piantina coltivata

Pubblicato il 9 dicembre 2015

Attenzione: i terreni coltivabili stanno scomparendo

Le terre coltivabili stanno scomparendo. E’ un vero e proprio grido d’allarme quello lanciato nel corso della Cop21 (Conferenza sul clima in corso a Parigi) da Duncan Cameron, biologo dell’Università di Sheffield (UK) sullo stato di salute del nostro pianeta.

Secondo gli studi del ricercatore e del team di esperti che con lui hanno condotto la ricerca, infatti, quasi un terzo delle terre coltivabili del nostro pianeta è scomparso negli ultimi 40 anni, a causa di pratiche agricole intensive e ci vorranno secoli perché tornino produttive. Ma non solo: le ricerche mettono in luce un problema peggiore, ossia che la situazione non può che peggiorare se non si prendono provvedimenti immediatamente.

Il team inglese ha acceso i riflettori in particolare sul fatto che la maggior parte dei terreni coltivabili del nostro pianeta sono alti meno di un metro a fronte di un periodo di oltre 500 anni necessario alla natura per formare appena 2,5 centimetri di suolo nuovo.

«Oggi il tasso di erosione dei campi arati è da dieci a cento volte superiore al tasso di formazione del suolo», evidenzia Cameron puntando il dito in particolare contro l’uso massiccio dei fertilizzanti, che oltre a degradare il suolo nel lungo periodo, assorbono almeno il 2 per cento delle fonti energetiche disponibili annualmente.

«Per capire verso dove stiamo andando bisogna pensare alla dust bowl che si verificò nel 1930 nel Nord America: quella sarà una situazione normale sul nostro pianeta se proseguiamo su questa strada», ha aggiunto Cameron ricordando la serie di tempeste di sabbia che interessarono la parte centrale degli Stati Uniti e una vasta area del Canada, causate dalla progressiva desertificazione del suolo fertile, un vero e proprio disastro ecologico.

Ma qual è la ricetta del ricercatore per tutelare i terreni fertili?

A detta di Cameron è necessario tornare all’uso di metodi agricoli pre-industriali, all’uso dei letami, che permettono di ripristinare la materia prima di cui è composto lo strato attivo, oltre che la struttura del suolo e la sua capacità di trattenere l’acqua e i nutrienti.

«C’è un gran bisogno di mettere a riposo molti suoli», conclude Cameron, «per dare loro il tempo di ricostituire caratteristiche e nutrienti. E c’è un altro fattore importante da considerare: i metodi di produzione hanno imposto una netta distinzione tra suolo agricolo e quello usati per l’allevamento. Bisogna invece tornare alla rotazione, sia delle colture sia delle destinazioni».

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Antonella Luccitti

Giornalista e direttore responsabile del portale "Felicità Pubblica". Amo la scrittura, il cinema e i viaggi.

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