social eating

Pubblicato il 11 novembre 2015

Home restaurant: quando a cucinare è il padrone di casa

La cucina è la vostra passione? Vi piace preparare deliziose cenette per i vostri familiari e amici? Sareste curiosi di far assaggiare le vostre prelibatezze a gente sconosciuta, magari guadagnando anche qualche soldino, senza aprire un vero e proprio ristorante?

Se la risposta è sì, allora il social eating è quello che fa per voi. Si tratta di un interessante e innovativo esempio di sharing economy che, partito da Londra, si sta pian piano sviluppando in diversi Paesi d’Europa, compresa l’Italia attraverso i cosiddetti home restaurant. L’iniziativa consiste nel trasformare la propria abitazione in un piccolo e accogliente ristorante dove è proprio il padrone di casa, host, a mettersi ai fornelli per preparare ottime portate per i propri commensali, sconosciuti che trovano l’opportunità su internet e che, rigorosamente a pagamento, sperimentano la cucina home made.

All’origine della scelta dei “social clienti” di optare per un home restaurant al posto di una tradizionale trattoria o di un ristorante stellato, c’è soprattutto un aspetto culturale e di mentalità, che spinge sempre di più i consumatori a prediligere la sharing economy in un’ottima non solo di risparmio, ma soprattutto di scambio e condivisione.

Ma è davvero tutto così semplice e perfetto? Assolutamente no, dal momento che l’home restaurant nasconde, almeno in Italia, ancora una serie di criticità.

A cominciare dal vuoto legislativo che nel Belpaese riguarda questo genere di iniziative. Seppure una nota del Ministero dello Sviluppo Economico (10 aprile 2015) li equipari ad attività di somministrazione di alimenti e bevande (e ciò implicherebbe l’applicazione del disposizioni di cui all’articolo 64 del dlgs 59/2010), gli operatori li classificano invece come eventi casalinghi e saltuari.

Ed è proprio la poca chiarezza legislativa e fiscale che rischia di trasformare gli home restaurant in pericolosi e sleali concorrenti delle tradizionali attività di ristorazione, dal momento che l’assenza di oneri di gestione consente loro di applicare costi decisamente più convenienti.

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Redazione

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