasse di un’espressione di circostanza, altre volte l’ho ritenuta un’espressione di moda, o peggio, di circostanza. E tuttavia chi ha a cuore la legalità non può esimersi dal cimentarsi con la dimensione dell’educazione.

Per scoprire il valore autentico dell’educazione alla legalità suggerisco di ascoltare il pensiero di don Luigi Ciotti in un contributo pubblicato tempo addietro sul portale del Gruppo Abele. Le sue considerazioni ci guidano in un percorso che si dipana dalla crisi della legalità “connessa al diffondersi di egoismo ed indifferenza” a una visione della legalità non intesa come valore in sé ma come “mezzo per saldare la responsabilità individuale alla giustizia sociale”.
In questo itinerario Don Ciotti chiama in aiuto Corrado Alvaro, Norberto Bobbio, San Giovanni Bosco, i magistrati Rosario Livatino e Antonino Caponnetto, il prefetto Dalla Chiesa, don Pino Puglisi. Senza concedere nulla alla retorica, a passo a passo, ci aiuta a capire che la legalità va costruita nella quotidianità, nei fatti concreti, in un lavoro collettivo e condiviso, in una dimensione locale e globale.

Educare alla legalità: la diffusione di buone prassi sul territorio

Un problema prima di tutto culturale
“Educazione alla legalità” è un’espressione che rischia oggi di suonare riduttiva e inadeguata. Ecco perché, prima di affrontare questo tema, mi sembra necessaria una premessa più ampia sul clima culturale del nostro Paese.
Dobbiamo interrogarci su come la crisi della legalità sia connessa al diffondersi di egoismo ed indifferenza. Quel che più preoccupa è una generale “smobilitazione delle coscienze”: tanti italiani hanno ormai “depenalizzato” certi reati dentro di sé, sono disposti a chiudere un occhio su quelle piccole – ma spesso tutt’altro che piccole – violazioni delle regole che fanno comodo perché permettono di ottenere dei vantaggi o di consolidare dei privilegi.

Tra i sessanta paesi più avanzati del mondo, l’Italia è al quinto posto per il livello di corruzione. Segno inequivocabile di un’illegalità diffusa che merita una riflessione profonda. Dobbiamo fermarci e scoprirci ancora in grado di provare disgusto rispetto a questa situazione. Uso il termine disgusto, e non indignazione, perché ormai l’indignazione è diventata una “moda”. Tutti si indignano, ma la maggior parte poi si ferma lì, non prova trasformare questo sentimento in impegno.
Aveva ragione Corrado Alvaro, il grande scrittore di San Luca nella Locride, quando scriveva che «la disperazione peggiore di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile». Dobbiamo ribellarci alla rassegnazione per sconfiggere insieme questo dubbio.

Ci troviamo sempre più a fare i conti con una cultura che esalta una libertà slegata dalla responsabilità, una libertà degradata ad arbitrio, ad affermazione a scapito degli altri se non contro gli altri. È un concetto che sta sullo sfondo di tanti messaggi quotidiani – della pubblicità ma a volte anche della politica – e si accompagna all’idea che ciò che conta è l’immagine, il potere, il possesso, la forza, il denaro, la bellezza ad oltranza.

Le relazioni vengono prima delle regole
Una sottocultura del genere non facilita certo il compito educativo. Molte fragilità che osserviamo nei nostri ragazzi nascono da lì. Ci sono in Italia migliaia di persone, spesso giovani, che soffrono di anoressia e di bulimia: non è solo un problema di rapporto con il cibo, ma il sintomo di un malessere più profondo. Chi è genitore queste cose le vive ogni giorno sulla propria pelle, chi lavora nella scuola le conosce bene.

Come Gruppo Abele, ci capita oggi di accogliere e accompagnare ragazzi che, sentendosi schiacciati dal consumismo, ci chiedono una mano per riempire di senso la propria vita, riscoprirne il significato. Certo non parliamo di grandi numeri, ma queste situazioni sono la spia di un disagio più ampio.
In provincia di Torino, poco prima di Natale, in pochi giorni abbiamo avuto notizia del suicidio di tre ragazzini preadolescenti. Come in altri casi di suicidio, questi ragazzi hanno lasciato un messaggio. A leggere quei pensieri si resta senza parole: c’è sempre un chiedere scusa – scusa per la propria inadeguatezza, il proprio fallimento – e insieme la non piena coscienza dell’irrevocabilità del gesto, come se dal suicidio fosse possibile tornare indietro. Non è forse anche questo un effetto di quella “fuga nel virtuale” che rischia di rubare ai giovani il senso della realtà?

