Pubblicato il 27 settembre 2015

In ricordo del “giudice ragazzino”

Il 21 settembre 1990 è stato assassinato dalla mafia il magistrato Rosario Livatino, all’età di 38 anni. Anche Felicità Pubblica si associa al ricordo del “giudice ragazzino” proponendo all’attenzione dei lettori il testo del saluto del Vice Presidente del CSM Giovanni Legnini, al Convegno in suo ricordo a Roma il 18 settembre scorso. Per consentire un ulteriore approfondimento del pensiero di Livatino alleghiamo la relazione tenuta il 7 Aprile 1984 presso il Rotary club di Canicattì.

Rosario Livatino avrebbe compiuto tra qualche giorno 63 anni, se non fosse stato barbaramente ucciso appena trentasettenne. Sarebbe ancora un magistrato nel pieno dell’attività e il suo enorme valore umano, professionale e culturale, che sin da giovanissima età aveva ampiamente dimostrato sul campo, gli avrebbe consentito di fornire un preziosissimo contributo alla lotta alla mafia;  con ogni probabilità avrebbe assunto funzioni di alta responsabilità al servizio della giustizia in Sicilia e in Italia.

Gli assassinii di magistrati per mano delle mafie hanno non solo privato del bene supremo della vita molti tra i migliori giudici italiani, ma hanno sottratto alla giustizia e all’apparato di contrasto alla criminalità organizzata energie professionali e morali insostituibili.

Il Presidente Mattarella, nel ricordare ieri Rosario Livatino a un quarto di secolo dalla sua tragica morte, ne ha illustrato la figura di “grande esempio morale per i giovani e per tutto il Paese”.

Dobbiamo dunque essere particolarmente grati ad Alfredo Mantovano, Domenico Airoma e Filippo Vari che hanno fortemente voluto questo evento commemorativo. Così come ringrazio, anche a nome del Consiglio Superiore della Magistratura, la Camera dei deputati e il collegio dei deputati Questori, insieme con la Presidenza, per l’ospitalità in questa magnifica sala intitolata ai Gruppi parlamentari.

Nella parabola etica e professionale che affiora dalla vita di Rosario Livatino non è affatto arduo riconoscere un lascito, un riferimento costante a una costellazione di valori di grande attualità e rilievo.

Lo si evince, tra l’altro, dalla ormai celebre relazione tenuta il 7 Aprile 1984 a Canicattì sulla quale occorre tornare per quanto è ricca di suggestioni, spunti, intuizioni. Il titolo scelto getta una luce di struggente attualità, si potrebbe dire che illumina l’oggi: “Il ruolo del Giudice nella società che cambia” è un testo che valica la sola dimensione dell’analisi di un difficile momento storico per assurgere al rango di un’indagine dal respiro duraturo e prospettico.

Vi sono esaminate, infatti, tutte le grandi questioni che agitano questa nostra fase di vita dell’ordine giudiziario con uno sguardo lungo, capace di anticipare le questioni e i dubbi che avrebbero poi percorso l’intera cultura della giurisdizione nel successivo trentennio a cavallo dei due secoli.

Livatino individua subito i quattro aspetti determinanti, allora come oggi, per definire il ruolo del magistrato nella società in vorticoso cambiamento, prospettando anche lucide soluzioni alle immense questioni poste. Cita, infatti: i rapporti tra il magistrato e il mondo dell’economia e del lavoro; i rapporti tra i giudici e la sfera del “politico”; l’aspetto della cosiddetta “immagine esterna” del magistrato; il problema della responsabilità degli appartenenti all’ordine giudiziario. E non si può non rimanere profondamente colpiti dalla perfetta coincidenza con i profili controversi che hanno investito la magistratura ordinaria nella contingenza storica che stiamo attraversando.

Il primo tema – a me molto caro e che ha contraddistinto il recente dibattito pubblico a molteplici livelli – è quello del rapporto tra l’attività  giudiziaria e la crescita economica. Livatino affronta l’ardua questione in modo rigoroso e rifuggendo da ogni semplificazione.

Egli premette che “la magistratura, per restare ancora fedele al dovere costituzionale di fedeltà alla legge, altro non cerca, anche per evitare ondeggiamenti, incertezze e ulteriori ingiusti rimproveri, che di poter disporre di dettati normativi coerenti, chiari, sicuramente intelligibili”.

E dopo tale ammonimento, egli mostra di voler rifuggire subito da due immagini semplicistiche: quella del giudice “bocca della legge”, insensibile e rigido alle domande sociali in evoluzione; e quella del magistrato schierato nel tentativo di riequilibrare le ingiustizie sociali, attraverso l’uso alternativo del diritto e la sua interpretazione orientata alle congiunture macroeconomiche. Livatino invita all’equilibrio, da rintracciare proprio nell’attenta lettura dei valori costituzionali e nel rapporto con la legge.

