Pubblicato il 29 settembre 2015

Bar e ristoranti chiedono una legge contro gli sprechi alimentari

Basta sprechi alimentari. A lanciare il grido d’allarme nei giorni scorsi è stata la Fipe, Federazione Italiana Pubblici Esercizi, che facendosi portavoce delle istanze di baristi e ristoratori ha proposto al Parlamento italiano una legge ad hoc contro lo spreco di cibo.

La richiesta è arrivata durante una recente audizione alla Camera dei Deputati alla quale la Fipe ha partecipato in rappresentanza di più di 300.000 imprese nel settore della ristorazione, dell’intrattenimento e del turismo.

«Le proposte di legge in esame, pur richiamando nelle loro presentazioni il settore dei pubblici esercizi, appaiono essenzialmente rivolte ai settori della produzione e distribuzione di alimenti e si riferiscono essenzialmente a generi confezionati», commenta il direttore generale della Fipe Marcello Fiore. «La peculiarità del settore che la Fipe rappresenta è costituita dal fatto che, a differenza di ciò che accade nelle famiglie in cui è uso consumare cibi avanzati dai pasti precedenti, al consumatore devono essere costantemente presentati prodotti fragranti e al meglio dell’appeal visivo e delle condizioni organolettiche. Tutto ciò comporta nella ristorazione l’obbligo per gli imprenditori di scartare enormi quantità di prodotto non consumato. Ignorare gli esercizi pubblici e privilegiare esclusivamente i prodotti confezionati significa perdere 1/3 dei consumi di alimenti e ingenti quantità di prodotti pronti soprattutto per il consumo immediato e disponibili a essere correttamente riutilizzati».

L’appello della Federazione al Parlamento si traduce nella richiesta di inserire emendamenti specifici a beneficio di esercenti e ristoratori; in particolare in riferimento alla proposta di legge n. 3057 per la limitazione degli sprechi, l’uso consapevole delle risorse e la sostenibilità ambientale. Questo soprattutto alla luce del fatto che un terzo dei consumi alimentari avviene proprio nei pubblici esercizi e parallelamente all’aumento dei pasti fuori di casa aumenta anche la percentuale di cibo che finisce nella pattumiera.

«Alimenti freschi, non confezionati e deperibili che, pur essendo ancora in buono stato e fruibili non sono più adatti ad essere serviti alla clientela», prosegue la Fipe, «potrebbero invece essere facilmente destinati ad associazioni del terzo settore, enti caritatevoli, mense». Senza dimenticare il settore della ristorazione scolastica che presenta numeri (e dati di spreco) ancora più consistenti: «Il tetto dello spreco è proprio rappresentato dalle mense scolastiche, dove si registrano “avanzi” anche superiori al 50% del cibo servito».

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Antonella Luccitti

Giornalista e direttore responsabile del portale "Felicità Pubblica". Amo la scrittura, il cinema e i viaggi.

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