Dobbiamo allora innanzitutto domandarci: chi intercetta le emozioni dei ragazzi, oggi? Qualcuno deve aiutarli a capire che non esiste solo la dimensione individuale, ma anche una dimensione relazionale e collettiva nella quale trasformare in forza le loro fragilità e le loro paure. E’ qui che si gioca anche la partita della cittadinanza: come possiamo sperare che loro comprendano il freddo linguaggio delle leggi, se prima noi stessi non recuperiamo quello dei rapporti umani? Lo dico pensando ai ragazzi, ma anche ad altri soggetti vulnerabili, come i migranti. Persone che a volte devono essere “alfabetizzate” circa le nostre regole e costumi, ma prima di tutto essere accolte in una rete di relazioni. Non possiamo ignorare che proprio nel nome della legalità e della sicurezza si attuano oggi provvedimenti che poco hanno a che fare con il rispetto dei diritti delle persone e la loro inclusione nel tessuto sociale.

La legalità non si esaurisce insomma nel rispetto passivo delle norme, ma deve saldare la responsabilità individuale alla giustizia sociale. Non si può pretendere che un ragazzo abbia una visione aperta e positiva della vita se prima non ha potuto sperimentare la ricchezza e la responsabilità dei rapporti sociali, sviluppare legami di identità e di appartenenza con il contesto in cui vive. Accompagnare i giovani alla scoperta della relazione è la nostra prima responsabilità.

I giovani cercano adulti credibili
Il grande filosofo torinese Norberto Bobbio ci ricordava che «la Democrazia vive di buone leggi e di buoni costumi». Dobbiamo certo chiedere alla politica buone leggi: leggi che abbiano per fondamento la persona umana e rispondano ai suoi bisogni. Ma dobbiamo al contempo coltivare, noi per primi, i buoni costumi. La società ha bisogno del cambiamento, eppure troppo spesso dimentichiamo che questo cambiamento dipende in buona parte da noi, è il frutto di ciò che costruiamo giorno per giorno nelle nostre realtà.

È un insegnamento presente anche nelle parole di San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, che a metà dell’ottocento raccomandava ai ragazzi “raccolti” per strada di essere «buoni cristiani e onesti cittadini». Parlava coi giovani di “cittadinanza” già a metà dell’Ottocento!

I ragazzi hanno bisogno di essere protagonisti. Loro non ce lo dicono, o magari lo fanno a modo loro, con un linguaggio che non sempre riusciamo immediatamente a comprendere. Per questo non bisogna dare loro solo “un posto”, ma “fare loro posto”, intercettando i loro interessi, le loro aspirazioni, e creando le condizioni affinché possano svilupparsi. Non considerarli “contenitori” da riempire, ma persone capaci, creative, alla ricerca della loro strada, del loro modo di esprimersi. E guadagnarsi la loro fiducia.

Mi piace ricordare qui le parole di un grande magistrato ucciso dalla mafia, Rosario Livatino. Ho avuto modo di conoscere i genitori, la loro sofferenza piena di dignità per la perdita di un figlio ancora così giovane, così legato a una professione che svolgeva con una profonda coscienza civile e religiosa. Tra le molte stupende riflessioni sulla giustizia che ho potuto leggere nei suoi appunti, c’è un frase che mi ha particolarmente colpito: «non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili». È una considerazione che non vale solo per chi ha riferimenti cristiani, come me, ma per tutti noi. Ecco, credo che i giovani non cerchino adulti perfetti ma credibili, adulti che sappiano trasmettere il senso della coerenza e il gusto della passione vera.

“Conoscenza”, “responsabilità” e “giustizia” sono tre dimensioni fortemente legate, ed è proprio questo legame a dettare il senso dei nostri progetti e dei nostri percorsi. Far scoprire ai ragazzi la responsabilità, anzi la corresponsabilità, è suscitare in loro quelle domande da cui nasce una conoscenza autentica della realtà, la ricerca di orizzonti sempre più vasti. La giustizia e l’impegno per il bene comune hanno qui la loro premessa, così come ce l’ha la legalità, che però non è valore in sé ma, come dicevo, il mezzo per saldare la responsabilità individuale alla giustizia sociale.

