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Lost, Ghost, Neet

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Il 16 ottobre abbiamo dato notizia che l’associazione WeWorld, in collaborazione con il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA)  e la rivista “Animazione sociale”, ha presentato la prima indagine nazionale sul fenomeno dei Neet (Not in Education, Employment or Training): Ghost. Indagine sui giovani che non studiano, non lavorano o non si formano. (leggi l’articolo)

Si tratta di un tema centrale da qualsiasi punto di vista lo si voglia guardare. Ad esempio, la riduzione dell’abbandono scolastico è uno dei cinque obiettivi che i Paesi membri dell’Unione Europea dovranno raggiungere nel campo dell’istruzione entro il 2020. In Italia il tasso medio di dispersione è pari al 15% (circa 600.000 ragazzi e ragazze a rischio di dispersione scolastica) con punte oltre il 20% in Sardegna, Sicilia e Calabria. Più in generale, il nostro Paese ha oltre il 40% di disoccupazione giovanile, più del 21% dei giovani in condizione Neet, un saldo di laureati negativo, pari allo 0,1%. Rilevanti gli squilibri territoriali: i Neet nelle aree Nord Est/Nord Ovest si attestano attorno al 20%, mentre nel Sud raggiungono il 35%.

Siamo di fronte a un fenomeno in larga parte inedito e di assoluta rilevanza, di fronte al quale gli strumenti tradizionali di intervento sembrano in gran parte inadeguati. Certamente siamo di fronte a un quadro problematico che richiede capacità di innovazione sociale.

Per riflettere su questo tema vi proponiamo la lettura di una parte del capitolo conclusivo del Rapporto (clicca qui per leggere il testo integrale).

 

RACCOMANDAZIONI E INDICAZIONI PER DECISORI E OPERATORI

 

(…) le raccomandazioni seguenti spaziano su un registro ampio, cha va dalla necessità di ripensare il modo di fare scuola, la relazione genitori-scuola, fino al rapporto tra scuola, formazione professionale e lavoro nella consapevolezza che “investire sull’educazione, sulla prevenzione, sulla salute, sullo sviluppo e l’inclusione sociale è una saggia operazione economica e garantisce il più alto ritorno economico per gli individui e la società” (James Heckman, Premio Nobel per l’economia 2000).

  1. Garantire l’accesso a nidi e scuole per l’infanzia

Si assume come base di riferimento quanto contenuto nella CRC (Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 1989) e quanto richiesto dalla Commissione europea (Comunicazione del 17/02/2011) in cui si afferma che “l’educazione e la cura della prima infanzia (early childhood education and care· ECEC) costituiscono la base essenziale per il buon esito dell’apprendimento permanente, dell’integrazione sociale, dello sviluppo personale e della successiva occupabilità. L’accesso universale a servizi ECEC inclusivi e di alta qualità rappresenta un vantaggio per tutti. La prima infanzia è la fase in cui l’istruzione può ripercuotersi in modo più duraturo sullo sviluppo dei bambini e contribuire a invertire le condizioni di svantaggio. ECEC si rivela dunque particolarmente vantaggiosa per i bambini socialmente disagiati e le relative famiglie, inclusi gli immigrati e le minoranze.

Occorre quindi che lo Stato e le istituzioni locali sappiano assicurare sull’intero territorio nazionale accesso universale ai servizi educativi per la fascia 0-6 anni, garantendo un’offerta qualificata verificabile (dal punto di vista socio-pedagogico, professionale e formativo) e il superamento delle politiche che continuano a considerare e annoverare questi servizi essenziali tra quelli a domanda individuale.

Occorre contestualmente che i servizi per la prima infanzia sappiano garantire lo sviluppo della personalità del bambino, delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche in tutta la loro potenzialità e nel rispetto dei tempi del bambino, costruendo altresì un sistema integrato territoriale educativo e scolastico, per garantire continuità progettuale e corresponsabilità adulta nella cura e nella crescita sana dei più piccoli.

  1. Garantire l’eguaglianza nelle possibilità di accesso ai percorsi formativi

L’abbandono scolastico colpisce in modo sproporzionato studenti provenienti da ambienti sociali svantaggiati. Se si vuole offrire a tutti i giovani cittadini, italiani o stranieri, la possibilità di aspirare ai livelli più elevati della formazione, bisogna individuare quali strumenti formativi sono più efficaci nel recupero dei divari, in particolare dal punto di vista del possesso delle competenze di base. Le modalità più efficaci dipendono dal contesto sociale ma includono (secondo l’esperienza di Frequenza200) sia il recupero di conoscenze sia lo sviluppo di attività socializzanti ed inclusive. Va superata quindi la distinzione tra successo formativo (prettamente scolastico) e successo educativo (che punta sugli aspetti personali e sociali).