Viene poi in rilievo la sempre viva questione del rapporto tra magistratura e politica nonchè la ricerca di una disciplina equilibrata perché anche i magistrati possano accedere alla vita pubblica del Paese, senza tuttavia scalfire le prerogative di autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario. Sono temi che Livatino affronta lungo due direttrici fondamentali: le conseguenze e le premesse teoriche alla base dell’accesso dei magistrati alle cariche politiche; l’appartenenza di costoro ad altri soggetti associativi.

Egli afferma infatti: “Se sono già serie le ragioni di perplessità sull’adesione del giudice a un partito politico, queste ragioni appaiono centuplicate nella partecipazione a organizzazioni di fatto più o meno riservate o, comunque, non facilmente accessibili al controllo dell’opinione pubblica, i cui aderenti risultano fra loro legati da vincoli della cui intensità e natura nessuno è in grado di giudicare e valutare”.

Proiezione diretta del rapporto tra magistratura e politica è anche il tema, più ampio ma egualmente delicato, dell’immagine esterna degli appartenenti all’ordine giudiziario. Livatino, già nel 1984, impiega proprio questo aggettivo, “esterna”, quasi a voler sottolineare la necessità di non chiudersi nell’autoreferenzialità, di non badare all’immagine tra magistrati, per finalità dunque orientate alla carriera e ai rapporti tra pari. Egli mostra di ritenere, invece, che il tema dell’immagine è indissolubilmente legato alla percezione che si ha del ruolo e dell’esercizio delle funzioni. Si tratta del fulcro determinante per assicurare all’intero ordine giudiziario “piena legittimazione” e credibilità. Colpisce, al riguardo, l’utilizzo di parole semplici  che delineano più di ogni altra analisi, la sua idea del “Giudice nella società che cambia”: è importante, egli precisa, che il giudice offra di se stesso l’immagine “di una persona seria, sì, di persona equilibrata, sì, di persona responsabile pure; potrebbe aggiungersi di persona comprensiva e umana, capace di condannare, ma anche di capire”.

Occorre, dunque, che l’esigenza di essere percepiti, compresi nelle logiche dello ius dicere, sia costantemente tenuta in considerazione da parte di ogni magistrato, stante il carattere  diffuso e quasi pulviscolare dell’ordine giudiziario, il che ne è, a ben guardare, uno dei presidi di garanzia. E qui emerge l’alta caratura del giudice che oggi onoriamo e commemoriamo: Livatino vede nel magistrato più che un ruolo e una funzione, una grande responsabilità verso l’ordinamento. Ed è proprio su questo tema – la responsabilità declinata nelle sue varie forme – che Livatino infine si sofferma, preconizzando i rischi del conformismo giudiziario e dell’indebolimento dei principi di piena autonomia e indipendenza di cui all’articolo 101 della Costituzione.

E’ dunque perfettamente coerente con questa impostazione, la sua strenua difesa contro ogni fattore di indebolimento dell’autonomia di giudizio dei magistrati.

Livatino,  rileva come: “tranne alcuni aspetti immutabili, il ruolo del giudice non possa sfuggire al cammino della storia: tanto egli che il servizio da lui reso devono essere partecipi di un processo di adeguamento”.

Ed allora, la tanto agognata ma sempre rinviata riforma della giustizia non può essere affidata a soluzioni taumaturgiche, a formule facili e semplificatrici.  Egli  afferma invece che “riformare la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non di pochi magistrati, ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica. Recuperare infatti il diritto come riferimento unitario della convivenza collettiva non può essere, in una democrazia moderna, compito di una minoranza”.

E in tal modo egli delinea, ancora una volta, una soluzione: quella del riformismo partecipato, del coinvolgimento coraggioso di tutti i soggetti dell’ordinamento, così da tenere costante l’adesione all’evoluzione della società, e preservare la legittimazione dell’ordine giudiziario nella sensibilità e nella cultura di tutti i consociati. Così a un punto si comprende che nell’analisi complessiva di Livatino, imparzialità e autonomia del giudice, garanzie dei diritti dei cittadini, sensibilità per i mutamenti sociali, affiorano quali valori che si sostengono reciprocamente, come avvinti da un legame di coerenza e rigorosa linearità.

Quelle di Rosario Livatino sono doti di analisi e di studio alimentate da una forte tensione etica, da profonda sensibilità istituzionale e costante attenzione al bene comune. Qualità, tutte, di cui sentiamo un estremo bisogno per affrontare e vincere le sfide che ci attendono.

 

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Valerio Roberto Cavallucci

Responsabile delle sezioni di approfondimento: Responsabilità sociale; Legalità; Innovazione sociale; Sostenibilità ambientale; Partenariato Pubblico Privato.

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