“Insieme” è la parola chiave
Le buone prassi sono quelle che incidono, scuotono le coscienze e stimolano all’impegno. Purtroppo nel contesto educativo, sotto il nome di “educazione alla legalità”, si nascondono anche progetti di bassa qualità, senza obbiettivi chiari né metodi adeguati.
In una materia così delicata è cruciale non fermarsi alla forma, alla superficie, né accontentarsi dei “buoni propositi”, ma andare al cuore dei problemi per affrontarli senza reticenze o timori. C’è bisogno di concretezza, di continuità, di testimonianze vere. E anche di coltivare uno sguardo positivo.

Se pensiamo al tipo di notizie che prevalentemente ci trasmettono i mezzi di comunicazione non possiamo che provare disgusto. È giusto denunciare con forza tutto ciò che non va, però bisogna anche cercare un equilibrio fra denuncia e proposta, imparare a cogliere le positività che esistono e che alimentano la speranza. Penso, restando alla Sicilia, a esperienze come “Addiopizzo” e ad altre associazioni antiracket, alle scuole impegnate in percorsi sulla giustizia e la cittadinanza, alle molte e diverse realtà del territorio che lavorano per costruire consapevolezza, opportunità, diritti. Se non siamo capaci di valorizzare il positivo rischiamo di cadere nello sconforto, nel disorientamento, nella disperazione. Invece c’è bisogno di credere, e di fare. Di creare speranza viva.

Bisogna puntare molto sulla qualità dei progetti educativi. Un buon progetto educativo è quello che insegna la relazione e la collaborazione. La chiave dell’educazione sta in una parola: insieme. Ci si educa insieme, adulti e ragazzi, insieme si diventa corresponsabili. Oggi più che in passato siamo chiamati a dare nuova forza ai nostri progetti, nuova coerenza e concretezza. Per evitare che la formula “educazione alla legalità” diventi un ombrello sotto il quale trova spazio un po’ di tutto.

Inoltre, attenzione alle “mode”. Capita che certi temi diventino improvvisamente “di moda” e tutti comincino a trattarli, ad approfondirli. Poi però progressivamente l’attenzione scema per essere sostituita da un’attenzione diversa: allarmi a cui seguono silenzi, nonostante il problema sia tutt’altro che superato! Non si parla più ad esempio, come si dovrebbe, di prevenzione all’Aids, mentre va molto di moda il tema del “bullismo”, con molte semplificazioni connesse. Non dico che la scuola non debba promuovere iniziative sui temi che suscitano interesse, ma credo che siano da preferire quei percorsi che si sviluppano nella quotidianità e nella continuità.

L’educazione da sola non basta
Quando si parla di educazione, mi piace sempre ricordare ciò che ha detto un grande Procuratore della Repubblica di questa città, Antonino Caponnetto. Dopo la morte di Falcone e Borsellino, che lui considerava come figli, non ha mai smesso di girare l’Italia per far vivere la memoria di quegli straordinari magistrati, di cui amava parlare soprattutto ai giovani. «La mafia – diceva Caponnetto – teme più la scuola che la giustizia. L’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa». Nel mio piccolo credo anch’io che l’apprendimento e la consapevolezza siano il primo antidoto contro le mafie e l’illegalità e proprio per questo credo sia importante affrontare certi discorsi con i ragazzi fin da piccoli.

Dobbiamo però anche essere consapevoli che i progetti e i percorsi sulla legalità non bastano, se poi si scontrano con la mancanza di prospettive. Troppo spesso succede che in una scuola si promuova un bel progetto sulla legalità, s’invitino relatori ed esperti di alto livello, ma non si tenga conto della distanza che intercorre tra le analisi e la realtà. Una distanza di cui proprio i mafiosi sembrano essere consapevoli. Pensiamo a quello che disse nel giugno del 1997 il boss Pietro Aglieri a due magistrati che lo interrogavano: «Quando voi venite nella scuola a parlare di legalità, di giustizia, di rispetto delle regole, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono e magari tornano a casa a riferire ai genitori quelle belle parole che hanno sentito. Ma quando questi ragazzi cercano un lavoro, una casa a chi trovano? A voi o a noi? Dottore trovano a noi. E solo a noi».

In alcuni territori, lo sappiamo, accade davvero così. La mancanza di politiche sociali, di servizi, di lavoro, di interventi di promozione dei diritti e delle opportunità, ha un peso enorme nell’avvicinare i giovani alla criminalità. Molti ragazzi diventano “figli” della mafia perché la considerano alla stregua di una “madre” che, in assenza di prospettive, garantisce protezione, sicurezza, un piccolo stipendio. Possibilità di vita altrimenti inaccessibili. Dietro la forza delle mafie c’è insomma un problema di giustizia sociale. Aveva ragione il Prefetto Dalla Chiesa quando disse che per spezzare il ricatto dei criminali sulla società, lo Stato deve garantire ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà loro come favore.