Il POF (Piano dell’Offerta Formativa) delle scuole di primo e secondo grado dovrebbe darsi obiettivi inclusivi da raggiungere con un’offerta variegata che tenga conto delle specificità sociali della propria utenza, con l’impegno ad accompagnare al termine del percorso di studi un numero sempre maggiore di alunni/ studenti. Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca dovrebbero raccordarsi al fine di individuare e allocare risorse per finanziare (e dare continuità nel tempo) e valutare l’efficacia di progetti di sostegno ed incentivazione allo studio da rivolgere ai ragazzi che si trovano in situazioni familiari a rischio di esclusione sociale.

Queste risorse non possono più essere scollegate da quelle che riguardano l’istruzione e la formazione, pertanto i due ministeri dovrebbero costituire una cabina di regia unica, aperta alla Conferenza Stato-Regioni e al Terzo settore con un orizzonte temporale di almeno cinque anni (2020).

  1. Promuovere scuole aperte al territorio e maggiore integrazione tra scuole, enti locali e realtà sociali

Se è fuori discussione che la scuola contribuisca alla crescita del fenomeno dell’abbandono, e quindi dei Neet, in quanto non pone sufficiente attenzione agli studenti più deboli o meno motivati, occorre un’azione generale che, partendo dal riconoscimento della necessità di ridurre la dispersione esistente, porti le scuole ad aprirsi alle istanze della società civile, e stimoli il terzo settore a offrirsi come partner adeguato all’azione formativa.

Da questo punto di vista l’ente pubblico ha una grande responsabilità, nel favorire questo processo di collaborazione, sostenendo la nascita di scuole aperte al territorio e di reti tra scuole ed enti, reti la cui appartenenza dovrebbe declinarsi per “affinità elettive” (modelli pedagogici, specializzazione su settori specifici d’intervento, formazione congiunta di insegnanti ed operatori sociali).

In quest’ottica va ripensato tutto il modello degli organi di partecipazione democratica nella scuola per andare oltre una visione verticistica della partecipazione democratica e sperimentare la collaborazione tra insegnanti, dirigenti, genitori, studenti attori del territorio su un piano di effettiva parità valorizzando e sistematizzando le esperienze di scuole aperte che funzionano, come quelle identificate in www.forumscuoleaperte.it

  1. Promuovere esperienze inclusive e di sostegno delle famiglie nella scuola e nelle comunità locali

La fuoriuscita dai percorsi formativi e educativi ha origine nella scuola ma, anche, in famiglia. Una politica inclusiva deve favori re un’alleanza educativa tra Scuola, Famiglia e Associazioni familiari che metta al centro la persona e il suo processo di crescita. Politiche per la scuola e per la famiglia devono essere tra di loro coerenti e indirizzate a sostenere le fragilità famigliari con servizi e opportunità di consultazione/supporto e formazione sia in contesti e modalità sia forma li sia informa li ma, soprattutto, con azioni volte a coinvolgere le famiglie in modo attivo e partecipato, anche promuovendo impegni tra pari (famiglie a favore d i altre famiglie) e partecipando direttamente alla costruzione e progettazione delle esperienze promuovendo e valorizzando l’esperienza associativa tra famiglie.

Appare necessario, infine, sviluppare reti attorno alle famiglie capaci d i attivare azioni d i supporto per i genitori, aiutandole a sviluppare nuove forme di pensiero verso la scuola e il lavoro e modalità per riconoscere e valorizzare le risorse dei giovani.

  1. Promuovere un sistema scolastico e formativo capace di affrontare le sfide poste dalla condizione Neet

I dirigenti scolastici e i docenti dovrebbero esercitare maggiormente la facoltà riconosciuta dalla legge di applicare programmi studiati ad hoc per i propri alunni, puntare sulla formazione degli insegnanti, con maggiore attenzione e integrazione al “mondo fuori” e “oltre” la scuola e l’Università (Ministero dell’istruzione, Min. del Lavoro e formazione Professionale, Regione).

Scuola, Formazione e lavoro dovrebbero attivare percorsi integrati che aiutino i giovani a professionalizzarsi e ad avvicinarsi al mondo del lavoro attraverso anche una maggiore conoscenza da parte degli Enti Pubblici e privati, preposti alla formazione scolastica e non dei giovani, del contesto circostante e di ciò che offre in termini di opportunità ed occasioni di lavoro.

I tirocini/stage delle scuole superiori e universitari presso organizzazioni e aziende vanno ripensati in modo che possano realmente far realizzare delle esperienze formative professionalizzanti agli studenti.

I sistemi formativi dovrebbero valorizzare il lavoro sulle “eccellenze”: lavorare su percorsi d’incentivazione (attraverso premi, valorizzazione, fiducia, criteri di valutazione, facilitazione all’accesso verso scelte future…).

Nei percorsi educativi (dentro e fuori la scuola dell’obbligo) occorre dare grande valore alle esperienze, al riconoscimento delle competenze acquisite anche al di fuori dei contesti di apprendimento formale.

