nuova app ReThink

Pubblicato il 11 ottobre 2015

ReThink: un’app per fermare il cyberbullismo

Riconosce le parole offensive e le tipiche espressioni da bulli, facendo apparire sugli schermi una finestra di dialogo che invita l’utente a ripensarci, a prestare più attenzione, a moderare i toni. E’ una sorta di coscienza virtuale la nuova app ReThink ideata da Trisha Prabhu, una 15enne americana di origini indiane.

I meccanismi del cervello e l’impatto sulla nostra vita hanno da sempre affascinato Trisha. Nel 2012, dopo la morte della zia in un incidente stradale, la giovane studentessa inizia a fare ricerche sulle distrazioni cognitive, alla ricerca di soluzioni che potessero prevenire le disattenzioni alla guida. Poi, nel 2013, legge del suicidio di una ragazza di 12 anni, vittima del cyberbullismo. La notizia sconvolge Trisha. Successivamente scopre che la ragazza non è che uno dei tanti giovani che per colpa dei cyberbulli scelgono di togliersi la vita. Proprio per questo motivo decide di realizzare ReThink per prevenire future vittime.

Secondo le stime di Trisha, un’elevata percentuale di adolescenti, circa il 93 per cento, se messa di fronte alle proprie responsabilità e alle ipotetiche conseguenze delle sue azioni si ferma e cambia idea: «di fatto, quando il ragazzo legge il messaggino di ReThink cancella e riscrive, abbassando i toni», come dichiara lei stessa. Questo perché nell’adolescenza la capacità di riflettere è meno sviluppata che in età adulta. Ma se ai ragazzi si insinua il dubbio, spesso tornano sui loro passi. «Viviamo in un mondo sempre connesso e certe volte dobbiamo rallentare per pensare a quello che stiamo facendo», conclude Trisha.

Grazie a tale sistema è stato calcolato che la volontà di scrivere un messaggio offensivo passa dal 71 per cento al 4 per cento. Trisha ritiene che le soluzioni contro il cyberbullismo proposte dai social siano inadeguate. La possibilità di bloccare alcuni utenti non serve a nulla: si suggerisce alle vittime di bloccare il bullo e di segnalare l’episodio a un adulto. Purtroppo, a questo punto il danno è fatto: non si incide sulle cause. Ricerche infatti dimostrano che 9 vittime di cyberbullismo su 10 non raccontano a nessuno l’offesa ricevuta.

Il prossimo obiettivo della giovane americana è quello di chiedere alle scuole di farsi portavoce del suo appello per fermare il cyberbullismo e promuovere un uso positivo e consapevole di internet.

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Veronica de Meo

Ho lavorato come editing, creative content writer, e dal 2015 sono ritornata a vivere a Pescara dove lavoro con passione alla “Felicità Pubblica”.

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