Non è semplice, ma dobbiamo riuscire ad avere una visione complessiva di quello che si può e si deve fare, a livello educativo e non solo. Penso ad esempio all’importanza dello strumento della confisca dei beni, per cui Libera si batte da sempre. Penso a quei terreni un tempo appartenuti ai boss e oggi gestiti da cooperative di giovani a cui è stata data un’opportunità importante: un lavoro vero, pulito, che diventa il motore della rinascita di tutto un territorio. Sono segni di speranza che non cambiano il mondo, ma certamente danno la misura di quanto è possibile realizzare se c’è una volontà condivisa, una capacità di mettere insieme le forze.

Dalle parole ai fatti, dal locale al globale
Voglio citare infine un sacerdote di questa terra, don Pino Puglisi. Siciliano coraggioso, convinto dell’importanza di parlare nelle scuole di mafia, che lui considerava «qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi». Tanto convinto dell’importanza di parlare e denunciare, ma altrettanto certo della necessità di non limitarsi alle parole. «Le denunce – diceva – devono essere confermate dai fatti».

C’è allora bisogno di concretezza ma anche di lungimiranza. Questa riflessione sull’educazione e la costruzione di un tessuto sociale più forte non può ad esempio essere circoscritta a certi contesti, a certe zone tipicamente associate alla presenza mafiosa. Io vivo a Torino, la città dove la ‘ndrangheta calabrese nel 1983 ha ucciso il Procuratore della Repubblica Bruno Caccia. Sempre in Piemonte il comune di Bardonecchia, vicino al confine con la Francia, a metà degli anni 90 è stato commissariato per infiltrazione mafiosa. Nella regione dove sono nato invece, il Veneto, negli anni 80 era attiva la “mafia del Brenta”, che oltre a gestire i suoi traffici sul territorio d’origine ha avuto legami con altre mafie, fra cui Cosa nostra.

La ‘ndrangheta ha diramazioni molto estese fuori dalla Calabria, in particolare è nota la sua forte presenza a Milano e nell’hinterland, dimostrata da numerose inchieste, così come la sua capacità di gestire una grande quota del mercato della cocaina in tutto il Nord Europa. A Parma e in altre città dell’Emilia sono stati recentemente scoperti forti interessi della camorra, mentre il Trentino è risultato al centro di traffici internazionali di droga. E’ necessario ricordare tutto questo a chi ancora si ostina a pensare che quello del crimine organizzato sia un problema che riguarda solo alcune regioni del nostro Paese. Serve invece una lettura attenta, trasversale, e la capacità di adattare le pratiche educative a contesti diversi.

Oggi Libera guarda anche alla dimensione internazionale. Nella coscienza dei nostri limiti, che è sempre segno di libertà ed autenticità, abbiamo promosso in Europa la rete FLARE (Freedom, legality and rights in Europe), che riunisce associazioni e giovani di trenta nazioni impegnati nella lotta contro la criminalità organizzata e per i diritti e il protagonismo dei cittadini. Di fronte alla crescente globalizzazione delle mafie, vogliamo rispondere con una globalizzazione dell’impegno.

E’ necessario promuovere una consapevolezza del fenomeno maggiore di quella attuale, impegnandoci con continuità e concretezza su vari livelli: educativo, informativo, sociale. La chiave sta nell’aiutare il maggior numero possibile di persone a capire che le mafie non sono una realtà distante, ma che tocca la vita di ciascuno di noi. Sta nel rendere evidenti le connessioni delle mafie con le dinamiche dell’economia legale, le insufficienze e i ritardi della politica. Sta nel promuovere a livello internazionale uno strumento prezioso come la confisca dei beni mafiosi e il loro uso sociale. Per capire che il cambiamento comincia sempre nella coscienza di ognuno di noi e si concretizza nei nostri comportamenti. Perché la forza della nostra speranza dipende dal modo con cui traduciamo in concreto, nei fatti di ogni giorno, le idee per le quali ci sembra giusto vivere.

(don Luigi Ciotti)

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Valerio Roberto Cavallucci

Responsabile delle sezioni di approfondimento: Responsabilità sociale; Legalità; Innovazione sociale; Sostenibilità ambientale; Partenariato Pubblico Privato.

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