  1. Sviluppare un sistema di orientamento che aiuti i giovani a pensare e costruire le proprie scelte

L’attività di orientamento ha un ruolo importante nella prevenzione della condizione Neet perché li può supportare nell’ottica di fornire ai giovani strumenti utili a far fronte alle difficoltà o alle situazioni di temporanea fatica nelle scelte. L’orientamento scolastico va necessariamente potenziato e rilanciato, anche con l’aiuto di personale esterno alla scuola esperto e competente in grado di sostenere i giovani nei passaggi scolastici cruciali con percorsi di gruppo e individuali, valorizzando le esperienze di peer education.

  1. Sostenere le imprese in forme serie di tirocini e stage formativi di giovani

Vanno previsti sgravi fiscali per gli imprenditori qualora assumano una certa percentuale dei giovani che durante l’anno scolastico (scuole professionali, scuole superiori e università) svolgono stage presso le loro aziende. È necessario un intervento politico che leghi aziende e istituti professionali.

  1. Promuovere un ruolo delle istituzioni pubbliche locali di regia e supporto delle realtà sociali

I comuni   dovrebbero   coordinare e fare da regia alle associazioni ed enti presenti sul territorio e favorire il lavoro di rete e la creazione di reti.

Il modello d’integrazione tra servizi, cooperazione sociale, realtà del volontariato, associazioni giovanili porterebbe a sfruttare quello che c’è, andando a integrare le competenze e potrebbe rimettere al centro del dibattito culturale il tema della comunità che educa.

Le istituzioni pubbliche dovrebbero sviluppare azioni di promozione sociale e del territorio, per far conoscere le buone realtà ai giovani e loro ad esse (Imprese, Terzo settore, Università, Associazioni giovanili, …) organizzando eventi informali e con nuovi linguaggi comunicativi.

Dovrebbero incentivare e sostenere il Servizio civile, anche fuori dalla propria regione di residenza, e il Servizio volontario all’estero, e operare per estendere il programma Erasmus anche ad imprese private profit come avviene con Garanzia Giovani.

Le istituzioni pubbliche dovrebbero promuovere e sostenere la formazione e l’aggiornamento continuo del personale impiegato nei Servizi per l’impiego e nei servizi informativi e di orientamento scolastico e lavorativo.

Dovrebbero concentrare la propria attenzione sull’incentivazione delle esperienze di responsabilizzazione, autogestione… che permettano ai giovani di incrementare il proprio bagaglio culturale e sociale.

  1. Promuovere un rinnovato modo di essere della cooperazione sociale

I soggetti della cooperazione sociale (così come le altre organizzazioni della società civile) sono prima di tutto soggetti della comunità locale e in tale direzione devono saper assumere e implementare il ruolo culturale e politico di co­costruzione del “bene comune” nei contesti in cui operano e nei territori in cui “abitano”, contribuendo attivamente alla promozione umana e allo sviluppo delle condizioni e delle opportunità di inclusione per ogni persona fino al superamento di ogni forma di emarginazione e discriminazione. La loro funzione di imprenditorialità sociale è indiscutibile e non può essere in alcun modo confusa e ridotta alla mera funzione commerciale di gestione di servizi e di commesse a favore degli enti pubblici ma va riscoperta, aggiornata e implementata la specifica e fondante dimensione sociale   attraverso forme dell’agire cooperativo anche in alleanza e partnership con altri soggetti (associazioni, fondazioni, organizzazioni di categoria, aziende, ecc.) al di là di logiche puramente economiche-finanziarie.

  1. Coinvolgere i giovani come protagonisti

È   fondamentale   che   i giovani possano vivere esperienze che li rendano effettivamente responsabili delle proprie scelte, aiutandoli a interrogarsi su se stessi, sul proprio presente e futuro e sulle competenze necessarie e i percorsi da   sviluppare. In questa prospettiva appare necessario   aiutare i giovani a pensare alle nuove tecnologie come strumento di capitale sociale. Padroneggiare meglio l’uso di strumenti multimediali e social network diventa propedeutico ad ampliare il bagaglio relazionale e valoriale che un soggetto costruisce nel corso della propria esistenza nella società e nel proprio ambiente.

È necessario un lavoro approfondito, volto al rinforzo delle competenze trasversali (sapere lavorare in gruppo, sapere riconoscere cosa so e cosa non so fare, il concetto di responsabilità o puntualità..), per migliorare l’auto-consapevolezza e la fiducia in se stessi.

It's cool to put People before Profits!
I messaggi chiave della FAO
1 Comment
  1. […] frequentano percorsi di istruzione e formazione e di cui abbiamo precedentemente parlato (leggi l’articolo).  I bambini e gli adolescenti, che nascono in zone dove è più alta l’incidenza della povertà […]

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